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AutoDifesa | il blog di Mario Rossi

    Quando il dibattito politico e la difesa di legittimi interessi finiscono a schifio. Prendiamo la riforma del Pra, di cui si parla da sempre, che si prova a fare da vent’anni e che, tra l’altro, è prevista dalla legge di stabilità 2014, approvata a fine dicembre dell’anno scorso. Riforma che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi era obbligato per legge ad attuare entro l’1 marzo 2014 e che invece, nonostante un paio di tentativi del viceministro Riccardo Nencini ad aprile e a giugno, rintuzzati in extremis, è ancora di là da venire.

    Di questa vicenda si sono occupate tutte le testate giornalistiche, generaliste e specializzate, della carta stampata e televisive. Il 28 luglio scorso se ne è occupata La7, nel corso del programma “In Onda”, con un servizio e un dibattito sulle presunte pressioni finalizzate a “sabotare” la riforma (è possibile rivederlo su You Tube, basta digitare "La7, Nencini, Sticchi Damiani").

     

    Nencini: c’è un gruppo di pressione

    Va in onda il servizio. A un certo punto Nencini, dopo aver ribadito ciò che più volte aveva dichiarato, anche a Quattroruote, e cioè che “tutto dev’essere unificato sotto il tetto del ministero" e che "i soldi pubblici in avanzo devono rimanere soldi pubblici” (il Pra nel 2013 ha fatto profitti per 20 milioni di euro che sono rimasti nelle casse dell'Aci, ndr), alla domanda se vi sia “una lobby dell’Aci che frena” risponde: “Se la traduco in italiano e la chiamo gruppo di pressione, sì”. E, poco dopo: “Vedo una forma di attenzione verso Aci abbastanza disseminata in maniera orizzontale e trasversale in tutto il sistema parlamentare”.

     

    Sticchi Damiani: Nencini non ha capito niente

    Da parte sua il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani, all’accusa di “lobby più potente d’Italia”, risponde che “sono altre le lobby potenti. Noi rappresentiamo gli automobilisti”, spiegando poco dopo che, al contrario, “C’è qualcuno che spera che da questa operazione si possano creare dei vantaggi ad altri soggetti, che non è ovviamente la motorizzazione”. E concludere l’intervista con un “Nencini ci ha dato in testa. Posso dire una cosa? Perché non ha capito niente”.

     

    Nencini: applicare la legge

    Imbarazzo in studio. La conduttrice chiede al viceministro, presente in collegamento: “che cosa potete fare per sconfiggere la lobby e portare a termine la riforma?” Il vice di Lupi risponde: “applicare la norma che è prevista nella vecchia legge di stabilità. Quindi unificare sotto il ministero delle infrastrutture e dei trasporti i due registri, metterli sotto lo stesso tetto, far risparmiare agli italiani una parte della loro spesa quando chiedono un servizio di questa natura e far risparmiare alle casse dello stato non i 60-70 milioni di cui parla Cottarelli ma perlomeno la metà”. Il conduttore incalza: “lei l’ha sentito prima Sticchi, il presidente di Aci, che ha detto, riferito a lei “quello non capisce nulla”. Non c’è dialogo tra di voi oppure non vi capite?” Nencini taglia corto: “No, io ho capito benissimo, compresa l’offesa del presidente di Aci”.

     

    La parola agli avvocati

    Chiusa lì? Macché. L’indomani il viceministro annuncia di aver dato mandato ai suoi legali di verificare se vi siano gli estremi per una querela: “il presidente dell'Aci, Angelo Sticchi Damiani, con riferimento alla mia proposta - peraltro già inserita nella Legge di Stabilità - di unificare l'Archivio Nazionale dei Veicoli e l'Archivio del Pubblico Registro - ha dichiarato: 'C'e' qualcuno che spera che da questa operazione si possono creare dei vantaggi ad altri soggetti, che non e' ovviamente la Motorizzazione'''. ''Ho dato mandato ai miei legali - aggiunge Nencini - di verificare se vi siano i presupposti per una denuncia-querela per diffamazione, per una dichiarazione grave che allude a fatti non veri. Se il Presidente dell'Aci ha notizie di comportamenti impropri, faccia nomi e cognomi. Non commento le cadute di stile che lo hanno visto protagonista durante la trasmissione, ma non accetto che venga messa in discussione la mia onorabilità”.

