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AutoDifesa | il blog di Mario Rossi

    Qualche giorno fa una lettrice di Bari ci ha scritto per chiederci aiuto: aveva ricevuto un avviso bonario, di quelli che la polizia municipale a volte, non sempre, manda prima di procedere con la cartella esattoriale.

    Che cos'era successo? Il 17 febbraio 2014 la signora aveva ricevuto a casa una multa da 84 euro e l'aveva pagata con lo sconto il 24 febbraio, convinta che il sabato e la domenica non contassero nel calcolo dei cinque giorni. Purtroppo non è così, la legge parla di cinque giorni di calendario con esclusione dei soli giorni festivi.

    Insomma, dal 6° al 60° giorno bisogna pagare l'importo intero e un pagamento di importo inferiore non evita il raddoppio della multa se entro il 60° giorno non si integra la somma mancante. La legge è implacabile: per aver pagato 58,80 euro (più le spese) invece degli 84 previsti (più le spese) la signora si è vista recapitare una richiesta di pagamento di 108,70 euro.

    Della vicenda abbiamo interessato il comandante della polizia municipale di Bari, Stefano Donati. Il quale ci ha confermato ciò che avevamo già detto alla signora, cioè l'impossibilità, per l'amministrazione, di far finta che non vi fosse l'errore. Con Donati, però, abbiamo ragionato sull'enormità della cosa: per aver pagato 25 euro in meno (o, è lo stesso, con un giorno di ritardo) la signora si vede costretta a pagarne adesso quasi 109.

    E' chiaro che la legge va cambiata o, quantomeno, stemperata nella sua eccessiva severità. Ammesso che il legislatore abbia voglia di farlo, però, i tempi sono lunghi. A quel punto Donati ha avuto un'idea che non solo renderebbe meno dure le conseguenze di un banale errore ma che, ed è la cosa che mi piace di più, metterebbe finalmente la polizia al servizio del cittadino: in caso di pagamento parziale, per esempio un pagamento con lo sconto oltre il termine del 5° giorno, segnalare l'errore al cittadino ricordandogli, prima che scadano i 60 giorni, la possibilità di sanarlo per evitare il raddoppio della multa e le relative spese. Una cortesia degna di un paese civile, esempio concreto di corretto rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione.

    Donati ha avuto l'idea e si è impegnato a realizzarla a Bari (chissà, forse in qualche altro comune italiano, magari piccolo, già si fa). A me non solo fa piacere raccontarlo a voi (e così "costringere" Donati a farlo per davvero e, possibilmente, in tempi brevi), ma mi dà il pretesto per segnalarlo al legislatore, impegnato a discutere, al Senato, la riforma del codice della strada. Chissà che non si riesca a introdurre questo obbligo per tutti i comuni, anche quelli che degli errori in buona fede dei loro contribuenti approfittano senza pietà.

    Qualcuno di voi avrà senz’altro letto, su Quattroruote di febbraio, la mini inchiesta sulle spese di notifica delle multe. Non sto qui a ripetere i risultati di quel viaggio tra 60 comandi di polizia municipale (e provinciale, in alcuni casi) di tutta Italia che hanno mostrato come le spese di accertamento e notifica possano variare dai dieci euro della municipale di Genova ai 22 euro della provinciale di Bologna. Su AutoDifesa voglio invece raccontarvi il dietro le quinte, fatto di telefonate, a volte in “incognito”, di mail e persino di pec, qualche volta diventate indispensabili di fronte a un muro burocratico invalicabile.

    Una premessa: la maggior parte degli uffici ha risposto subito e in maniera cortese ed esauriente alla domanda di Quattroruote. Qualcuno, però, si è irrigidito: c’è chi ci ha chiesto perché volevamo saperlo; c’è chi ha messo le mani aventi dicendo che le spese di accertamento e notifica erano state deliberate dalla giunta e che il comando non c’entrava nulla; c’è chi ci ha risposto in burocratese.

    A questo proposito voglio citare il caso di Venezia, la cui polizia municipale ci ha scritto una mail di questo tenore: “la informo che il dato richiesto è contenuto nella delibera di Giunta n. 757 del 17.12.2010, direttamente consultabile, a norma di legge, sul sito del comune di Venezia www.comune.venezia.it alla voce /amministrazione trasparente/provvedimenti”.

    Cerchiamo il provvedimento, nel quale si dice che le spese ammontano a 10 euro più le spese postali, che in quel momento, si legge nello stesso provvedimento, ammontano a 5,60 euro ma che saranno automaticamente adeguate a seguito di aggiornamenti disposte da Poste Italiane. Siccome, appunto, nel frattempo le tariffe sono aumentate, chiediamo conferma. Confermano, ma quanta fatica (si fa per dire) per sapere che si tratta di 16.60 euro.

