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VairanoRing | il blog di Carlo di Giusto

Archivio per 'November 2012'

    Sono passati molti anni, non ricordo nemmeno più quanti. Ma la prima volta che mi misi al volante di un'automobile me la ricordo bene. Abitavo in Friuli, in un paesino di meno di mille anime, contando anche quelle delle mucche del vicino, dove la sera andavo a fare rifornimento di latte. Il giardino di casa mia era abbastanza grande da disegnarci su un piccolo circuito: partenza dal garage, una curva a sinistra e una a destra in rapida successione, tornantino a sinistra in fondo che immetteva nel rettilineo della roggia (praticamente sull'argine del fiume che segnava il confine della proprietà) e quindi di nuovo a sinistra, a chiudere il giro, intorno all'albero del melo. Mi esercitavo così a coordinare i movimenti dei piedi e delle mani: prima, seconda, prima (freno a mano, qualche volta)... Al volante della Fulvia Coupé 3 blu Agnano di mia madre, sullo sterrato del giardino, mi sentivo un piccolo Munari: era evidente che andassi molto più forte con la fantasia che con la macchina...

    Un giorno di qualche tempo dopo decisi che quel piccolo tracciato in giardino mi stava stretto. Così, col cuore a settemila giri, m'impossessai furtivamente della Lancia Delta 1.5 di mio padre: partenza dal garage, sinistra, destra... e anziché imboccare il tornantino, m'infilai in strada. Avevo il mio piano: poche centinaia di metri d'asfalto, poi dentro su una di quelle lunghe strade bianche che segnavano la campagna della Bassa friulana. Vi lascio immaginare l'eccitazione. Finalmente potevo mettere tutte le marce, raggiungere una velocità degna di essere chiamata tale, sentire il fruscio del vento che accarezzava la carrozzeria. Il debutto fu naturalmente condito dall'imprevisto: una esse sulla ghiaia mi tradì e finii per "parcheggiare" la Delta in un fosso. Panico. Ovviamente non avevo la minima idea di come venirne fuori, in tutt'i sensi. La soluzione si materializzò all'istante sotto forma di un camion sbucato dal nulla. L'autista, vedendo l'auto nel fosso, accostò. Scese. Mi guardò. Senza dire una parola, tirò fuori una fune, legò un'estremità al suo camion, un'altra alla Delta. La macchina schizzò fuori dal fosso in un amen e, per miracolo (il secondo, quel giorno, dopo l'apparizione del camionista), senza un graffio: l'erba aveva attutito il colpo. L'autista del camion se ne andò senza proferir parola. E mio padre tutt'ora non sa nulla di questa storia.

    Se vi state chiedendo perché vi abbia raccontato tutto questo, pensate alla prima volta che avete guidato. E raccontatemi com'è andata: sono sicuro che avete storie incredibili da condividere.