     

    E la riforma? È rimandata. Sine die

    Nel frattempo il governo ha gettato la spugna. Quella riforma che il ministro Lupi avrebbe dovuto attuare per legge entro l’1 marzo 2014 è stata adesso congelata e di fatto delegata al parlamento con il disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione che, forse, la Camera inizierà a discutere a settembre. Che cosa dicevamo qualche tempo fa in questo stesso blog? “La riforma del Pra si farà alle calende greche”. Infatti.

    Se ne parla da decenni e da quasi vent’anni ci si prova. Ma dopo l’imprevisto e imprevedibile epilogo di venerdì scorso è lecito domandarsi se questa benedetta riforma del Pra, il Pubblico registro automobilistico istituito durante il regime fascista nel 1927, di bocciatura in bocciatura, di rinvio in rinvio, andrà mai in porto. Un percorso a ostacoli tale da convincere i pessimisti che no, nemmeno con un premier decisionista e rottamatore a palazzo Chigi le cose potranno cambiare. “Qui si parrà la nobilitate del governo”, ha scritto ieri, 16 giugno, sul Corriere della sera, in un commento di inusitata durezza, l’economista Salvatore Bragantini.
    E allora ripercorriamola questa storia ventennale, una via crucis (absit iniuria verbis) in dieci stazioni... pardon, una telenovela in dieci puntate.

    Prima puntata: 29 settembre 1995
    La prima volta ci prova in grande stile Quattroruote: “volete abrogare il regio decreto n. 436 del 1927 che istituisce il Pra?” chiede la nostra rivista ai suoi, all’epoca, 7,7 milioni di lettori. Il 29 settembre di quell’anno il quesito referendario viene depositato in Corte di Cassazione e parte la raccolta firme. Quasi un milione di italiani ce la mette. La suprema Corte, l’11 dicembre 1996, dichiara legittima la richiesta. Sembra fatta.

    Seconda puntata: 30 gennaio 1997
    Inaspettatamente la Corte costituzionale dichiara inammissibile la richiesta di referendum popolare per l'abrogazione del regio decreto-legge 15 marzo 1927 con la motivazione che “il quesito, investendo con una sola domanda più contenuti eterogenei, può generare equivoci per l'elettore, al quale non viene quindi consentita la libertà di esprimersi con chiara consapevolezza sull'unico contenuto normativo che può univocamente formare oggetto di una richiesta referendaria”.

    Terza puntata: 17 marzo 2000
    Il 17 marzo 2000 ci prova l’allora ministro dei trasporti Pierluigi Bersani (secondo governo D’Alema), con un disegno di legge che prevede l’abolizione del Pra. Scrive il ministro nella relazione di presentazione del ddl: “L'istituto giuridico del bene mobile registrato, applicato ai veicoli stradali, non trova riscontro in alcun Paese dell'Unione europea, né di conseguenza esiste, nei Paesi europei, un pubblico registro automobilistico appositamente costituito per l'iscrizione di tali beni”.
    E ancora: “Il regime della trascrizione dei contratti e degli atti indicati nel pubblico registro automobilistico e dell'iscrizione dei veicoli in entrambi i registri ha evidenziato, nel corso degli anni, gravissimi problemi quanto alla inammissibile durata delle procedure, alla complessità e onerosità degli adempimenti per gli interessati ed alla sostanziale inefficacia rispetto alla tutela degli interessi pubblici tutelati”.
    Il ddl, però, si arena in parlamento, dove se ne perdono le tracce dopo le elezioni del 2001 che consegnano la maggioranza al centrodestra di Silvio Berlusconi.

    Quarta puntata: 25 gennaio 2007
    Nel 2007 Bersani ci riprova. Il secondo governo Prodi, che pure si regge su una labile maggioranza al senato, si è insediato da poco ma sembra compatto nell’eterogeneità di una coalizione di otto diverse forze politiche che vanno dai Comunisti italiani all’Udeur. Da pochi giorni sono entrati in vigore gli incentivi alla rottamazione e per l’auto il ministro dello sviluppo economico ha in mente altri provvedimenti.
    Il 25 gennaio Bersani vara una lenzuolata di liberalizzazioni che prevede, tra l'istituzione delle parafarmacie e l'abolizione dei costi di ricarica telefonica, la soppressione del Pubblico registro e una miniriforma dell'Rc auto. Il testo va in parlamento, supera lo scoglio delle commissioni, ma si infrange sulla diga dell’aula, dove parecchi deputati, molti della maggioranza, si mettono di traverso.