    Almeno loro, però, una risposta l’hanno data. Perché c’è qualcuno da cui stiamo ancora aspettando notizie. E pensare che le spese di accertamento e notifica sono indicate in tutti i verbali notificati successivamente… Se avessimo chiesto qualcosa di un po’ più impegnativo?

    Voglio iniziare l’anno dando spazio a una piccola-grande iniziativa locale che pochissimi conoscono ma che, secondo me, merita attenzione e sostegno. C’è, nella vallata del Tronto, in provincia di Ascoli, un consorzio di officine che riunisce 44 autoriparatori. Sette anni fa il Consav (Consorzio autoriparatori vallata del Tronto), così si chiama, pensò a un modo per sostenere alcune iniziative di volontariato sul territorio. Si decise di “sfruttare” il momento della revisione dei veicoli per sensibilizzare gli automobilisti su queste iniziative e, contemporaneamente, donare un euro del proprio guadagno per ogni revisione effettuata.

    Funziona così. Quando si porta la propria macchina (o la propria moto) in officina si riceve un foglio che elenca e descrive i progetti di volontariato che il Consav ha deciso di finanziare quell’anno. Chi vuole mette una crocetta sul progetto che preferisce e al termine della revisione paga la tariffa di legge, 65,70 euro. L'officina rinuncia a uno di questi euro e lo gira al Consav, che a fine anno lo dona all’organizzazione indicata dal cliente. E se un automobilista non indica alcuna iniziativa? Semplice, tutti gli euro non "assegnati" vengono distribuiti "pro quota" a tutti i progetti che si è deciso di sostenere.

    Sembra poco, ma in sette anni l’iniziativa "Da Consav revisione sicura e solidale" ha raccolto e donato circa 80 mila euro. Poche migliaia di euro per ogni Onlus, però sufficienti, in molti casi, a tenere in vita progetti di assistenza a giovani, famiglie e ammalati che, altrimenti, in qualche caso non avrebbero potuto andare avanti.

    L’anno scorso le officine aderenti hanno donato 10.642 euro, la maggior parte dei quali destinati a 3 progetti: 3 mila euro sono andati allo IOM - Istituto Oncologico Marchigiano - per il progetto "Sostegno psicologico ai malati di tumore e alle loro famiglie", 2.500 euro sono stati destinati alla Asterix per  il progetto "Spazio per giovani e famiglie in difficoltà", 2 mila all’Avpc Picena (Associazione volontari protezione civile) per il progetto "Giochiamo a fare prevenzione", rivolto a educare le nuove generazioni sui rischi presenti sul territorio.

    Tre i progetti scelti per il 2015: "Curarsi a casa", proposto dalla AIL (Associazione italiana contro le leucemie), "Guadagnare salute", proposto dall’Associazione Amici della natura, e "Il giardino magico", proposto da Unitalsi.

    E la revisione, nonostante la crisi, continua a fare rima con la solidarietà.

    p.s. Sarebbe bello se gli automobilisti, da parte loro, facessero altrettanto. Non ce ne accorgeremmo, ma la solidarietà raddoppierebbe.

    Non so quanti di voi abbiano seguito la scandalosa vicenda delle notifiche “alla milanese”, verbali notificati ai proprietari dei veicoli 140-150-160 giorni dopo la data della violazione perché gli uffici preposti non sono stati in grado di gestire l’enorme massa di fotogrammi scattati dai sette autovelox installati alcuni mesi fa in altrettante arterie della città. Migliaia di verbali che non avrebbero mai dovuto essere spediti ma che l’amministrazione ha affidato lo stesso ai messi comunali e al servizio postale forte del fatto che, tanto, la stragrande maggioranza delle persone paga la multa senza fiatare e senza nemmeno controllare che sia tutto regolare. Semplicemente perché della polizia, delle persone in divisa, si fida.

     

    Denunciammo la violazione dell’articolo 201 del Codice della strada da parte della polizia locale di Milano su Quattroruote di ottobre. Recentemente il ministero dell’Interno, a cui la Prefettura di Milano aveva chiesto un parere, ha a sua volta censurato il comune. Nel frattempo i giudici di pace e la prefettura accolgono tutti i ricorsi. Su questa vicenda mi fa piacere segnalare anche una presa di posizione di un agente della polizia locale di Milano, sindacalista del Sulpm, secondo il quale “Era necessaria una fase di rodaggio più lunga. Noi da tempo sosteniamo anche che è necessaria una verifica dei limiti di velocità, che in alcuni casi sono troppo bassi. Da agenti, ma soprattutto da cittadini, diciamo che si sta esagerando”.

