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AutoDifesa | il blog di Mario Rossi

    Non c’è niente da fare. Ogni volta pensi che si sia raggiunto il limite, che non sia possibile imbattersi in una storia più assurda. E invece ogni volta, sistematicamente, l’asticella si alza, il limite viene superato, l’assurdità tocca nuovi record. Non ci credete? Tenetevi forte (vi avverto, è una storia un po’ lunga ma, secondo me, merita di essere letta).

    Il 7 luglio 2008 una macchina viene “beccata” da un autovelox gestito dalla Polizia provinciale di Bologna per aver superato il limite di velocità di oltre 10 ma non oltre 40 km/h. Qualche tempo dopo il relativo verbale, che prevede una sanzione di 148 euro più spese, è notificato al proprietario dell’auto, il signor A.A.. Che c’è di strano? Che il signor A.A. all’epoca del fatto non era proprietario dell’auto, avendola acquistata solo il 30 luglio 2008.

    In questi casi in un paese normale il comando di polizia, accertata la veridicità di quanto affermato, carte alla mano, da un cittadino, gli porge le proprie scuse e rinotifica il verbale all'effettivo responsbile.

    Invece, siccome siamo in Italia, il signor A.A. è “costretto” a fare ricorso al Giudice di pace. Il ricorso viene depositato il 7 settembre 2008 (l’udienza si terrà un anno e mezzo dopo, il 12 marzo 2010).

    Nel frattempo, l’8 novembre 2008, l’implacabile (e ineffabile) Polizia provinciale di Bologna accerta, sempre a carico del signor A.A., la violazione dell’articolo 126 bis, “per non aver comunicato le generalità del trasgressore” in relazione al verbale precedente.

    Ma come? Si chiede il signor A.A... Io non solo non ero proprietario dell’auto con cui è stata commessa la violazione, ma ho anche fatto ricorso… E la presentazione del ricorso, si sa, sospende il procedimento... Macché, la Polizia provinciale di Bologna se ne infischia.

    Il 12 marzo 2010 il ricorso del signor A.A. è ovviamente accolto. Non solo. Com'è giusto, il magistrato onorario condanna la Provincia di Bologna al pagamento delle spese di giudizio e per lite temeraria.

    Tutto bene? Figuriamoci. La Provincia decide, nientemeno, di presentare appello in tribunale. Evidentemente l’amministrazione felsinea ha tempo da perdere, soldi da spendere e, immaginiamo, prova un sottile piacere nel vessare un povero cittadino già ingiustamente multato.

    Incredibilmente il 7 giugno 2012 il Tribunale di Bologna accoglie l’appello, confermando la legittimità del verbale di violazione dell'articolo 126 bis. Meravigliosa la sentenza del giudice, secondo il quale essendo il signor A.A. proprietario dell'auto al momento della notifica del primo verbale (ma che c'entra la notifica?), pur avendo presentato ricorso, avrebbe comunque dovuto ottemperare all’invito dell’autorità facendo presente di non essere in grado di fornire i dati richiesti, avendo acquistato il veicolo in epoca successiva alla violazione “prodromica”. Insomma, secondo il giudice il signor A.A. dev'essere sanzionato per aver violato l'articolo 126 bis del Codice della strada, quello che obbliga il proprietario di un veicolo con cui sia stata commessa una violazione che prevede perdita di punti a comunicare al comando di polizia le generalità del trasgressore. Anche se il giorno della violazione non era proprietario del veicolo. Anche in pendenza di un ricorso. Meraviglioso!

    Il signor A.A. non ci sta e presenta ricorso per cassazione. La Suprema corte, con sentenza depositata il 24 febbraio 2016, gli dà nuovamente ragione, sottolineando come il tribunale abbia “erroneamente individuato il proprietario con riferimento al momento della notificazione della violazione principale e non, invece, a quello della commessa violazione, come invece avrebbe dovuto, "momento in cui, come sarebbe stato facile accertare per l'autorità procedente in base alla semplice consultazione dei registri pubblici, il A.A. non aveva ancora acquisito la proprietà del veicolo". Ovvio.

    Giustizia è fatta. La Suprema corte cassa la sentenza del tribunale e condanna la Provincia di Bologna, nel frattempo diventata Città metropolitana, al pagamento delle spese dei tre gradi di giudizio, quantificate in 1.600 euro.