    Quinta puntata: 12 giugno 2007
    L’articolo sul Pra viene stralciato dall’aula di Montecitorio. Commenta l’allora presidente della Confindustria e della Fiat Luca Cordero di Montezemolo dopo l’approvazione del decreto “mutilato”: "Si sono fatti troppi passi indietro e questo dimostra la mancanza di cultura del mercato in molti esponenti del governo e dell'opposizione. Quando leggo che si dibatte ancora sul Pubblico registro automobilistico lo trovo molto triste".

    Sesta puntata: 16-17 dicembre 2013
    Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2013 il blitz. Un emendamento alla legge di stabilità firmato dal deputato Ettore Rosato (Pd) stabilisce che "su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti sono adottate misure volte all'unificazione in un unico archivio telematico nazionale dei dati (…) attualmente inseriti nel pubblico registro automobilistico e nell'archivio nazionale dei veicoli".
    Il 24 dicembre la legge è approvata e il 30 dicembre è pubblicata sulla gazzetta Ufficiale. Da quel momento scattano i 60 giorni che la legge concede al ministro Maurizio Lupi per adottare le “misure” di cui parla la legge. Il termine dell’1 marzo passa e non accade nulla.

    Settima puntata: 16-18 aprile 2014
    È il 16 aprile, due giorni prima del consiglio dei ministri del 18. Nella bozza del cosiddetto decreto legge sulla spending review c’è un articolo sulla “Registrazione della proprietà dei veicoli” che attua ciò che era previsto dalla legge di stabilità: “All’Archivio nazionale dei veicoli (della motorizzazione civile, ndr) sono trasferiti tutti i dati contenuti negli archivi magnetici (del Pra, ndr)”.
    Non solo. Nella bozza si prevede anche che “Il personale dell’Automobile Club d’Italia, già adibito al funzionamento del Pubblico registro automobilistico, è trasferito nei ruoli del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti”. Insomma, il Pra viene completamente svuotato.
    Il 18 aprile il ddl entra in consiglio dei ministri con la riforma del Pra e ne esce senza.
    Sconcerto tra osservatori e addetti ai lavori ma fonti governative minimizzano: lo stesso articolo, spiegano, finirà, più coerentemente, in un provvedimento sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione a cui il governo starebbe già lavorando.
    In un'intervista pubblicata sul numero di maggio di Quattroruote (in edicola a fine aprile), il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, dichiara che "l'obiettivo è chiudere entro giugno".

    Ottava puntata: 30 aprile 2014
    Il 30 aprile, al termine del consiglio dei ministri, anticipato di due giorni rispetto alla consuetudine del venerdì causa ponte del 1° maggio, il premier, Matteo Renzi, annuncia con una certa enfasi lo “Sforbicia Italia”, cioè un intervento di profonda riorganizzazione della pubblica amministrazione che conterrà anche, parole sue, l’“Accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione Civile".
    Si tratta solo di un annuncio, spiega il presidente del consiglio, perché si vuole dare tempo a tutti, stakeholder e cittadini, di dire la loro. Il premier fissa l’appuntamento successivo il 13 giugno affermando che vi sarà “un mese di dibattito culturale su questi temi. Si può discutere quanto si vuole ma poi alla fine si decide, perché se si discute solo per discutere siamo al bar dello sport. Il conto alla rovescia", taglia corto, l’ex sindaco di Firenze, "è iniziato. Il 13 giugno si decide".
    Il 25 maggio il viceministro Riccardo Nencini, in un'intervista a Quattroruote, si sbilancia: "L’unificazione degli archivi si farà sotto il tetto del ministero delle Infrastrutture".

    Nona puntata: 11-13 giugno 2014
    L’11 giugno, due giorni prima del consiglio dei ministri decisivo, circola una bozza di disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione che prevede, ancora una volta, la nascita dell’Archivio unico dei veicoli al ministero delle Infrastrutture, ma non solo. Strada facendo, il provvedimento si è ingrossato fino a prevedere anche l’abolizione del superbollo e dell’Ipt e l’istituzione della nuova Imposta regionale di immatricolazione.
    L’indomani circola una nuova bozza che addirittura prevede l’abolizione tout-court del Pra. Sono ore convulse in cui, riferiscono alcuni addetti ai lavori, si combatte una furibonda battaglia tra opposti interessi.
    Il 13 giugno in Consiglio dei ministri entra un testo che conferma l’immediata abolizione del Cdp, dell’Ipt e del superbollo, che istituisce l’archivio unico, che svuota il Pra delle sue funzioni e che lo abolisce l’1 luglio 2017.
    Tre ore dopo, al termine del Consiglio dei ministri, della riforma amministrativa del settore automobilistico non c’è più traccia. Alcuni quotidiani riferiscono, l'indomani, di uno scontro tra Renzi, favorevole all’abolizione del Pra, e Lupi, favorevole al mantenimento del doppio registro pur con un documento unico.
    Fonti governative, nei giorni successivi, minimizzano e spiegano a Quattroruote che, più coerentemente (di nuovo!), tale riforma troverà spazio in un decreto ad hoc su infrastrutture e trasporti che però, a causa della congestione di provvedimenti attualmente all’esame del parlamento, non potrà essere approvato prima di fine luglio.