     

    Qualche settimana fa un agente di polizia locale scrisse una mail a un portale professionale (poliziamunicipale.it) per denunciare che “ci sono ancora molti (non pochi) comandi di P.L. che continuano a fare cassa con un semplice stratagemma: piazzano l'autovelox sulle tangenziali, nascosto in auto di servizio posizionata dopo una cuspide di un paracarro di uscita o posizionato a terra sempre nascosto da un paracarro. E fin qui forse nulla quaestio. Ma il trucco c'è ma non si vede: non mettono il cartello mobile a terra o altrove né è presente un cartello fisso su palo. Allora ci diciamo....come cittadini ma anche come appartenenti alla categoria: Vi pare giusto? Per noi è truffa!! Poi i nostri Cittadini vengono da noi a lamentarsi di comportamenti di altri Comandi scorretti!! personalmente ho verificato anche io nel mio paese di residenza che talvolta i colleghi non mettono il cartello sulla tangenziale e chissà che cassa faranno quel giorno. Non è giusto!! Ne va anche del buon nome della nostra categoria!!”.

    Quando il dibattito politico e la difesa di legittimi interessi finiscono a schifio. Prendiamo la riforma del Pra, di cui si parla da sempre, che si prova a fare da vent’anni e che, tra l’altro, è prevista dalla legge di stabilità 2014, approvata a fine dicembre dell’anno scorso. Riforma che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi era obbligato per legge ad attuare entro l’1 marzo 2014 e che invece, nonostante un paio di tentativi del viceministro Riccardo Nencini ad aprile e a giugno, rintuzzati in extremis, è ancora di là da venire.

    Di questa vicenda si sono occupate tutte le testate giornalistiche, generaliste e specializzate, della carta stampata e televisive. Il 28 luglio scorso se ne è occupata La7, nel corso del programma “In Onda”, con un servizio e un dibattito sulle presunte pressioni finalizzate a “sabotare” la riforma (è possibile rivederlo su You Tube, basta digitare "La7, Nencini, Sticchi Damiani").

     

    Nencini: c’è un gruppo di pressione

    Va in onda il servizio. A un certo punto Nencini, dopo aver ribadito ciò che più volte aveva dichiarato, anche a Quattroruote, e cioè che “tutto dev’essere unificato sotto il tetto del ministero" e che "i soldi pubblici in avanzo devono rimanere soldi pubblici” (il Pra nel 2013 ha fatto profitti per 20 milioni di euro che sono rimasti nelle casse dell'Aci, ndr), alla domanda se vi sia “una lobby dell’Aci che frena” risponde: “Se la traduco in italiano e la chiamo gruppo di pressione, sì”. E, poco dopo: “Vedo una forma di attenzione verso Aci abbastanza disseminata in maniera orizzontale e trasversale in tutto il sistema parlamentare”.

     

    Sticchi Damiani: Nencini non ha capito niente

    Da parte sua il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani, all’accusa di “lobby più potente d’Italia”, risponde che “sono altre le lobby potenti. Noi rappresentiamo gli automobilisti”, spiegando poco dopo che, al contrario, “C’è qualcuno che spera che da questa operazione si possano creare dei vantaggi ad altri soggetti, che non è ovviamente la motorizzazione”. E concludere l’intervista con un “Nencini ci ha dato in testa. Posso dire una cosa? Perché non ha capito niente”.

     

    Nencini: applicare la legge

    Imbarazzo in studio. La conduttrice chiede al viceministro, presente in collegamento: “che cosa potete fare per sconfiggere la lobby e portare a termine la riforma?” Il vice di Lupi risponde: “applicare la norma che è prevista nella vecchia legge di stabilità. Quindi unificare sotto il ministero delle infrastrutture e dei trasporti i due registri, metterli sotto lo stesso tetto, far risparmiare agli italiani una parte della loro spesa quando chiedono un servizio di questa natura e far risparmiare alle casse dello stato non i 60-70 milioni di cui parla Cottarelli ma perlomeno la metà”. Il conduttore incalza: “lei l’ha sentito prima Sticchi, il presidente di Aci, che ha detto, riferito a lei “quello non capisce nulla”. Non c’è dialogo tra di voi oppure non vi capite?” Nencini taglia corto: “No, io ho capito benissimo, compresa l’offesa del presidente di Aci”.

     

    La parola agli avvocati

    Chiusa lì? Macché. L’indomani il viceministro annuncia di aver dato mandato ai suoi legali di verificare se vi siano gli estremi per una querela: “il presidente dell'Aci, Angelo Sticchi Damiani, con riferimento alla mia proposta - peraltro già inserita nella Legge di Stabilità - di unificare l'Archivio Nazionale dei Veicoli e l'Archivio del Pubblico Registro - ha dichiarato: 'C'e' qualcuno che spera che da questa operazione si possono creare dei vantaggi ad altri soggetti, che non e' ovviamente la Motorizzazione'''. ''Ho dato mandato ai miei legali - aggiunge Nencini - di verificare se vi siano i presupposti per una denuncia-querela per diffamazione, per una dichiarazione grave che allude a fatti non veri. Se il Presidente dell'Aci ha notizie di comportamenti impropri, faccia nomi e cognomi. Non commento le cadute di stile che lo hanno visto protagonista durante la trasmissione, ma non accetto che venga messa in discussione la mia onorabilità”.