    Non so voi, ma io penso che in un paese appena appena decente qualcuno prenderebbe provvedimenti nei confronti di quel funzionario dell’amministrazione provinciale che non solo ha vessato ferocemente un cittadino palesemente innocente, ma che ha fatto perdere ad altri funzionari il tempo di tre gradi di giudizio, ha fatto spendere all’amministrazione il costo di tre gradi di giudizio e ha fatto condannare la provincia, pardon la Città metropolitana, al pagamento delle spese sostenute dal signor A.A. e dall'amministrazione giudiziaria per tre gradi di giudizio.

    Ho stentato a crederlo, visto lo stato pietoso delle strade che percorro abitualmente (ma anche occasionalmente). Però sono dati ufficiali e, fino a prova contraria, vanno presi per buoni. Nel 2015 i comuni hanno speso di più, parecchio di più, rispetto al 2014, in manutenzione stradale. Nell’anno appena concluso la “Spesa sostenuta per l'acquisizione e la manutenzione straordinaria (diretta a ripristinare o aumentare il valore originario) delle vie di comunicazione”, voce di spesa che comprende anche “piste ciclabili, semafori, segnaletica stradale, marciapiedi, impianti di illuminazione e parcheggi” è aumentata del 16,7% rispetto al 2015 sfiorando i 2,28 miliardi di euro rispetto agli 1,95 miliardi del 2014.

    Da notare, tra l’altro, che la spesa è di gran lunga superiore agli incassi per multe, fermi, si fa per dire, ad appena 1,29 miliardi. Tra l’altro nel 2015, come avrete letto su Quattroruote di marzo, i ricavi dalle sanzioni amministrative dei comuni sono aumentati appena del 2,5%. Insomma, se sono veri i dati che le amministrazioni inseriscono nella banca dati, e, ripeto, non abbiamo motivo di dubitarne, i comuni, nel loro complesso, spendono in manutenzione stradale (al netto, ovviamente, dagli investimenti nella realizzazione di nuove opere) una cifra di gran lunga superiore, circa un miliardo di euro in più, di quanto ricavano dalle sanzioni. Logico, ma chi l’avrebbe detto?

    p.s. Che questa somma sia sufficiente o anche solo "efficace" è, ovviamente, un altro paio di maniche...

    Era l'11 aprile del 2008. Era un venerdì, ma non un venerdì qualsiasi: era l’ultimo giorno di campagna elettorale. Tre giorni dopo Silvio Berlusconi avrebbe vinto le elezioni politiche per la terza volta. Quella sera, durante un dibattito in diretta Tv, l’ex cavaliere annunciò l’abolizione del bollo auto, la tassa più odiata dagli italiani. L'operazione avrebbe dovuto concretizzarsi, così disse, entro metà legislatura, cioè entro l’autunno del 2010. Un bel colpo di teatro, non c’è che dire. Peccato che, come quasi sempre accade dalle nostre parti, quella promessa non sia mai stata mantenuta.

    Del resto non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che l’ipotesi di riformare o eliminare l’odiosa tassa automobilistica faceva capolino. Prima a occuparsene fu Quattroruote, con la duplice, anzi la triplice battaglia condotta dal nostro fondatore, Gianni Mazzocchi, tra il 1967 e il 1970. La prima per l’abolizione tout-court della tassa. Poi , consapevole che lo Stato non avrebbe potuto rinunciare al tesoretto che gli garantiva il bollo, Mazzocchi chiese dapprima di riformarne il sistema di calcolo, un astruso meccanismo basato sui cavalli fiscali, un’invenzione italiana del 1927 ispirata alle caratteristiche di una vettura del 1912, la Fiat Zero, che teneva conto del numero di cilindri e della cilindrata unitaria (!); in seguito propose di sostituire il bollo con un’addizionale sulla benzina, una soluzione che avrebbe eliminato l’evasione e le code agli sportelli, che avrebbe fatto risparmiare lo stato tagliando fuori l’allora gestore della riscossione e che avrebbe introdotto un principio di equità (più strada fai, più consumi, più paghi) e un meccanismo virtuoso (un oggettivo incentivo a risparmiare carburante). Inutile dire che non se ne fece nulla.

    A un certo punto, erano gli anni 90, in parlamento spuntò addirittura l’ipotesi di legare il bollo all’Rc auto. In pratica si pensò che si poteva abolire la tassa compensandola con un aumento dell’imposta sull’assicurazione. Una riforma che avrebbe eliminato un’incombenza ma certamente non l’evasione né avrebbe introdotto un principio di equità.