    Decima puntata: 25 luglio 2014?
    L’ultimo venerdì di luglio è il 25, una data storica. Se fosse vero ciò che affermano le fonti governative interpellate da Quattroruote, quel giorno, sette mesi dopo l’approvazione della legge di stabilità, vedrà la luce, con un decreto-legge, la riforma Pra-Motorizzazione.
    Le stesse fonti, peraltro, non confermano l’architettura del provvedimento contenuta nelle ultime bozze, limitandosi a dire che “si arriverà al documento unico”. Quelli che di solito pensano male (ma che quasi sempre ci azzeccano), evidenziano che un provvedimento approvato dal governo il 25 luglio potrebbe essere pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 28 luglio. In quel caso il dl dovrebbe essere convertito, pena la sua decadenza, il 26 settembre.
    Insomma, già ci sono difficoltà a mettere nero su bianco la riforma, se poi ci si mette di mezzo anche la pausa estiva dei lavori parlamentari…

    Torno a parlare di Pra perché l’argomento è parecchio caldo. Nei prossimi giorni, infatti, il governo farà finalmente sapere cosa intende fare, dopo tanti annunci e dichiarazioni, del Pubblico registro automobilistico, del certificato di proprietà, del concetto di bene mobile registrato e, soprattutto, degli emolumenti, i 27 euro che dobbiamo pagare all’Aci ogni volta che si acquista un’auto. Il nodo della questione, insomma, è anche economico. Vediamo perché analizzando i numeri.

    Emolumenti su del 18%

    Partiamo dagli emolumenti e diritti, la fonte più importante di ricavi del Pra. La boccata d’ossigeno, anzi il vero e proprio salvataggio, per iniziativa, poco più di un anno fa, del dimissionario governo Monti, tra l’altro a legislatura già iniziata, ha ampiamente raddrizzato, come previsto, il bilancio 2013 del Pubblico registro automobilistico.

    I ricavi derivanti da emolumenti e diritti sono infatti aumentati da 155,25 a 183,59 milioni di euro, il 18,3% in più rispetto al 2012 nonostante le relative pratiche siano diminuite del 4,6% rispetto all’anno precedente.

    Il bilancio 2013 dell’Aci, l’ente che gestisce il Pra, mette inoltre in evidenza un’ancor più forte crescita, in termini percentuali, dei ricavi da visure, pari a 11,12 milioni di euro, il 50,3% in più rispetto ai 7,4 milioni del 2012. Anche in questo caso, spiega l’ente di via Marsala nel documento, l’incremento è “legato all'adeguamento della tariffa del Pra”.

    La svolta a partire dal 2 aprile 2013...

    Giova peraltro evidenziare che gli incrementi tariffari contenuti nel decreto del ministero dell’Economia del 21 marzo 2013 con l’obiettivo di “garantire l'autonomo equilibrio economico-finanziario del servizio, in rapporto ai costi effettivamente sostenuti per l'espletamento dello stesso", sono entrati in vigore solo il 2 aprile. E che, quindi, hanno avuto un impatto solo su nove dei dodici mesi dell’esercizio 2013, anno in cui, peraltro, le prime iscrizioni al Pubblico registro sono diminuite del 9% e i trasferimenti di proprietà dell’usato sono diminuiti dello 0,73%.

    Sono crollati, invece, i compensi percepiti per la riscossione, per conto delle province, dell'Ipt. Tale attività, infatti, per effetto dello stesso decreto, dal 2 aprile 2013 viene svolta gratuitamente. L'anno scorso l'ente ha percepito 5,3 milioni di euro rispetto ai 15,1 del 2012 (-74%).

    Insomma, la manovra dell’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha funzionato, anche se non si può non notare come nonostante l’incremento tariffario, la principale fonte di ricavi, cioè gli emolumenti e le tariffe, che lo ricordiamo, sono direttamente legati al mercato del nuovo e dell’usato, in crisi da anni, siano praticamente tornati ai livelli del 2010, anno in cui furono pari a 184,93 milioni.