     

    E la riforma? È rimandata. Sine die

    Nel frattempo il governo ha gettato la spugna. Quella riforma che il ministro Lupi avrebbe dovuto attuare per legge entro l’1 marzo 2014 è stata adesso congelata e di fatto delegata al parlamento con il disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione che, forse, la Camera inizierà a discutere a settembre. Che cosa dicevamo qualche tempo fa in questo stesso blog? “La riforma del Pra si farà alle calende greche”. Infatti.

    Se ne parla da decenni e da quasi vent’anni ci si prova. Ma dopo l’imprevisto e imprevedibile epilogo di venerdì scorso è lecito domandarsi se questa benedetta riforma del Pra, il Pubblico registro automobilistico istituito durante il regime fascista nel 1927, di bocciatura in bocciatura, di rinvio in rinvio, andrà mai in porto. Un percorso a ostacoli tale da convincere i pessimisti che no, nemmeno con un premier decisionista e rottamatore a palazzo Chigi le cose potranno cambiare. “Qui si parrà la nobilitate del governo”, ha scritto ieri, 16 giugno, sul Corriere della sera, in un commento di inusitata durezza, l’economista Salvatore Bragantini.
    E allora ripercorriamola questa storia ventennale, una via crucis (absit iniuria verbis) in dieci stazioni... pardon, una telenovela in dieci puntate.

    Prima puntata: 29 settembre 1995
    La prima volta ci prova in grande stile Quattroruote: “volete abrogare il regio decreto n. 436 del 1927 che istituisce il Pra?” chiede la nostra rivista ai suoi, all’epoca, 7,7 milioni di lettori. Il 29 settembre di quell’anno il quesito referendario viene depositato in Corte di Cassazione e parte la raccolta firme. Quasi un milione di italiani ce la mette. La suprema Corte, l’11 dicembre 1996, dichiara legittima la richiesta. Sembra fatta.

    Seconda puntata: 30 gennaio 1997
    Inaspettatamente la Corte costituzionale dichiara inammissibile la richiesta di referendum popolare per l'abrogazione del regio decreto-legge 15 marzo 1927 con la motivazione che “il quesito, investendo con una sola domanda più contenuti eterogenei, può generare equivoci per l'elettore, al quale non viene quindi consentita la libertà di esprimersi con chiara consapevolezza sull'unico contenuto normativo che può univocamente formare oggetto di una richiesta referendaria”.

    Terza puntata: 17 marzo 2000
    Il 17 marzo 2000 ci prova l’allora ministro dei trasporti Pierluigi Bersani (secondo governo D’Alema), con un disegno di legge che prevede l’abolizione del Pra. Scrive il ministro nella relazione di presentazione del ddl: “L'istituto giuridico del bene mobile registrato, applicato ai veicoli stradali, non trova riscontro in alcun Paese dell'Unione europea, né di conseguenza esiste, nei Paesi europei, un pubblico registro automobilistico appositamente costituito per l'iscrizione di tali beni”.
    E ancora: “Il regime della trascrizione dei contratti e degli atti indicati nel pubblico registro automobilistico e dell'iscrizione dei veicoli in entrambi i registri ha evidenziato, nel corso degli anni, gravissimi problemi quanto alla inammissibile durata delle procedure, alla complessità e onerosità degli adempimenti per gli interessati ed alla sostanziale inefficacia rispetto alla tutela degli interessi pubblici tutelati”.
    Il ddl, però, si arena in parlamento, dove se ne perdono le tracce dopo le elezioni del 2001 che consegnano la maggioranza al centrodestra di Silvio Berlusconi.

    Quarta puntata: 25 gennaio 2007
    Nel 2007 Bersani ci riprova. Il secondo governo Prodi, che pure si regge su una labile maggioranza al senato, si è insediato da poco ma sembra compatto nell’eterogeneità di una coalizione di otto diverse forze politiche che vanno dai Comunisti italiani all’Udeur. Da pochi giorni sono entrati in vigore gli incentivi alla rottamazione e per l’auto il ministro dello sviluppo economico ha in mente altri provvedimenti.
    Il 25 gennaio Bersani vara una lenzuolata di liberalizzazioni che prevede, tra l'istituzione delle parafarmacie e l'abolizione dei costi di ricarica telefonica, la soppressione del Pubblico registro e una miniriforma dell'Rc auto. Il testo va in parlamento, supera lo scoglio delle commissioni, ma si infrange sulla diga dell’aula, dove parecchi deputati, molti della maggioranza, si mettono di traverso.