    Adesso pare che abbia intenzione di riprovarci il governo Renzi. Secondo alcune indiscrezioni la tassa automobilistica sarebbe nel mirino del presidente del consiglio, che nella prospettiva della fine della legislatura (primavera del 2018) vorrebbe ripetere l’operazione Imu prima casa. C'è un problema: il gettito del bollo non va allo Stato, bensì alle regioni. In totale si tratta di quasi 6 miliardi di euro, un buco che le autonomie non possono permettersi, nemmeno concedendo loro più ampi margini d'intervento sull'addizionale Irpef (che nel 2015 ha prodotto un gettito di 11,3 miliardi di euro). E che quindi lo Stato, nel caso in cui il governo decidesse di intervenire in questa direzione, dovrebbe compensare drenando risorse da qualche altra parte per poi girarle alle regioni.

    Insomma, il percorso verso l’abolizione della tassa appare irto di difficoltà (in questi anni non si è nemmeno riusciti ad abolire l'ormai inutile, in termini di gettito, superbollo...). Più facile, semmai, immaginare una riforma all’insegna dell’equità come quella dell'addizionale sui carburanti immaginata da Gianni Mazzocchi.

    Un intervento, comunque, appare necessario, visto che l’ultima riforma, quella del 2006 che introdusse una (minima) progressività della tassa in funzione della classe di emissioni, parte dall’Euro 4. Nel frattempo sono arrivate l’Euro 5 e l’Euro6, ma il legislatore, fortunatamente, non se n’è accorto.

    C’è un luogo comune secondo cui le forze di polizia da qualche anno non fanno più posti di blocco, non fermano più le auto in marcia affidandosi quasi esclusivamente alle apparecchiature elettroniche di controllo stradale. Insomma, secondo la vulgata si lascia che le violazioni, tipicamente la velocità (ma, in ambito urbano, anche il passaggio con il rosso), siano commesse per punirle mesi dopo sulla base di una fotografia.

    Può darsi che sia così per le polizie locali, ed è paradossale perché dovrebbero essere quelle più attive nel presidiare il territorio. Di certo non è così per i Carabinieri. Guardavo il consuntivo 2015 dell’”attività contravvenzionale” dell’ex arma, da qualche anno elevata al rango di Forza armata, e mi ha colpito il numero davvero basso di verbali di violazione dell’articolo 142, quello sui limiti di velocità: appena 1.585, lo 0,2% di tutte le contravvenzioni fatte dai militari in Italia, poco meno di 800 mila (799.680 per la precisione, l’1,76% in meno rispetto al 2014). Oltretutto le multe per eccesso di velocità sono diminuite, nel 2015, del 14,7% rispetto all'anno precedente.

    Non solo. Questa violazione non compare nemmeno nella top ten delle multe, guidata da tre infrazioni che possono essere accertate solo controllando i documenti di circolazione. La violazione più contestata dai Carabinieri, infatti, è stata il mancato possesso dei documenti di circolazione e guida (tipicamente la carta di circolazione, la patente, il contrassegno assicurativo), ben 156 mila multe, praticamente una su cinque tra tutte quelle fatte dai militari.

    Seguono la mancata revisione (129 mila verbali) e la mancata copertura assicurativa, quasi 86 mila contravvenzioni. Da notare che tutte e tre queste violazioni risultano in sensibile calo, soprattutto l’articolo 193 (circolazione senza copertura assicurativa o con documenti assicurativi falsi, -13,3%).

    Insomma, almeno l’Arma a bordo strada, paletta in mano, continua a esserci. I Carabinieri ci mettono la faccia. E scoprono una valanga di macchine non in regola e di guidatori senza documenti. Meno male.

    Sembrava una formalità, il 21 gennaio scorso, l’approvazione definitiva della proposta di legge di iniziativa parlamentare sull’omicidio stradale. E invece alla Camera c'è un colpo di scena: su uno dei due emendamenti proposti dall’opposizione la maggioranza (e il governo, che aveva espresso parere contrario) va sotto. La modifica è minima, non intacca l’impianto della norma, ma il testo deve necessariamente tornare al Senato per la quinta lettura.

    Sembra questione di giorni, giusto il tempo tecnico per un veloce passaggio in commissione Giustizia, che effettivamente lo approva senza ulteriori modifiche il 28 gennaio, e poi il voto (scontato?) dell’aula. E invece del provvedimento si perdono le tracce. Passa una settimana e non accade nulla. Ne passa una seconda e non succede niente. Inizia la terza e nel calendario dei lavori dell’aula fino al 25 febbraio dell’omicidio stradale non v’è traccia.