    ...e i conti tornano in nero

    A livello di gestione complessiva del Pubblico registro, infine, il 2013 si è chiuso con un risultato operativo lordo positivo per 20,26 milioni di euro, derivante dal un valore della produzione pari a 215,3 milioni e da costi della produzione pari a 195 milioni. Rispetto al 2012 il risultato operativo lordo è aumentato di ben 43,13 milioni, passando da un “rosso” di 22,87 milioni a un “nero” di 20,26, risultato di un valore della produzione aumentato da 199,97 a 215,3 milioni (+12,1%) e di costi della produzione diminuiti da 214,84 a 195 milioni (-9,2%). L'utile netto, invece, è pari a 13,86 milioni rispetto a una perdita, nel 2012, di 29,71 milioni:

    E il 2014 sarà ancor più ricco

    Per quanto riguarda, infine, il 2014, l’ente di via Marsala prevede che i ricavi da formalità e certificazioni aumenteranno a 207,86 milioni di euro (+13,2%), sulla base del medesimo volume di formalità previste a fine 2013. “L’incremento rispetto all’anno precedente”, si legge nel documento “Budget 2014”, “è dovuto interamente agli effetti della nuova tariffa sull’intera annualità, mentre nel 2013 la stessa ha trovato applicazione soltanto a partire dal mese di aprile”.

    Tutto ciò a parità di perimetro, ma considerando che il mercato è in leggera ripresa (+3,15% le immatricolazioni di auto nuove nei primi cinque mesi), nelle casse del Pra, cioè dell’Aci, potrebbero entrare un bel po' di soldi in più.

    A livello di gestione complessiva e con le stesse cautele sopra evidenziate, l’Aci prevede che il Pra chiuda il 2014 con un valore della produzione pari a 222,14 milioni (+3,2%) e un costo della produzione di nuovo in salita a 199,14 milioni (+2,1%). Per un risultato operativo lordo ancor migliore del già ottimo 2013, pari a 23 milioni.

    Era il 16 aprile e nel cosiddetto “decreto spending review” il governo, dopo 87 anni dalla sua istituzione, dopo cinquant’anni di polemiche sulla sua utilità e un paio di tentativi (falliti) di abolizione da parte dell’allora ministro Pierluigi Bersani negli anni 2000, aveva di fatto soppresso il Pra.

     

    Otto punti chiave

    Nel capitolo sulla “riorganizzazione di pubbliche amministrazioni”, infatti, c’era un articolo sulla “Registrazione della proprietà dei veicoli”, l’articolo 14, che in estrema sintesi stabiliva i seguenti principi:

    1. “Le funzioni relative alla registrazione della proprietà degli autoveicoli ... sono svolte dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti” (anziché dal Pra, ndr);

    2. “Il personale dell’Automobile Club d’Italia, già adibito al funzionamento del Pubblico registro automobilistico, è trasferito nei ruoli del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti”;

    3. “All’Archivio nazionale dei veicoli (della motorizzazione civile, ndr) sono trasferiti tutti i dati contenuti negli archivi magnetici (del Pra, ndr) destinati al popolamento di apposita sezione dell’archivio stesso”;

    4. “Nella carta di circolazione ... sono annotati i dati relativi alla proprietà degli autoveicoli, dei motoveicoli e dei rimorchi”;

    5. “Entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente decreto, con decreto del ministero dell’Economia e delle finanze, sono individuate le tariffe relative alle operazioni derivanti”;

    6. “Nelle more dell’emanazione del decreto ... resta in vigore l’attuale sistema tariffario” (pari a 27 euro di “Emolumenti Pra” più 9 euro di “diritti motorizzazione”, ndr).

    7. “L’attuazione delle disposizioni ... comporta un risparmio di spesa pari ad almeno 60 milioni di euro all’anno a decorrere dall’anno 2015” (derivanti dalla differenza tra i ricavi del Pra, pari a circa 190 milioni pagati ogni anno dagli automobilisti, e il suo costo, pari a circa 130 milioni, ndr);

    8. “Con deliberazione dell’Assemblea ... l’Automobile club d’Italia, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, adegua il proprio statuto”.

     

    Una “manina” misteriosa

    Tutto chiarissimo, tutto nero su bianco. L’indomani, però, accade qualcosa di strano. Una “manina”, come si suol dire in questi casi, cancella l’articolo 14 dal decreto legge, che infatti il 18 aprile entra in consiglio dei ministri “mutilato” nella parte che prevede il passaggio del Pra alla Motorizzazione e, di fatto, la sua scomparsa con il trasferimento all’Archivio nazionale veicoli di tutti i dati in esso contenuti. Il provvedimento “mutilato” viene approvato dal governo e il 24 aprile il decreto legge n° 66 è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale con il titolo “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”.

