Diario di bordo

Skoda Octavia Wagon
Una settimana al volante della station diesel

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Una settimana al volante della station diesel
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Day 1. Per chi conosce il grande salto di qualità compiuto dai modelli con la Freccia Alata sul cofano in questi ultimi anni, non è una sorpresa scoprire quanto ben costruita sia la nostra Octavia, che non soffre di alcun complesso d’inferiorità rispetto alle cugine tedesche. E ne ha tutte le ragioni, visto che precisione di assemblaggio, scelta dei materiali e dotazioni sono davvero a livello. Non c’è bisogno di essere degli esperti per rendersene conto. Appena si prende posto al volante si avverte persino la sobria atmosfera tipica di una Volkswagen. Quella sensazione di solidità e concretezza che poche altre Case automobilistiche riescono a trasferire. La controprova? Appena si preme il tasto Start sul piantone dello sterzo, il turbodiesel si anima con qualche sussulto, ma poi abbassa la voce riducendo al minimo vibrazioni e decibel. La spinta è generosa, mai brusca. L’erogazione morbida ma piena. Il carattere decisamente grintoso, complice il 2.0 litri TDI da 150 CV, impegnato a portarsi appresso una vettura di quasi quattro metri e settanta e oltre 1.500 kg in condizioni di prova. Gli dà una mano il cambio automatico, davvero insostituibile per esaltare la fluidità di marcia, con selezioni rapide, dolci, puntuali, appena percettibili.  Insomma, l’Octavia supera il primo contatto a pieni voti. Marco Ghezzi, redazione Prove su strada

Day 2. Se il primo contatto è stato breve, pochi chilometri su un percorso trafficato e molto lento, oggi riprendiamo posto al volante della nostra Octavia per affrontare un tratto più lungo, quasi prevalentemente autostradale. Ci aspettano tre ore di marcia, sei considerando anche il ritorno, da affrontare a velocità sostenuta. Diciamo 140 orari di tachimetro per rientrare nei limiti del Codice della strada, mantenendo però una buona andatura. A parte la sorprendente souplesse del motore, che tiene il ritmo con grande naturalezza e senza alzare il tono della voce, è subito evidente che a bordo si viaggia bene, in un’atmosfera ovattata, comodamente accolti sui sedili robusti di morbida pelle (optional). E, soprattutto, con tanto spazio a disposizione. Ce n’è in abbondanza per i posti anteriori, ma anche per le gambe (e la testa) di chi siede dietro. L’accoglienza è ottima per quattro, un po’ più sacrificata se si aggiunge un quinto passeggero alla compagnia, a causa soprattutto del tunnel centrale molto alto che sborda abbondantemente tra i due sedili anteriori. Tutti godono dell’ottimo lavoro delle sospensioni, efficacissime sulle irregolarità lunghe, un po’ più rigide su quelle secche, come per esempio i giunti dei viadotti autostradali. E poi, non si può fare a meno di notare il silenzio che pervade l’abitacolo, indice di un eccellente lavoro di insonorizzazione. Solo quando si è costretti per un breve tratto a spingere un po’ di più, magari per togliersi da una situazione difficile, cominciano a manifestarsi piccoli disturbi aerodinamici, che però non provocano alcun tipo di fastidio. Insomma, dopo quasi cinquecento chilometri scendiamo dalla Skoda perfettamente riposati, senza nemmeno aver potuto sfruttare la sosta all’autogrill per il pieno. Del resto, il serbatoio è ancora quasi mezzo pieno quando chiudo la basculante del box. M.G.

Day 3. Fatto il pieno e preso atto che l’indicazione di consumo del computer di bordo coincide con la percorrenza reale, pari a circa sei litri di gasolio per fare 100 chilometri, risalgo per il terzo giorno consecutivo sull’Octavia. Prima di avviare il motore, allargo lo sguardo sulla plancia, con un’attenzione diversa rispetto ai primi due giorni. Allungo la mano, sfioro i comandi, tasto i rivestimenti, scruto gli accoppiamenti dei vari componenti. Niente da dire, il tono è severo, quasi austero, ma lo standard qualitativo è assolutamente elevato. Le plastiche sono morbide, le giunzioni curate, i comandi sulla console ben distribuiti e piuttosto precisi. Insomma, l’impronta è quella teutonica. Se non fosse per la freccia alata al centro del volante, si potrebbe persino scambiarla per una delle cugine tedesche. E, in effetti, dal momento in cui si dà contatto le sensazioni di guida sono le stesse. Anche il climatizzatore è una garanzia: potente, rapido e preciso nel gestire la temperatura, ha pure il pregio di poter contare sulle bocchette regolabili posteriori, una presenza non sempre scontata su questa categoria di veicoli. Del resto l’equipaggiamento di serie è quasi completo, soprattutto sul lato della sicurezza: gli airbag sono addirittura nove (se consideriamo i due laterali posteriori optional). E comunque, le possibilità di personalizzazione sono abbondanti come su tutti i modelli del gruppo Audi Volkswagen. Sul nostro esemplare c’è persino il dispositivo per il parcheggio automatico. Lo sperimentiamo una volta giunti a destinazione. Niente da dire, funziona. Tutto sommato però se si fa da soli, si fa prima. Basta farci un po’ la mano, anche perché la visibilità è più che buona. M.G.