    Mistero? In realtà una spiegazione "ufficiale" ci sarebbe: Palazzo Madama è impegnato nella discussione sulle unioni civili. E non ha tempo, in questo momento, per mandare in Gazzetta Ufficiale una legge di cui si parla da anni, che l’opinione pubblica chiede a gran voce, abbondantemente masticata, anzi ormai digerita, dallo stesso parlamento (incardinata nel 2013, approvata dal Senato il 15 giugno 2015, approvata con modificazioni dalla Camera il 28 ottobre 2015, approvata con modificazioni dal Senato il 10 dicembre 2015, approvata con modificazioni dalla Camera il 28 gennaio 2016).

    In effetti, sfortuna ha voluto che l'omicidio stradale abbia incontrato sulla sua strada uno dei più complessi e controversi provvedimenti dell’intera legislatura, quello sulle unioni civili, un testo attorno al quale da settimane ci si sta accapigliando, non solo nelle stanze del Senato.

    E sfortuna (?) ha voluto che non vi sia stato (finora) modo, tra l'ufficio di presidenza e la conferenza dei capigruppo, di inserire l'omicidio stradale nel calendario dei lavori. Non sia mai, troppo difficile trovare uno “strapuntino”, giusto un paio d’ore, per l’ultimo voto...

    A meno che (a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre), vista l'aria che tira a Palazzo Madama e considerati i risicati margini della maggioranza, tra le fila del Pd non si sia pensato che, forse, è meglio aspettare che le acque della politica si calmino un po'. L’omicidio stradale, in fondo, può attendere.

    Avrete sicuramente letto la notizia della depenalizzazione della guida senza patente, un (ex) reato che in passato era stato già depenalizzato e poi ripenalizzato. Dal 6 febbraio guidare un ciclomotore, un motoveicolo, un autoveicolo o una macchina agricola senza essere munito di patente perché mai conseguita oppure perché la patente precedentemente posseduta era stata revocata non sarà più reato ma illecito amministrativo, punito con una multa di 5.000 euro e il fermo amministrativo del veicolo per tre mesi (ma alla seconda violazione in due anni è previsto l’arresto fino a un anno e la confisca amministrativa del veicolo). Giusto? Sbagliato? Difficile dirlo, anche visto l’ondivago orientamento del legislatore nel tempo.

    La cosa davvero incredibile, però, è che chi sarà beccato senza patente si prenderà sì una bella multa da 5 mila euro, ma potrà usufruire dello sconto del 30% previsto per chi paga entro cinque giorni. Da notare, anche, che per effetto della depenalizzazione chi è già stato condannato per il reato di guida senza patente in passato avrà la completa cancellazione degli effetti penali. Per i procedimenti ancora in corso, invece, i giudici trasmetteranno gli atti alle Prefetture che inviteranno i responsabili a pagare una sanzione amministrativa che estingue il procedimento. Insomma, un bel colpo di spugna. Con lo sconto.

    Quando si dice un’amministrazione al servizio del cittadino. Qualche giorno fa il ministero dell’interno ha emanato una circolare con la quale precisa che “nei pagamenti tramite conto corrente e bonifico bancario ovvero con altri strumenti di pagamento elettronico, l'effetto liberatorio per il pagatore, e quindi la definizione del verbale, si ha alla data di accredito dell'importo sul conto dell'organo di polizia stradale” e non dalla data in cui tale pagamento è effettuato, come logica e giustizia vorrebbero.

    Insomma, il termine di 60 giorni dalla notifica del verbale (o di cinque giorni per usufruire dello sconto del 30%) non è esattamente di 60 giorni se si decide di pagare, ammesso che si possa, con un bonifico bancario o, chessò, con la carta di credito. In quel caso, infatti, il termine si accorcia del tempo necessario all’accredito della somma sul conto corrente della polizia. Giorni che, però, non sono necessariamente noti al “trasgressore” e che, peraltro, possono variare a seconda dello “strumento elettronico di pagamento” o di chi lo gestisce. Insomma, un termine a geometria variabile, che però il cittadino non conosce.

