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Dakar 2016La vittoria della Peugeot e le perplessità

 

L’edizione del 2016 va in archivio con il successo meritato della Peugeot 2008 DKR16 di Peterhansel e Cottret, anche se, per l’omologazione definitiva del risultato, occorrerà aspettare parecchio tempo, forse mesi: sull’esito della gara pende infatti il ricorso avanzato dal team X-raid per un rifornimento effettuato alla vettura francese nel corso della tappa Salta-Belen, considerato legittimo dai commissari della corsa, ma di dubbia regolarità da parte della squadra tedesca. Un’ombra che nulla toglie al risultato sportivo, ma che si aggiunge alle altre che hanno caratterizzato la gara sudamericana e che vale la pena ricordare.

Tra annullamenti e incidenti. La Dakar 2016 ha, infatti, sollevato parecchie perplessità. L’avvio è stato dei peggiori: il percorso è sembrato raffazzonato nelle prime tappe, perché messo insieme alla bell’e meglio dopo la rinuncia tardiva (nell’agosto 2015) da parte del Perù alla manifestazione. Col risultato che le prime tappe sono risultate d’impronta marcatamente rallystica: non a caso, il bivacco di Villa Carlos Paz si è tenuto (due volte) nello stesso luogo che ospita il parco assistenza del rally mondiale di Argentina. Poi, c’è stato l’incidente nel prologo (la cinese Guo Meiling ha travolto una dozzina di spettatori, alcuni dei quali sono rimasti gravemente feriti), seguito dall’annullamento della tappa successiva per il maltempo e dall’accorciamento, per le stesse ragioni, di quelle successive. Nella seconda parte della gara, invece, un ulteriore taglio del percorso è stato dettato dal caldo eccessivo, che faceva temere soprattutto per le sorti dei motociclisti. Insomma, pasticci organizzativi che si aggiungono a una scelta del tracciato non felice: tutti elementi che aumentano gli interrogativi sul futuro della gara e, soprattutto, sui Paesi destinati a ospitarla, anche se la Peugeot Sport, da noi interpellata al proposito, insiste sull’importanza dell’America Latina, unico mercato insieme a quello cinese in grado di giustificare l’investimento che questa competizione richiede a un top team. Non dimentichiamo, infine, che anche quest’anno la Dakar ha imposto il suo prezzo: le vittime sono state due, uno spettatore travolto da una Mitsubishi e un conducente deceduto in seguito a un incidente stradale che ha coinvolto alcuni veicoli dell’assistenza,

La competizione. Guardando il lato sportivo, va salutato il successo della Peugeot, che torna a vincere la più dura delle maratone dopo una “pausa” di 26 anni. La Casa del Leone, nonostante la schiacciante superiorità manifestata nelle prime tappe, ha rischiato però parecchio: delle quattro vetture in gara, quella di Loeb, autore fino a quel momento di una prova maiuscola al debutto, è rimasta attardata per un capottamento rovinoso, quella di Sainz è stata irrimediabilmente fermata dalla rottura del cambio, mentre quella di Despres non è mai parsa in grado di competere per le posizione di vertice. Alla fine ha prevalso l’unica superstite, grazie all’esperienza di un campione come Peterhansel, vincitore di ben 12 Dakar (6 delle quali in moto), ma trovarsi al comando con una sola delle quattro vetture ha sicuramente creato preoccupazione nel team diretto da Bruno Famin. Tanto più che, nella seconda parte della gara, la Mini ALL4 Racing di Al-Attiyah ha dimostrato di poter dire ancora la sua, nonostante la minore freschezza di un progetto giunto ormai al vertice del suo sviluppo: se non fosse stato per il cappottamento in cui è incorso anche il pilota qatariano, che lo ha ritardato di oltre un’ora, il duello sarebbe stato acceso fino alla fine. Onore, comunque, all’equipaggio della Peugeot, almeno finché non arriverà una decisione definitiva sulla classifica; applausi per Loeb, comunque eccellente al suo debutto in una specialità del tutto sconosciuta, e per Sainz, sfortunato protagonista di una rincorsa straordinaria, dopo il ritardo accumulato nelle battute iniziali. Quanto agli equipaggi delle Mini, un plauso va all’altro debuttante di lusso, Mikko Hirvonen, che non ha commesso errori, ha vinto una tappa ed è arrivato al traguardo in una brillante quarta posizione. Le Mini, del resto, hanno confermato la loropiù grande dote, l’affidabilità: delle 12 al via, ben 10 hanno visto la fine della corsa, ottenendo il 2° (Al-Attiyah), 4° (Hirvonen), 6° (Roma, un po’ sottotono quest’anno dopo il problema col fango che lo ha pesantemente penalizzato nelle prime battute di gara), 10° (Hunt), 12° (Terranova), 13° (van Loon), 15° (Przygonski), 23° (Garafulic), 45° (Lopez) e 53° (Malysz) posto.

Note tricolori. Una parola, infine, sui successi italiani in questa Dakar. L’ex rallysta Michele Cinotto ha ottenuto un piccolo trionfo, portando a termine la gara con il minuscolo Polaris Razor insieme a Maurizio Dominella e vincendo la classe denominata T3. Tra i camion, invece, importante successo dell’Iveco, con il Powerstar guidato da Gerard De Rooy che ha piegato i temibili Kamaz russi; i veicoli italiani, tra l’altro, hanno ottenuto anche il terzo e il quinto posto nella classifica della categoria.

Emilio Deleidi