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Dakar 2016Pastorino: "Non è solo una gara, è un evento"

 

Il team tedesco X-raid, che porta alla Dakar 2016 dodici Mini ALL4 Racing e ha vinto le ultime quattro edizioni della gara, ha un direttore sportivo italiano, Marco Pastorino: ecco il suo punto di vista sulla corsa sudamericana, raccolto al bivacco di Villa Carlos Paz nei primi giorni di corsa.

Cosa pensa della Dakar 2016? Ci sono stati parecchi problemi, a partire dalla rinuncia del Peru': l'incidente nel prologo che ha coinvolto il pubblico, l'annullamento della prima tappa, l'accorciamento delle due successive per i danni causati dal maltempo...
Le difficoltà sono dovute principalmente al meteo: quello che è successo nei primi giorni di gara era dovuto a fenomeni molto locali, perché a 100 km dalla prova neppure pioveva... La Dakar sembra sempre cercarsi dei problemi anche quando non ce ne dovrebbero essere: questa volta c'è riuscita particolarmente bene! Il primo giorno, poi, c'era fin troppa gente lungo il percorso.

Questo ha influito sull'incidente occorso a una delle vostre vetture, che ha investito degli spettatori?
Per prima cosa non dobbiamo dimenticare che, come dicono gli inglesi, "motorsport is dangerous", le corse sono intrinsecamente pericolose. Nello specifico, devo dire che i tempi di intervento dei soccorsi sono stati incredibilmente rapidi, più di quanto accada in ogni altra corsa su strada e persino per molte gare in pista.

Molti però si chiedono se Guo Meiling, la driver cinese che ha causato l'incidente, fosse abbastanza esperta per affrontare una gara del genere.
La domanda è corretta, ma la risposta è sì. Però quello che è successo nel prologo avrebbe potuto capitare in qualsiasi altra gara: solo che se fosse avvenuto, per dire, nel "rally del pomodoro", non avrebbe avuto la stessa risonanza e i tempi d'intervento sarebbero stati di gran lunga maggiori. Io continuo a sostenere che la Dakar sia una gara estremamente sicura. Certo, può sembrare un paradosso, ma se si considerano il numero di concorrenti, i 9.000 chilometri del percorso e i giorni di corsa, si capisce che una sola Dakar ha la stessa lunghezza di un intero campionato mondiale rally, però con molti più partecipanti. Quindi, il rapporto tra questi numeri e quello degli incidenti continua a restare molto basso.

Le prime prove speciali di quest'anno sembravano tipiche delle gare del Wrc, piuttosto che di un rally raid... E non a caso nelle prime tappe disputate è subito svettato il re dei rally, Loeb...
Certo: basti pensare che il bivacco di Villa Carlos Paz era localizzato nella stessa area che ospita il parco assistenza del rally mondiale di Argentina... Poi, andando verso le Ande, le cose cambiano: gli organizzatori, a partire da Marc Coma, hanno preannunciato un crescendo di difficoltà, ma anche l'inizio non ha scherzato.

Ma, secondo lei, il futuro della Dakar è ancora in America Latina o qualcosa, come si mormora, è destinato invece a cambiare?
Tutte le cose vivono dei cicli. Io non sono, per la mia posizione, in grado di dire se questo ciclo sia in fase discendente o non lo sia ancora. Questo lo deve decidere chi si occupa del marketing dell'evento. Per la parte sportiva, secondo me si può ancora disputare in Sud America e in buonissima parte su queste strade o su altre vicine. Però bisogna dire una cosa importante: la Dakar sta diventando un evento. Lo sport è un'altra cosa. Questo è un evento che porta sul podio i presidenti di Bolivia e Argentina, i capi di stato salgono sulle auto da corsa, i ministri degli Interni vengono a visitare il bivacco e a parlare coi meccanici. Un po' come quando sciava Tomba e l'Italia si fermava per vederlo... Questo è fondamentale anche per le case automobilistiche e i produttori di componenti, di pneumatici, che hanno basi in Sud America. Che non è più solo un mercato, è un bacino produttivo dell'automotive in generale. Quanto alla parte sportive, queste zone funzionano sempre perché hai tutto: il caldo, il freddo, la pioggia, l'altitudine... Magari ci si può' inventare qualcosa di nuovo: diciamo che la torta va bene, ci si possono cambiare i bignè sopra. Tutta la gente che viene alla Dakar, che fa a pugni per avere un mezzo, dalle nostre Mini all'ultimo dei quad, lo fa però per essere parte di un evento, più che di una competizione sportiva.

A proposito delle vostre Mini, come le vede quest'anno?
Per prima cosa, sono tante... E abbiamo rifiutato delle richieste per averne ancora di più perché gestirne oltre dodici è impossibile. Quanto all'analisi sportiva, dobbiamo tenere conto dei risultati precedenti che, per questa macchina, sono spaventosi. Nelle ultime quattro edizioni della Dakar, la Mini ha avuto il 92% di arrivi, il 100% di vittorie, il 75% di cinque macchine nei primi cinque posti... Sono numeri impossibili da ripetere in qualunque rally, mentre questa vettura li ha ottenuti alla Dakar, la gara più difficile del mondo. Il nostro punto di forza, dunque, è soprattutto una straordinaria affidabilità. Certo, la concorrenza è migliorata, la Peugeot ha vinto la Dakar storicamente, non lascia niente al caso; dopo una partecipazione di assaggio, ora si è presentata con la macchina modificata, con nuovi innesti nella squadra, non solo con piloti come Loeb ma anche con tecnici nuovi di primo piano. Dunque, è un avversario che merita il massimo rispetto. Vedremo solo all’arrivo di Rosario come sarà andata.

Dal bivacco di Villa Carlos Paz, Emilio Deleidi