    Quinta puntata: 12 giugno 2007
    L’articolo sul Pra viene stralciato dall’aula di Montecitorio. Commenta l’allora presidente della Confindustria e della Fiat Luca Cordero di Montezemolo dopo l’approvazione del decreto “mutilato”: "Si sono fatti troppi passi indietro e questo dimostra la mancanza di cultura del mercato in molti esponenti del governo e dell'opposizione. Quando leggo che si dibatte ancora sul Pubblico registro automobilistico lo trovo molto triste".

    Sesta puntata: 16-17 dicembre 2013
    Nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2013 il blitz. Un emendamento alla legge di stabilità firmato dal deputato Ettore Rosato (Pd) stabilisce che "su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti sono adottate misure volte all'unificazione in un unico archivio telematico nazionale dei dati (…) attualmente inseriti nel pubblico registro automobilistico e nell'archivio nazionale dei veicoli".
    Il 24 dicembre la legge è approvata e il 30 dicembre è pubblicata sulla gazzetta Ufficiale. Da quel momento scattano i 60 giorni che la legge concede al ministro Maurizio Lupi per adottare le “misure” di cui parla la legge. Il termine dell’1 marzo passa e non accade nulla.

    Settima puntata: 16-18 aprile 2014
    È il 16 aprile, due giorni prima del consiglio dei ministri del 18. Nella bozza del cosiddetto decreto legge sulla spending review c’è un articolo sulla “Registrazione della proprietà dei veicoli” che attua ciò che era previsto dalla legge di stabilità: “All’Archivio nazionale dei veicoli (della motorizzazione civile, ndr) sono trasferiti tutti i dati contenuti negli archivi magnetici (del Pra, ndr)”.
    Non solo. Nella bozza si prevede anche che “Il personale dell’Automobile Club d’Italia, già adibito al funzionamento del Pubblico registro automobilistico, è trasferito nei ruoli del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti”. Insomma, il Pra viene completamente svuotato.
    Il 18 aprile il ddl entra in consiglio dei ministri con la riforma del Pra e ne esce senza.
    Sconcerto tra osservatori e addetti ai lavori ma fonti governative minimizzano: lo stesso articolo, spiegano, finirà, più coerentemente, in un provvedimento sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione a cui il governo starebbe già lavorando.
    In un'intervista pubblicata sul numero di maggio di Quattroruote (in edicola a fine aprile), il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, dichiara che "l'obiettivo è chiudere entro giugno".

    Ottava puntata: 30 aprile 2014
    Il 30 aprile, al termine del consiglio dei ministri, anticipato di due giorni rispetto alla consuetudine del venerdì causa ponte del 1° maggio, il premier, Matteo Renzi, annuncia con una certa enfasi lo “Sforbicia Italia”, cioè un intervento di profonda riorganizzazione della pubblica amministrazione che conterrà anche, parole sue, l’“Accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione Civile".
    Si tratta solo di un annuncio, spiega il presidente del consiglio, perché si vuole dare tempo a tutti, stakeholder e cittadini, di dire la loro. Il premier fissa l’appuntamento successivo il 13 giugno affermando che vi sarà “un mese di dibattito culturale su questi temi. Si può discutere quanto si vuole ma poi alla fine si decide, perché se si discute solo per discutere siamo al bar dello sport. Il conto alla rovescia", taglia corto, l’ex sindaco di Firenze, "è iniziato. Il 13 giugno si decide".
    Il 25 maggio il viceministro Riccardo Nencini, in un'intervista a Quattroruote, si sbilancia: "L’unificazione degli archivi si farà sotto il tetto del ministero delle Infrastrutture".

    Nona puntata: 11-13 giugno 2014
    L’11 giugno, due giorni prima del consiglio dei ministri decisivo, circola una bozza di disegno di legge di riforma della pubblica amministrazione che prevede, ancora una volta, la nascita dell’Archivio unico dei veicoli al ministero delle Infrastrutture, ma non solo. Strada facendo, il provvedimento si è ingrossato fino a prevedere anche l’abolizione del superbollo e dell’Ipt e l’istituzione della nuova Imposta regionale di immatricolazione.
    L’indomani circola una nuova bozza che addirittura prevede l’abolizione tout-court del Pra. Sono ore convulse in cui, riferiscono alcuni addetti ai lavori, si combatte una furibonda battaglia tra opposti interessi.
    Il 13 giugno in Consiglio dei ministri entra un testo che conferma l’immediata abolizione del Cdp, dell’Ipt e del superbollo, che istituisce l’archivio unico, che svuota il Pra delle sue funzioni e che lo abolisce l’1 luglio 2017.
    Tre ore dopo, al termine del Consiglio dei ministri, della riforma amministrativa del settore automobilistico non c’è più traccia. Alcuni quotidiani riferiscono, l'indomani, di uno scontro tra Renzi, favorevole all’abolizione del Pra, e Lupi, favorevole al mantenimento del doppio registro pur con un documento unico.
    Fonti governative, nei giorni successivi, minimizzano e spiegano a Quattroruote che, più coerentemente (di nuovo!), tale riforma troverà spazio in un decreto ad hoc su infrastrutture e trasporti che però, a causa della congestione di provvedimenti attualmente all’esame del parlamento, non potrà essere approvato prima di fine luglio.