    Delle due l’una. O si tratta di un indiretto (involontario?) favore a Poste Italiane per incentivare il classico versamento postale oppure si tratta di una, l’ennesima, trappola per i cittadini. I quali, certo, sono avvisati, ma chissà quanti non lo sanno e non lo sapranno. O meglio, lo sapranno due o tre o quattro anni dopo, quando, con loro grande sorpresa, riceveranno una cartella esattoriale, pari all’importo della multa già pagata (il doppio della sanzione detratto l’importo versato) più, ovviamente spese e maggiorazioni varie. Perché? Per aver pagato la multa rigorosamente nei termini, ma con pagamento elettronico, cioè con valuta per il beneficiario oltre il sessantesimo (o quinto in caso di sconto) giorno.

    Un classico esempio di amministrazione, moderna, efficiente e, soprattutto, al servizio del cittadino. Chapeau.

    Vietato esportare

    9
    05 gennaio, 2016 10:49 | | 9 Commenti | Lascia un commento

    Alla fine la lobby dei demolitori l’ha vinta. Contro tutto e contro tutti. Dall’1 gennaio gli italiani non possono più vendere la propria vecchia auto a operatori specializzati nel commercio internazionale di macchine usate. Direttamente grazie ad annunci su siti specializzati o tramite le concessionarie e i salonisti indipendenti quando ne acquistano una nuova.

    Parliamo di vetture spesso ultradecennali e per nulla malandate ma con poco mercato in Italia, quelle che i concessionari si rifiutano di ritirare in permuta, a volte seminuove ma incidentate, quelle che non conviene riparare in Italia. Macchine che però nell’Europa dell’Est o nel Nord Africa hanno, anzi avevano, una seconda vita.

    Dall’1 gennaio non è più possibile effettuare la radiazione per esportazione. O meglio, si può fare ma solo «per reimmatricolazione, comprovata dall'esibizione della copia della documentazione doganale di esportazione». Insomma, se prima, grazie a questo canale si potevano, in maniera semplice, ricavare alcune (parecchie?) centinaia di euro, questa nuova complicazione avrà come unico effetto quello di limitare o addirittura chiudere uno dei possibili sbocchi per quel tipo di vetture.

    L’alternativa? Rottamarle. Ovviamente presso i demolitori italiani. Insomma, non solo non ci guadagni quelle poche centinaia di euro che la vendita oltrefrontiera ti avrebbe fruttato, ma ti costa anche un po’ di soldi.

    A questa novità, spuntata a novembre con un emendamento alla legge di stabilità presentato dal senatore Stefano Vaccari (Pd) poi fatto proprio dal governo e spacciata come un argine all’evasione del bollo e dell’Ipt, hanno plaudito le tre associazioni di settore, Unire (Unione nazionale imprese recupero), Ada (Associazione dei demolitori di auto) e Aira (Associazione dei riciclatori di auto).

    Contro di essa si sono mobilitati, forse per la prima volta, tutti gli altri operatori della filiera automobilistica: Aida (Associazione italiana distributori autoveicoli), Ancma (Associazione nazionale ciclo motociclo accessori), Confcommercio, Federauto (Federazione italiana concessionari auto), Unasca (Unione nazionale autoscuole e studi di consulenza automobilistica), Unrae (Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri): “La disposizione comporta l’introduzione di oneri ed adempimenti amministrativi a carico di cittadini e di imprese italiane che avrebbero l’effetto di bloccare il mercato dei veicoli usati verso l’estero”.

    Tutto inutile, non c’è stato verso di modificare la norma blocca-radiazioni. E i demolitori brindano.

    La denuncia arriva da Stefano Manzelli, comandante di polizia municipale: “I vigili non possono attivare una consultazione massiva della banca dati dei veicoli rubati. Neanche se condividono questi dati con la polizia di stato e i Carabinieri. Lo impedisce la normativa in materia di privacy”, ha scritto Manzelli su ItaliaOggi.

    Che cos’è successo? Il comune avrebbe voluto utilizzare le telecamere e le altre apparecchiature elettroniche per il controllo del traffico per “beccare” i veicoli rubati che transitano sul territorio comunale. Come? Interrogando l’apposita banca dati istituita al ministero dell’interno e alimentata in tempo reale dalle forze di polizia. L’obiettivo di questa iniziativa? Ove possibile fermarli o, eventualmente, segnalarne il passaggio sul territorio comunale alle altre forze di polizia nazionali o alla prefettura competente.