     

    La “giustificazione” del governo

    In quei giorni ambienti governativi giustificano la “misteriosa” scomparsa dell’articolo 14 con il fatto che è in preparazione uno specifico provvedimento di riorganizzazione della pubblica amministrazione e che, più coerentemente con la materia, i contenuti dell’articolo 14 sarebbero finiti pari pari lì. Infatti il 30 aprile il presidente del consiglio, Matteo Renzi, annuncia il decreto “Sforbicia Italia” che, tra le altre cose conterrà anche “l’accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione”. L’annuncio sconcerta gli addetti ai lavori perché non si capisce cosa, ciò che ha detto il premier, voglia dire. Peraltro sconcerta anche il fatto che in realtà quel provvedimento sia solo annunciato. Il testo, infatti, arriverà solo il 13 giugno, ben 44 giorni dopo...

     

    Nencini tranquillo: “Il Pra finirà alla Motorizzazione”

    Nel frattempo, però, il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, in un’intervista a Quattroruote, ribadisce ciò che ci aveva detto a febbraio l’allora sottosegretario Erasmo D’Angelis: “l’unificazione degli archivi si farà sotto il tetto del ministero delle Infrastrutture. Non solo perché è giusto così, ma perché ciò è corretto considerando la rilevanza dei dati tecnici, giuridici e amministrativi dei veicoli”.

     

    Gli equilibri dopo il voto europeo

    Si vedrà che cosa accadrà nelle prossime tre settimane. Le indicazioni che lunedì arriveranno dalle urne, in particolare sui rapporti di forza all’interno della maggioranza, potrebbero infatti influire anche sulla direzione che prenderà la riforma, visto che il Pd del viceministro Riccardo Nencini appare determinato a portarla avanti come stabilito poco più di un mese fa, mentre l’Ncd del ministro Maurizio Lupi appare molto più prudente.

     

    L'ipotesi emendamento al decreto Spending review

    Oltre agli equilibri all’interno della maggioranza (e nelle stanze del ministero di piazza di porta Pia), sullo scacchiere su cui si sta giocando la partita del Pra aleggia sempre l’ombra di un blitz parlamentare del gruppo del Pd, tentato dal ripresentare l’articolo 14 sotto forma di emendamento al decreto sulla spending review, attualmente all'esame del Senato. Tutto ciò mentre nei corridoi dei palazzi del potere ferve, ovviamente, il lavorio delle lobby...

    Fortuna, si fa per dire, ha voluto che i fondi stanziati l’anno scorso siano rimasti inutilizzati nelle casse dello stato. E che, quindi, siano stati dirottati a rimpinguare la dotazione per il 2014. E fortuna, sempre si fa per dire, ha voluto che il flop del 2013 abbia indotto i tecnici ministeriali a rimodulare la ripartizione delle risorse, cioè ad allargare le maglie d’accesso ai bonus.

    Sicché un minimo risultato è stato ottenuto. Rispetto ai 4,5 milioni dell’anno scorso, adesso i fondi a disposizione di tutte le categorie di acquirenti (quindi anche i privati) e senza obbligo di rottamazione di un veicolo ultradecennale sono saliti a 31,7 milioni, sette volte tanto. Un piccolo tesoretto. Che però, verosimilmente, non basterà a soddisfare tutti.

    Lo scorso anno i 4,5 milioni di euro finirono in poche ore. Quest’anno, considerata la maggiore dotazione e anche il fatto che l’operazione partirà quasi due mesi più tardi, dovrebbero durare un po’ di più. Una settimana? Qualche settimana?

    D’altro canto, i 31,7 milioni riservati alle imprese (con obbligo di rottamazione), resteranno lì, nelle casse dello stato, quasi del tutto inutilizzati (troppo stringente l’obbligo della demolizione di un veicolo ultradecennale, per non parlare dello scarso interesse delle imprese per veicoli elettrici, ibridi e a gas), pronti a integrare lo stanziamento 2015. Sperando che tra un anno, l’ultimo previsto dalla legge varata dal governo Monti nell'estate 2012, le maglie siano state ulteriormente allargate.

    Resta sullo sfondo la solita (retorica?) domanda: a prescindere dall’ “architettura” dell’operazione, ha senso insistere con la formula dell’incentivo economico? Oppure non sarebbe preferibile, se proprio incentivo all'elettrico e all'ibrido dev'essere, utilizzare la leva fiscale?