Day 4. Per sapere come va davvero su strada la nostra Octavia, questa mattina l’abbiamo portata su un bel tracciato, ideale per metterla alla prova: trenta chilometri in leggera pendenza, intercalati da qualche tornante e seguiti da una veloce discesa. Al volante ci siamo rimasti volentieri, perché il feeling s’è rilevato subito solido, complice lo sterzo, equilibrato e progressivo, magari non troppo preciso ai piccoli angoli, ma capace di trasferire il giusto feedback. Pur senza mostrare una gran vocazione sportiva questa wagon, un po’ anonima per come si presenta, ha tirato fuori una bella personalità. Inattesa. Merito dell’abbondanza di cavalli (e di coppia), ma anche dell’accoppiamento con un cambio automatico, del tipo a doppia frizione, che riesce a sfruttare al meglio ciò che può dare il 2 litri turbodiesel tedesco. La sorella col motore 1.600 da 105 cavalli e il cambio manuale probabilmente avrebbe fatto tutta un’altra figura, comunque più che dignitosa (vedere prova dello scorso settembre). Insomma, la nostra Octavia, su questo tipo di percorso se l’è cavata piuttosto bene, malgrado l’impostazione privilegi la sicurezza e le reazioni intuitive, piuttosto che l’agilità e la velocità in curva. Sarebbe persino eccessivo pretenderlo da un’auto che dopo tutto, e fin qui ce lo eravamo dimenticati, si porta dietro una bella coda da familiare. M.G.

Day 5. Le Skoda mi piacciono. Lo dichiaro subito, anche e soprattutto perché con le auto che apprezzo tendo a essere più severo o, meglio, più esigente. Dodici anni trascorsi alla redazione Prove su strada mi hanno insegnato che le valutazioni sono comunque condizionate dal prezzo. Ecco, la nostra Octavia Wagon Elegance 2.0 TDI 150 CV DSG costa, optional compresi (e sono tanti), più di 36 mila euro. Non pochi: le aspettative quindi sono alte, decisamente, eppure faccio prima a elencare le cose che non mi hanno convinto del tutto. Sono due e per di più legate tra loro: l’attacco un po’ brusco della frizione quando si riparte da fermi e lo Start&Stop, che evidentemente ne risente.
 Per il resto, mi ritrovo perfettamente nelle considerazioni fatte dal collega Marco Ghezzi: l’Octavia ha raggiunto rapidamente un grado di maturità notevole e questa terza generazione è un’automobile concreta e pratica, con tante piccole soluzioni per rendere la vita a bordo confortevole. Come il Phone Box, lo speciale alloggiamento per il cellulare che amplifica il segnale del 20% grazie all’antenna posta sul tetto o un vivavoce Bluetooth facile da impostare, rapidissimo nella connessione e limpido nelle conversazioni (fatto non così scontato). Il comparto multimediale si avvale di un grande monitor a sfioramento, corredato da pulsanti fisici, intuitivo e facile da usare: i tasti e le relative descrizioni sono di grandi dimensioni e alcuni comandi sono replicati sul volante multifunzione a quattro razze, optional da 20 euro (venti euro, sì, non è un errore).
 L’Octavia Wagon ha una chiara vocazione familiare: attacchi Isofix ai posti dietro (che beneficiano anche di una bocchetta regolabile dell’impianto di climatizzazione) e un bagagliaio capace di ospitare l’immensa catena d’affetti che un bambino porta con sé, compreso il passeggino naturalmente, facile da caricare grazie al piano del bagagliaio sufficientemente basso e alla soglia a filo con il piano stesso. Carlo Di Giusto, redazione Internet

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