    Insomma, né più né meno di quello che si fa interrogando la banca dati dei veicoli assicurati. Ma mentre le telecamere possono essere utilizzate per verificare la copertura Rc (ma non per sanzionare in modalità automatica la mancata copertura, ancora non si può, misteri imperscrutabili di questo paese, ne abbiamo già parlato in questo stesso blog), con i veicoli rubati non è possibile, per motivi di privacy, nemmeno verificare la presenza del veicolo rubato.

    “Alcuni comuni che hanno attivato l’accesso massivo alla banca dati dei veicoli rubati tramite il servizio dell’Ancitel  si sono visti bloccare la comunicazione per paventata irregolarità dell’accesso massivo per motivi di privacy… Non è possibile che una attività di polizia giudiziaria, ovvero la ricerca di un veicolo rubato, possa essere ritenuta ostativa per il Garante”, conclude Manzelli. Senza parole.

    Avrete sicuramente letto dell’approvazione in terza lettura con modifiche, qualche giorno fa al senato, della proposta di legge che introduce nel codice penale il nuovo reato di omicidio stradale. Non so voi, ma personalmente ritengo che non sia più tollerabile, in un paese civile, il fatto che chi provoca la morte di una o più persone guidando ubriaco o drogato la faccia sistematicamente franca (il fatto è che la pena minima per il reato di omicidio colposo è di due anni e, si sa, con una condanna a due anni in carcere non si trascorre nemmeno un giorno). Insomma, secondo me un intervento del legislatore era necessario. Non so, però, se la strada imboccata sia la “migliore”, soprattutto nei casi in cui la morte derivi “semplicemente” da comportamenti pericolosi alla guida.

    Il secondo aspetto che mi lascia perplesso è l’entrata a gamba tesa del governo. Giova ricordare che il testo su cui da marzo scorso si discute (ma fuori dai palazzi della politica se ne parla da anni) nasce dalla riunificazione di una serie di proposte di legge di alcuni parlamentari, sia di maggioranza sia di opposizione. Alla fine, proprio al senato, a marzo, si era trovata la quadra, diciamo così, su un testo abbastanza condiviso. Testo che è stato a lungo esaminato e modificato, in commissione giustizia e in aula, al senato e alla camera.

    Come spesso accade ai (purtroppo rari) provvedimenti di iniziativa parlamentare, quelli la cui legge finale è inevitabilmente frutto di una sostanziale condivisione di maggioranza e opposizione o, quantomeno, di parti di essa, anche nel caso dell’omicidio stradale si sarebbe arrivati a una quarta lettura (che sarà comunque necessaria dopo le modifiche imposte dal governo). E i tempi dell’approvazione si sarebbero inevitabilmente dilatati di qualche mese.

    Il governo, invece, a un certo punto, ha deciso di scendere in campo. E di farlo in maniera brutale, tagliando la strada a ogni ulteriore discussione, prima in commissione Giustizia poi in aula, con la presentazione di un maxiemendamento che ha riscritto interamente il testo, ancorché recependone interi articoli e molte delle modifiche suggerite da più parti dopo l’approvazione della Camera. Maxiemendamento sul quale ha chiesto la fiducia, richiesta che probabilmente si ripeterà alla Camera.

    Un’entrata a gamba tesa che ha provocato una valanga di proteste tra i senatori, che ha diviso brutalmente gli schieramenti tra maggioranza e opposizione e che, va detto, ha lasciato di stucco anche molti senatori della maggioranza.

    Insomma, il blitz sembra davvero il frutto della decisione del governo Renzi di mettere la propria firma su una riforma chiesta a gran voce dall'opinione pubblica. A costo, peraltro, di far diventare legge un testo sul quale si sono levate le critiche di parecchi giuristi e costituzionalisti. Anche di area governativa.

    P.s. Ho seguito in streaming i lavori dell'aula, se non l'avete fatto vi invito a leggere i resoconti della discussione a Palazzo Madama. Scontate le reazioni, a tratti aspre, dei parlamentari di opposizione alla richiesta di fiducia sul maxiemendamento, mi limito qui a riportare due stralci dalla dichiarazione di voto del Pd e del relatore, sempre del Pd, entrambi, evidentemente, delusi dall'esproprio, diciamo così, governativo.

    “Mi sarebbe piaciuto che il Governo avesse messo da parte il ricorso alla fiducia” - Giuseppe Lumia – Pd

    “Mi preme sottolineare molto il clima assolutamente disteso con il quale si lavora in Commissione giustizia” - Giuseppe Luigi Salvatore Cucca - Pd

    Come dire che, insomma, non si fa così...