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Sostenibilità
La città "ideale" separa, nasconde o cancella le auto

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Come saranno le città del futuro? Costruite attorno all’essere umano. Esattamente come lo sono state quelle del passato. Questo almeno nelle intenzioni. I risultati però possono essere molto diversi, come dimostrano gli esempi di Woven City della Toyota, della saudita Noem e della Hyundai Motor Group Smart City.

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Reticolo virtuoso. La visione di città di Akio Toyoda sta diventando realtà ai piedi del Monte Fuji. La costruzione, cominciata nel febbraio 2021, procede a ritmi serrati. A Woven City, laboratorio della mobilità secondo la Toyota, vivranno circa 2 mila persone, molte delle quali dipendenti dell’azienda. Il loro compito sarà quello di sperimentare nella vita quotidiana le tecnologie sulle quali il gruppo giapponese sta lavorando da tempo: idrogeno, intelligenza artificiale, domotica e guida autonoma. La mobilità, infatti, continuerà ad avere un ruolo fondamentale. A cambiare profondamente sono le modalità di fruizione. Woven City, infatti, si basa su di un reticolo flessibile formato da tre tipi di strade: corsie riservate ai trasporti veloci (in blu nel disegno), promenade (in rosa) condivise da pedoni e micromobilità lenta e sentieri per i pedoni (in giallo). Sulle prime si muovono veicoli multifunzionali senza conducente da utilizzare come mezzi di trasporto condiviso e di consegna, per il commercio ambulante, la ristorazione, l’ospitalità, l’assistenza media e persino l’attività lavorativa.  Sulle “passeggiate”, circolano biciclette, monopattini elettrici e segway. I sentieri sono dei veri parchi lineari che collegano gli estremi della città.

Sottoterra e in volo. Il trasporto delle merci, i generatori d’energia a idrogeno e la filtrazione delle acque piovani sono nascosti qualche metro sotto il suolo. A rimane in vista è quindi un intreccio di strade che crea moduli di 150 metri di lato, con otto blocchi di edifici affacciati su un cortile attraversato soltanto dalle promenade e dai sentieri, mentre le corsie veicolari sono esclusivamente perimetrali e consentono l’accesso ai servizi infrastrutturali. A sentire il responsabile scientifico della Toyota, Gill Pratt, a Woven City la Casa sperimenterà pure le auto volanti anche se “in questo momento, il problema è individuare punti idonei di decollo e atterraggio. L’integrazione della mobilità verticale con le altre componenti della rete di trasporto ha un potenziale estremamente interessante”.

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Grattacieli tra due muri. Completamente diversa, e vagamente inquietante, è la visione del principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman. La sua città del futuro si chiama Neom e prevede tre regioni: una destinata al turismo, denominata Trojena; una alle attività industriali, chiamata Oxagon, che sarà la più grande struttura galleggiante del mondo (chissà poi perché in un Paese con una superficie sconfinata c’è bisogno di protendersi sul mare); la terza, battezzata The Line, sarà la città vera e propria, con ben 9 milioni di abitanti. Il nome è quanto di più appropriato: lunga 170 chilometri, larga appena 200 metri, delimitata da due muraglie con facciate a specchio, The Line ammassa tutti i suoi residenti in appena 34 chilometri quadrati. Una concentrazione che ha del distopico e che è resa possibile da edifici sviluppati in altezza fino a 500 metri. Il tutto dovrebbe (e il condizionale è d’obbligo) consentire di ridurre l’impatto sull’ecosistema, creando un livello di efficienza energetica senza precedenti.

Tutto in uno. I grattacieli non si limitano a essere altissimi palazzi, ma sono costruzioni stratificate che accolgono tutti i servizi, così che, salendo, scendendo o spostandosi in linea orizzontale a piedi, gli abitanti possano trovare tutto quello di cui hanno bisogno in spostamenti ridotti ad appena cinque minuti. E se raggiungi tutto quello che ti serve in cinque minuti, che bisogno c’è di mezzi di trasporto? Se proprio proprio si volesse andare da un’altra parte della città (peraltro per vedere esattamente le stesse cose), lo si potrà fare su un treno ad alta velocità. Niente mezzi di trasporto personale e niente strade. L’automobile, che nasce come simbolo di libertà (non solo di movimento) è quindi definitivamente cancellata. In un Paese in cui di libertà personali ne sono garantite davvero poche la cosa non stupisce poi troppo.  

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La natura al centro. Torniamo a un modello di città sensata con la Smart City immaginata dal gruppo Hyundai. Nella quale a ridefinire i confini urbani non sono altissimi, seppur lucenti, muri ma uno schema a nido d’ape sviluppato su due livelli. Sulla superficie, gli edifici sono costruiti attorno a una grande area coperta da parchi e foreste, un vero polmone naturale. L’agglomerato urbano è diviso in tre zone: la densità abitativa, alta ai confini esterni, si abbassa a mano a mano che ci si avvicina alla zona verde.

Le merci sotto, i viaggi in alto. La città è connessa attraverso una rete viaria sotterranea, nella quali transitano anche mezzi autonomi carichi di merci distribuite agli utilizzatori finali da robot. Per gli spostamenti da una smart city all’altra si fa invece ricorso alla AAM (Advanced air mobility), con i taxi volanti che atterrano e decollano dai tetti degli Hub 2.0, torri che ospitano appartamenti e uffici. Per garantire la neutralità carbonica, la principale fonte di energia è l’idrogeno.

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