Cronaca

Milano
Maxi isola pedonale, l’idea e il dissenso

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Una maxi isola pedonale, che coprirebbe gran parte del centro di Milano, partendo da piazza Castello, passando per corso Venezia e corso Buenos Aires, per arrivare fino a piazzale Loreto. Chilometri e chilometri di strade “liberate” dalle auto, diventate ormai il nemico per eccellenza dell’amministrazione locale, e popolate di alberi, aiuole e, perché no, quelle amenità che "l’urbanismo tattico" sta ormai infliggendo con sempre maggiore frequenza a chi vive nella metropoli lombarda o, quanto meno, la frequenta. La trasformazione in isola dorata per residenti privilegiati (e facoltosi, visti i prezzi alle stelle di case e affitti) di Milano passa anche attraverso l’idea del Municipio 1 (quello del centro storico) che propone la “pedonalizzazione di corso Venezia per creare un’isola pedonale la cui ampiezza sia un primato in Europa”. Ipotesi subito sposata dalla giunta e dall’assessorato alla Mobilità, nel quadro della revisione del Piano generale del traffico urbano.

Scelte ideologiche. A intervento ultimato, la maxi area pedonale sarebbe lunga circa sei chilometri e creerebbe così una sorta di “bolla”, avulsa dalla realtà di una città fatta anche di periferie degradate e zone spinte ai margini di quella che finisce per assomigliare sempre più alla famigerata “Milano da bere” della seconda metà degli anni 80. L’ipotesi è stata immediatamente bocciata da Confcommercio, che sembra rappresentare l’unica voce consapevole dei pericoli che scelte di queste genere comportano: “Creare la più grande area pedonale d’Europa”, avverte il segretario generale della filiazione milanese Marco Barbieri, “è certamente un’idea ambiziosa: renderla operativa può trasformarla in un rischio per l’attrattività di Milano”. Ancora una volta, ha sottolineato Barbieri, “è una proposta che non è stata condivisa e discussa con chi opera, vive e lavora in quelle aree: un progetto di tale portata stravolgerebbe completamente gli equilibri dell’area, dalle attività commerciali agli eventi”. Ma a chi delibera sulla spinta di pregiudizi ideologici, evidentemente, poco sembra interessare il parere di chi nella città vive o, più semplicemente, lavora.

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