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Il cartello tedescoDer Spiegel: "Vent'anni di accordi sottobanco"

 

Ieri avevamo dato conto delle anticipazioni sull'inchiesta di Der Spiegel riguardo la possibile esistenza di un cartello fra grandi Case tedesche volto a condividere decisioni strategiche e tecniche, e così aggirare le norme d'antitrust che vietano espressamente tali accordi. Oggi il pezzo è uscito, e le accuse rivolte alle aziende coinvolte sono pesantissime.

L'accusa del settimanale. Il titolo dell'articolo è "Das Auto-Syndicat" e questo il suo sommario: "La vicenda diesel non è un fallimento delle singole società. È il risultato di anni di intrallazzi dell'industria automobilistica tedesca. Audi, BMW, Daimler, Volkswagen e Porsche hanno parlato fra loro per più di mille incontri. Lo smascheramento di un cartello". Sostiene il giornale che, per circa 20 anni, oltre 200 manager di queste Case hanno avuto riunioni per coordinare congiuntamente lo sviluppo di modelli, determinare i costi e scegliere i fornitori: "Hanno cooperato in segretezza, come se fossero divisioni della stessa azienda, la German Auto Inc.: un vero e proprio cartello".

Tutto era frutto di scelte condivise. Sempre secondo la testata, l'alleanza decideva congiuntamente qualunque aspetto relativo al business, dalle caratteristiche di una capote fino alla valutazione della qualità dei supplier. L'esempio più clamoroso, anche perché tocca il tema delle emissioni, riguarda le dimensioni del serbatoio dell'AdBlue, un additivo utilizzato nei sistemi Scr per ridurre gli NOx prodotti dai diesel.

Il caso dei serbatoi dell'AdBlue. Nel settembre del 2008, fu deciso in armonia d'intenti che la capacità non doveva superare gli 8 litri: una quantità scarsa, ma che consentiva di risparmiare circa 80 euro a veicolo. E che, con l'arrivo di nuovi limiti ambientali più severi, si rivelò insufficiente. Ma con un secondo accordo l'inopinato trust decise di non allargare il contenitore dell'urea, sicuri che le normative d'omologazione offrissero comunque agio ai costruttori per trovare soluzioni di compromesso.

Possibili multe da Bruxelles. Lo scandalo è venuto alla luce dopo che Volkswagen e Daimler, probabilmente rese inquiete da un'indagine sulle forniture d'acciaio alle fabbriche, hanno deciso lo scorso 4 luglio di autodenunciarsi all'Antitrust di Berlino e alla Commissione europea, evocando "presumibili violazioni riguardo la concorrenza". Le sanzioni comunitarie per chi viola tali leggi possono arrivare al 10% degli utili generati dalle vendite: significa, per citare soltanto chi ha voluto uscire allo scoperto, probabilmente sperando così d'influenzare la clemenza degli inquirenti, che la Volkswagen rischia una multa di 22 miliardi di euro e la Daimler di oltre 15 miliardi.