Una Liguria senza mare
Da Bordighera a Triora attraverso il passo Ghimbegna.
Da Bordighera a Triora attraverso il passo Ghimbegna.
Percorso Da Bordighera ci si inerpica per la stretta striscia d'asfalto che sale verso l'entroterra. Fate attenzione a non prendere la direzione per Camporosso e Dolceacqua (sulla provinciale 64, che costeggia il fiume Nervia) perché arrivereste, sì, ad Apicale ma saltereste la frazione di Perinaldo. Passato Apricale, proseguite fino ad arrivare a Baiardo. Da qui abbandonate la strada principale e seguite le indicazioni per le frazioni di Vignai e Ciabaudo. Ritornati poi sulla provinciale 548, si passa per Badalucco e Montalto Ligure. Qui, prendete a sinistra per Molini di Triora e Triora.
Cosa vedere Il patrono di Bordighera – sulla Riviera ligure di ponente, ai piedi delle Alpi Marittime – è sant'Ampelio, cui è intitolata una chiesa romanica restaurata nel corso dell'Ottocento. Più recente la chiesa della Maddalena, edificata nel XVII secolo, e rimaneggiata nell'Ottocento. Al suo interno si può ammirare un lampadario dono della Regina Margherita di Savoia. Importante il museo Bicknell, che conserva reperti preistorici. Per chi ama la vegetazione ci sono il Giardino Esotico Pallanca, con oltre tremila varietà di piante rare, i Giardini Monet (intitolati al pittore che ha qui soggiornato) e i Giardini Winter, che raccolgono palme e altre piante, verdi e grasse.
Uscendo da Bordighera, e lasciandosi il mare alle spalle, si scopre l'entroterra: montagne, boschi, castelli e stradine suggestive. Perinaldo (rinomato per aver dato i natali a famosi astronomi, primo fra tutti Gian Domenico Cassini) è un borgo fondato intorno all'anno Mille, che chiude la vallata del torrente Crosia, all'estremità occidentale della Liguria. Nel centro storico, percorrendo via Maraldi, si incontrano la casa-castello dei Maraldi, e la Fontana dei Leoni, un tempo rifornimento di acqua sorgiva, e esce sulla piazza della Parrocchiale di San Nicolò, costruita fra il 1045 ed il 1055 sui resti di un tempio pagano. La valle è ricca di uliveti (la cui coltivazione è citata già in documenti del XII secolo) dove, si dice, i frati minori francescani innestarono i primi ulivi di taggiasca. Meno nota, però, è la produzione di un eccellente carciofo, importato due secoli fa dalla vicina Provenza. Si tratta del "violet" – tenero, senza spine e privo di barbe all'interno – che secondo la leggenda venne donato ai perinaldesi proprio da Napoleone Bonaparte, qui di passaggio durante la Campagna d'Italia nel 1796. Due i santuari: quello di Nostra Signora della Visitazione (che contiene una meridiana "a camera oscura", cioè all'interno di un edificio cui la luce giunge attraverso un foro, tra le più grandi oggi esistenti) e, sotto il paese, quello di San Michele.
Apricale (da "apricus" esposto al sole) risale anch'esso all'anno Mille. Sul colle sono ubicati il castello, la chiesa parrocchiale e le case, disposte a gironi concentrici, e due quartieri che dalla piazza centrale si riversano sugli opposti versanti del colle, rispettivamente all'"abrìgu" e all'"ubàgu", cioè a sud e a nord. Apricale è stato impreziosito, una quarantina di anni fa, da una cinquantina di murales raffiguranti scene di vita contadina, sulle facciate delle case.
Si prosegue e, superati quasi 700 metri di dislivello, si raggiunge Baiardo: da visitare i ruderi della chiesa Vecchia di epoca romanica, distrutta dal terremoto del 1887, e la nuova chiesa, eretta nel 1893). Qui, nel giorno della Pentecoste, da qualche anno si tiene la "festa della Ra Barca", che richiama le origini celtiche del paese, in cui viene issato nel centro del borgo un albero di pino e successivamente battuto all'asta.
Tornati sulla provinciale 548, affiancata dal torrente Argentina, si passa per Badalucco – caratteristici i due ponti del tardo Medioevo, a schiena d'asino, situati all'entrata e all'uscita del borgo – e poi per Montalto Ligure, famosa per i palazzi a strapiombo fra carruggi, scalette e portali scolpiti (da visitare la Pieve di San Giorgio, eretta nel XII secolo, che conserva affreschi del Tre-Cinqucento).
Molini di Triora, come dice il nome, è nota per i 23 mulini ad acqua impiegati per macinare il grano proveniente dai paesi dell'alta valle. Ne sono ormai visibili solo due (non è però possibile visitarli) che si trovano nei pressi del "laghetto delle noci" – all'uscita del paese in direzione Triora – e alla fine di via Nuova, poco dopo il bivio per il cimitero. Triora, invece, è conosciuta in tutto il mondo come il "paese delle streghe!. La Cabotina, i cui ruderi si trovano poco fuori dal centro abitato, era il loro punto di ritrovo. Qui, nel 1587, venne celebrato un famoso (e documentatissimo presso l'archivio di Stato di Genova) processo per stregoneria: trenta donne furono accusate di aver provocato la carestia che aveva colpito il paese. Oggi il locale Museo etnografico racconta tutta la vicenda. Intorno, il paese è rimasto intatto, da allora ad oggi.
Pane e olioElogio della cucina povera arricchita da ingredienti preziosi come il carciofo, le olive taggiasche e l'immancabile olio di oliva. Qualche esempio? Le "Carpaxine" (da pronunciare "carpasgine", gallette di farina integrale di orzo, da ammorbidire nell'acqua prima di condire a piacere), il "pan" (pane a ciambella in cui si poneva al centro una bottiglia di Rocense o Rossese) passando per il celebre pane di Triora (un pane casereccio di montagna, fatto con farina integrale, che si riconosce per la forma tonda e larga e per la crusca sul fondo) tipicamente servito con il "bruss" (preparazione casearia a pasta cremosa, che varia dal bianco avorio al paglierino).
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il prossimo week end, dopo molto tempo, ritornerò in questi luoghi...