    Decima puntata: 25 luglio 2014?
    L’ultimo venerdì di luglio è il 25, una data storica. Se fosse vero ciò che affermano le fonti governative interpellate da Quattroruote, quel giorno, sette mesi dopo l’approvazione della legge di stabilità, vedrà la luce, con un decreto-legge, la riforma Pra-Motorizzazione.
    Le stesse fonti, peraltro, non confermano l’architettura del provvedimento contenuta nelle ultime bozze, limitandosi a dire che “si arriverà al documento unico”. Quelli che di solito pensano male (ma che quasi sempre ci azzeccano), evidenziano che un provvedimento approvato dal governo il 25 luglio potrebbe essere pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 28 luglio. In quel caso il dl dovrebbe essere convertito, pena la sua decadenza, il 26 settembre.
    Insomma, già ci sono difficoltà a mettere nero su bianco la riforma, se poi ci si mette di mezzo anche la pausa estiva dei lavori parlamentari…

    Torno a parlare di Pra perché l’argomento è parecchio caldo. Nei prossimi giorni, infatti, il governo farà finalmente sapere cosa intende fare, dopo tanti annunci e dichiarazioni, del Pubblico registro automobilistico, del certificato di proprietà, del concetto di bene mobile registrato e, soprattutto, degli emolumenti, i 27 euro che dobbiamo pagare all’Aci ogni volta che si acquista un’auto. Il nodo della questione, insomma, è anche economico. Vediamo perché analizzando i numeri.

    Emolumenti su del 18%

    Partiamo dagli emolumenti e diritti, la fonte più importante di ricavi del Pra. La boccata d’ossigeno, anzi il vero e proprio salvataggio, per iniziativa, poco più di un anno fa, del dimissionario governo Monti, tra l’altro a legislatura già iniziata, ha ampiamente raddrizzato, come previsto, il bilancio 2013 del Pubblico registro automobilistico.

    I ricavi derivanti da emolumenti e diritti sono infatti aumentati da 155,25 a 183,59 milioni di euro, il 18,3% in più rispetto al 2012 nonostante le relative pratiche siano diminuite del 4,6% rispetto all’anno precedente.

    Il bilancio 2013 dell’Aci, l’ente che gestisce il Pra, mette inoltre in evidenza un’ancor più forte crescita, in termini percentuali, dei ricavi da visure, pari a 11,12 milioni di euro, il 50,3% in più rispetto ai 7,4 milioni del 2012. Anche in questo caso, spiega l’ente di via Marsala nel documento, l’incremento è “legato all'adeguamento della tariffa del Pra”.

    La svolta a partire dal 2 aprile 2013...

    Giova peraltro evidenziare che gli incrementi tariffari contenuti nel decreto del ministero dell’Economia del 21 marzo 2013 con l’obiettivo di “garantire l'autonomo equilibrio economico-finanziario del servizio, in rapporto ai costi effettivamente sostenuti per l'espletamento dello stesso", sono entrati in vigore solo il 2 aprile. E che, quindi, hanno avuto un impatto solo su nove dei dodici mesi dell’esercizio 2013, anno in cui, peraltro, le prime iscrizioni al Pubblico registro sono diminuite del 9% e i trasferimenti di proprietà dell’usato sono diminuiti dello 0,73%.

    Sono crollati, invece, i compensi percepiti per la riscossione, per conto delle province, dell'Ipt. Tale attività, infatti, per effetto dello stesso decreto, dal 2 aprile 2013 viene svolta gratuitamente. L'anno scorso l'ente ha percepito 5,3 milioni di euro rispetto ai 15,1 del 2012 (-74%).

    Insomma, la manovra dell’allora ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha funzionato, anche se non si può non notare come nonostante l’incremento tariffario, la principale fonte di ricavi, cioè gli emolumenti e le tariffe, che lo ricordiamo, sono direttamente legati al mercato del nuovo e dell’usato, in crisi da anni, siano praticamente tornati ai livelli del 2010, anno in cui furono pari a 184,93 milioni.