    Sono più di 2 milioni le scatole nere installate in Italia, ben 800 mila in più rispetto a fine 2012. La notizia è sorprendente perché questa crescita, ancorché (moderatamente) incentivata a livello tariffario, è avvenuta spontaneamente, a dispetto di chi non perde occasione per dire che tutti i dati rilevati dalla black box possono, all'occorrenza, essere utilizzati contro di te.

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    «Entro gennaio porterò in Consiglio dei ministri un pacchetto di norme sulla giustizia che conterrà anche l'introduzione del reato di omicidio stradale». Era l'1 gennaio quando il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, in un'intervista al Tg5 fece l'annuncio. Oggi è il 31 gennaio, stamattina si è svolto il tradizionale consiglio dei ministri del venerdì, l'ultimo di gennaio, ma dell'omicidio stradale si non si sa nulla.

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    I bene informati dicono che c’è lo zampino della lobby dei medici, ai quali la nuova procedura telematica di rinnovo delle patenti prevista dall’ultima riforma del codice della strada, la legge 120 del 2010, finalmente operativa dal 9 gennaio scorso, non è andata giù.

    E in effetti, le motivazioni che hanno spinto la “Conferenza delle regioni e delle province autonome” a chiedere la proroga di un anno delle vecchie procedure (dopo che quella nuova è già entrata in vigore e dopo che lo stesso "sinedrio" delle autonomie e il ministero della salute avevano concesso, bontà loro, il preliminare e necessario via libera) non lasciano spazio a dubbi: “ulteriore burocratizzazione delle procedure, attribuendo al medico/commissione atti meramente amministrativi, come ad esempio riportare i codici a barre dei bollettini versati dall’utenza”.

    Poveri medici, "costretti" a collegarsi alla banca dati del ministero; costretti a comunicare in tempo reale la conferma di validità all’Archivio nazionale degli abilitati alla guida; costretti a inserire nella maschera informatica l’esito della visita e il codice a barre dei bollettini postali; costretti a fare una scansione della fotografia del "candidato"; costretti a maneggiare tastiera e mouse; costretti a dare un comando di invio dati e un comando di stampa della dichiarazione di avvenuta conferma che autorizza il "candidato" a guidare in attesa della consegna della nuova patente. Come se, invece, la compilazione a mano di moduli e scartoffie non fossero atti meramente amministrativi...

    E povere Asl, costrette ad acquistare un Pc e uno scanner da poche centinaia di euro (ma non dovrebbero averne in abbondanza dopo che sono trascorsi oltre 30 anni dall'inizio della rivoluzione informatica?) e a mandare in soffitta, anzi al macero, scartoffie non più presentabili in un paese appena appena decente.

    Se l’emendamento proposto dalle regioni sarà approvato dal parlamento, la vecchia, arcaica, procedura di rinnovo delle patenti, che tra l’altro dovrebbe definitivamente scomparire domani, ultimo dei 20 giorni di tolleranza concessi dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti, tornerà in pista. Almeno per un anno, poi si vedrà.

    Non so a voi, ma a me cadono le braccia (per non dire altro). Si riuscirà mai a modernizzare la pubblica amministrazione? Si riuscirà mai a semplificare la vita dei cittadini? Si riuscirà mai a scardinare prassi, consuetudini, procedure non più compatibili con la realtà delle cose? Si riuscirà mai a diventare un paese normale?

    Ne abbiamo parlato su Quattroruote di dicembre, citando il caso di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, il cui sindaco, alle prese con ingiustificate (secondo lui) richieste di risarcimento, ha firmato un'ordinanza affatto singolare: "Viste le incessanti e dubbie richieste di risarcimento danni che giungono anche a distanza di anni, si dispone che sia installato all'ingresso di Pignataro Maggiore il segnale di prescrizione massima di velocità di 20 km/h con un pannello indicativo riportante la scritta "Attenzione strade dissestate piene di insidie e trabochetti".

    A Rovigo, invece, i residenti di un quartiere residenziale a due passi dal centro si sarebbero resi "disponibili a comprare di tasca loro alcuni velobox da installare lungo la via (Viale Trieste, una strada con il limite di velocità a 30 km/h che, evidentemente, in pochi rispettano, ndr). La richiesta di riduzione della velocità", scrive rovigooggi.it, "è finalizzata per ridurre le scosse che le abitazioni subiscono ad ogni passaggio di automobili o camion a causa delle buche".