    ...e i conti tornano in nero

    A livello di gestione complessiva del Pubblico registro, infine, il 2013 si è chiuso con un risultato operativo lordo positivo per 20,26 milioni di euro, derivante dal un valore della produzione pari a 215,3 milioni e da costi della produzione pari a 195 milioni. Rispetto al 2012 il risultato operativo lordo è aumentato di ben 43,13 milioni, passando da un “rosso” di 22,87 milioni a un “nero” di 20,26, risultato di un valore della produzione aumentato da 199,97 a 215,3 milioni (+12,1%) e di costi della produzione diminuiti da 214,84 a 195 milioni (-9,2%). L'utile netto, invece, è pari a 13,86 milioni rispetto a una perdita, nel 2012, di 29,71 milioni:

    E il 2014 sarà ancor più ricco

    Per quanto riguarda, infine, il 2014, l’ente di via Marsala prevede che i ricavi da formalità e certificazioni aumenteranno a 207,86 milioni di euro (+13,2%), sulla base del medesimo volume di formalità previste a fine 2013. “L’incremento rispetto all’anno precedente”, si legge nel documento “Budget 2014”, “è dovuto interamente agli effetti della nuova tariffa sull’intera annualità, mentre nel 2013 la stessa ha trovato applicazione soltanto a partire dal mese di aprile”.

    Tutto ciò a parità di perimetro, ma considerando che il mercato è in leggera ripresa (+3,15% le immatricolazioni di auto nuove nei primi cinque mesi), nelle casse del Pra, cioè dell’Aci, potrebbero entrare un bel po' di soldi in più.

    A livello di gestione complessiva e con le stesse cautele sopra evidenziate, l’Aci prevede che il Pra chiuda il 2014 con un valore della produzione pari a 222,14 milioni (+3,2%) e un costo della produzione di nuovo in salita a 199,14 milioni (+2,1%). Per un risultato operativo lordo ancor migliore del già ottimo 2013, pari a 23 milioni.

    Era il 16 aprile e nel cosiddetto “decreto spending review” il governo, dopo 87 anni dalla sua istituzione, dopo cinquant’anni di polemiche sulla sua utilità e un paio di tentativi (falliti) di abolizione da parte dell’allora ministro Pierluigi Bersani negli anni 2000, aveva di fatto soppresso il Pra.

     

    Otto punti chiave

    Nel capitolo sulla “riorganizzazione di pubbliche amministrazioni”, infatti, c’era un articolo sulla “Registrazione della proprietà dei veicoli”, l’articolo 14, che in estrema sintesi stabiliva i seguenti principi:

    1. “Le funzioni relative alla registrazione della proprietà degli autoveicoli ... sono svolte dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti” (anziché dal Pra, ndr);

    2. “Il personale dell’Automobile Club d’Italia, già adibito al funzionamento del Pubblico registro automobilistico, è trasferito nei ruoli del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti”;

    3. “All’Archivio nazionale dei veicoli (della motorizzazione civile, ndr) sono trasferiti tutti i dati contenuti negli archivi magnetici (del Pra, ndr) destinati al popolamento di apposita sezione dell’archivio stesso”;

    4. “Nella carta di circolazione ... sono annotati i dati relativi alla proprietà degli autoveicoli, dei motoveicoli e dei rimorchi”;

    5. “Entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente decreto, con decreto del ministero dell’Economia e delle finanze, sono individuate le tariffe relative alle operazioni derivanti”;

    6. “Nelle more dell’emanazione del decreto ... resta in vigore l’attuale sistema tariffario” (pari a 27 euro di “Emolumenti Pra” più 9 euro di “diritti motorizzazione”, ndr).

    7. “L’attuazione delle disposizioni ... comporta un risparmio di spesa pari ad almeno 60 milioni di euro all’anno a decorrere dall’anno 2015” (derivanti dalla differenza tra i ricavi del Pra, pari a circa 190 milioni pagati ogni anno dagli automobilisti, e il suo costo, pari a circa 130 milioni, ndr);

    8. “Con deliberazione dell’Assemblea ... l’Automobile club d’Italia, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, adegua il proprio statuto”.

     

    Una “manina” misteriosa

    Tutto chiarissimo, tutto nero su bianco. L’indomani, però, accade qualcosa di strano. Una “manina”, come si suol dire in questi casi, cancella l’articolo 14 dal decreto legge, che infatti il 18 aprile entra in consiglio dei ministri “mutilato” nella parte che prevede il passaggio del Pra alla Motorizzazione e, di fatto, la sua scomparsa con il trasferimento all’Archivio nazionale veicoli di tutti i dati in esso contenuti. Il provvedimento “mutilato” viene approvato dal governo e il 24 aprile il decreto legge n° 66 è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale con il titolo “Misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale”.

     

    La “giustificazione” del governo

    In quei giorni ambienti governativi giustificano la “misteriosa” scomparsa dell’articolo 14 con il fatto che è in preparazione uno specifico provvedimento di riorganizzazione della pubblica amministrazione e che, più coerentemente con la materia, i contenuti dell’articolo 14 sarebbero finiti pari pari lì. Infatti il 30 aprile il presidente del consiglio, Matteo Renzi, annuncia il decreto “Sforbicia Italia” che, tra le altre cose conterrà anche “l’accorpamento di Aci, Pra e Motorizzazione”. L’annuncio sconcerta gli addetti ai lavori perché non si capisce cosa, ciò che ha detto il premier, voglia dire. Peraltro sconcerta anche il fatto che in realtà quel provvedimento sia solo annunciato. Il testo, infatti, arriverà solo il 13 giugno, ben 44 giorni dopo...

     

    Nencini tranquillo: “Il Pra finirà alla Motorizzazione”

    Nel frattempo, però, il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, in un’intervista a Quattroruote, ribadisce ciò che ci aveva detto a febbraio l’allora sottosegretario Erasmo D’Angelis: “l’unificazione degli archivi si farà sotto il tetto del ministero delle Infrastrutture. Non solo perché è giusto così, ma perché ciò è corretto considerando la rilevanza dei dati tecnici, giuridici e amministrativi dei veicoli”.

     

    Gli equilibri dopo il voto europeo

    Si vedrà che cosa accadrà nelle prossime tre settimane. Le indicazioni che lunedì arriveranno dalle urne, in particolare sui rapporti di forza all’interno della maggioranza, potrebbero infatti influire anche sulla direzione che prenderà la riforma, visto che il Pd del viceministro Riccardo Nencini appare determinato a portarla avanti come stabilito poco più di un mese fa, mentre l’Ncd del ministro Maurizio Lupi appare molto più prudente.

     

    L'ipotesi emendamento al decreto Spending review

    Oltre agli equilibri all’interno della maggioranza (e nelle stanze del ministero di piazza di porta Pia), sullo scacchiere su cui si sta giocando la partita del Pra aleggia sempre l’ombra di un blitz parlamentare del gruppo del Pd, tentato dal ripresentare l’articolo 14 sotto forma di emendamento al decreto sulla spending review, attualmente all'esame del Senato. Tutto ciò mentre nei corridoi dei palazzi del potere ferve, ovviamente, il lavorio delle lobby...

    Fortuna, si fa per dire, ha voluto che i fondi stanziati l’anno scorso siano rimasti inutilizzati nelle casse dello stato. E che, quindi, siano stati dirottati a rimpinguare la dotazione per il 2014. E fortuna, sempre si fa per dire, ha voluto che il flop del 2013 abbia indotto i tecnici ministeriali a rimodulare la ripartizione delle risorse, cioè ad allargare le maglie d’accesso ai bonus.

    Sicché un minimo risultato è stato ottenuto. Rispetto ai 4,5 milioni dell’anno scorso, adesso i fondi a disposizione di tutte le categorie di acquirenti (quindi anche i privati) e senza obbligo di rottamazione di un veicolo ultradecennale sono saliti a 31,7 milioni, sette volte tanto. Un piccolo tesoretto. Che però, verosimilmente, non basterà a soddisfare tutti.

    Lo scorso anno i 4,5 milioni di euro finirono in poche ore. Quest’anno, considerata la maggiore dotazione e anche il fatto che l’operazione partirà quasi due mesi più tardi, dovrebbero durare un po’ di più. Una settimana? Qualche settimana?

    D’altro canto, i 31,7 milioni riservati alle imprese (con obbligo di rottamazione), resteranno lì, nelle casse dello stato, quasi del tutto inutilizzati (troppo stringente l’obbligo della demolizione di un veicolo ultradecennale, per non parlare dello scarso interesse delle imprese per veicoli elettrici, ibridi e a gas), pronti a integrare lo stanziamento 2015. Sperando che tra un anno, l’ultimo previsto dalla legge varata dal governo Monti nell'estate 2012, le maglie siano state ulteriormente allargate.

    Resta sullo sfondo la solita (retorica?) domanda: a prescindere dall’ “architettura” dell’operazione, ha senso insistere con la formula dell’incentivo economico? Oppure non sarebbe preferibile, se proprio incentivo all'elettrico e all'ibrido dev'essere, utilizzare la leva fiscale?

    Sono più di 2 milioni le scatole nere installate in Italia, ben 800 mila in più rispetto a fine 2012. La notizia è sorprendente perché questa crescita, ancorché (moderatamente) incentivata a livello tariffario, è avvenuta spontaneamente, a dispetto di chi non perde occasione per dire che tutti i dati rilevati dalla black box possono, all'occorrenza, essere utilizzati contro di te.

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