    Insomma, il ragionamento è più o meno questo: visto che le buche ci sono (ed, evidentemente, non si vogliono eliminare), si abbassano i limiti di velocità in maniera da evitare che qualcuno, finendoci dentro, possa, danneggiando la macchina, chiedere i danni al comune oppure far tremare gli edifici vicini. E poi si installa anche l'autovelox, in modo da essere sicuri che chi passa vada a passo d'uomo o, in caso contrario, incassare senza fatica un po' di soldi.

    A Fizzonasco, frazione di Pieve Emanuele, a un paio di chilometri dalla redazione di Quattroruote, dove il problema delle buche è "endemico", il comune ha installato, almeno un anno e mezzo fa, forse da più tempo, un cartello malfermo, appoggiato a terra e fissato a un palo con un fil di ferro arrugginito, sul quale si legge: "Attenzione, manto stradale dissestato - Ridurre la velocità". Altro che dissestato, le buche, su quel tratto di strada, sono sempre più grandi e profonde, dei veri e propri crateri. Lì, però, il limite di velocità non è stato abbassato, ci si "limita" ad avvisare chi passa minimizzando il problema... Un rimedio creativo come a Pignataro Maggiore e a Rovigo. Ma le buche restano. Anzi, dopo le piogge si ingrandiscono. E i pericoli aumentano.

    E dalle vostre parti a buche come state? Rimedi creativi anche lì?

    P.S. A proposito di Pieve Emanuele, qualche giorno fa è stato arrestato l'ex comandante della polizia locale Tiziano Boselli, accusato dalla procura di Milano di falso, truffa e frode informatica. Secondo l'accusa, l'ineffabile poliziotto chiamava nel suo ufficio gli automobilisti che avevano preso una multa (anche nel tratto di strada-gruviera dove ogni tanto la polizia locale fa una retata di auto in divieto di sosta) trattenendo per sé i soldi e cancellando le violazioni dal sistema informatico del comune. Pare che rilasciasse anche una regolare ricevuta...

    Di abolizione del Pra, di unificazione degli archivi automobilistici, si parla da tempo immemorabile. E sono innumerevoli i tentativi di semplificare quest'unicum tutto italiano: l'Archivio nazionale veicoli della motorizzazione civile da una parte, il Pubblico registro automobilistico dell'Aci dall'altra.

    Stavolta, però, si tratta di qualcosa di più di un tentativo. E non per il famoso "emendamento Rosato" alla legge di stabilità, quello che obbligherebbe (uso volutamente il condizionale) il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti ad adottare "misure volte all'unificazione in un unico archivio telematico nazionale dei dati concernenti la proprietà e le caratteristiche tecniche dei veicoli attualmente inseriti nel pubblico registro automobilistico e nell'archivio nazionale dei veicoli".

    Quell'emendamento, infatti, prevede, come strumento attuativo di questo obiettivo, dei provvedimenti di natura regolamentare, che, come ha giustamente osservato Maurizio Caprino sul Sole24Ore, non si vede come possano modificare norme di rango superiore, cioè le leggi che disciplinano la materia: il codice della strada e il regio decreto del 1927 che ha istituito il Pra.

    Un modo per annunciare e non fare? Forse.

    Tuttavia la stessa riforma è all'ordine del giorno del Commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, ex direttore del Dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, nominato alla delicata funzione il 23 ottobre scorso dal ministro dell'economia Fabrizio Saccomanni.

    L'attività di Cottarelli è appena iniziata e nel mirino c'è anche la "riforma motorizzazione civile-Aci", come ha scritto lo stesso commissario nel suo programma di lavoro. Non solo. Il gruppo dedicato al settore Infrastrutture e trasporti che si occuperà (anche) della questione ha già iniziato a riunirsi e a febbraio dovrebbe arrivare una sintesi della prima ricognizione sulle cose da fare.

    Si vedrà se tutto ciò si tradurrà in pratica, ma, vi confesso, sono pessimista: con riferimento alla cosiddetta spending review, infatti, la legge di stabilità appena approvata non prevede (casualmente?) alcun risparmio di spesa per il 2014.

    Chiudo citando lo stesso Cottarelli: "L’obiettivo di una spending review", disse a ottobre l'ex dirigente dell'Fmi subito dopo la sua nomina, "non è soltanto il riordino della spesa pubblica ma anche il miglioramento della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Occorrerà del tempo per raggiungere questi obiettivi ma è importante procedere rapidamente sulla strada già avviata e ottenere risultati visibili fin dall’inizio".

    Insomma, bisogna fare presto ma serve tempo. Chissà perché tutto ciò mi ricorda le "convergenze parallele"...