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Auto elettriche
Le cose da sapere sulla ricarica da casa

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Le cose da sapere sulla ricarica da casa
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La possibilità di ricaricare l'auto da casa è spesso un fattore determinante nell’acquisto di un’elettrica. Del resto, lasciare al mattino la propria abitazione con le batterie cariche o, comunque, con una sufficiente autonomia per gli spostamenti di giornata rappresenta un bel plus in questa fase in cui la diffusione delle colonnine è ancora a macchia di leopardo sul territorio nazionale: diverse nelle grandi città, ma ancora poche sono quelle fuori dai centri urbani e nelle zone di provincia.

Da casa conviene. Così, in attesa che le infrastrutture pubbliche si diffondano davvero ovunque (21.355 sono quelle previste dal Recovery Plan), la soluzione domestica rimane fondamentale. Inoltre, è la più economica, tenendo conto di un costo medio che, nel 2020, oscillava dai 15 ai 30 centesimi per ogni kWh. Secondo alcune stime diffuse da e_mob Italia, la carica di un veicolo a batteria incrementa di 1.500 kWh il consumo annuo dell’unità abitativa, il che potrebbe rendere non necessario l’aumento della potenza “impegnata” prevista dal contratto con il proprio fornitore energetico. A tal proposito, dallo scorso 1 luglio è possibile beneficiare dell’aumento gratuito di potenza fino a 6 kW, previsto per gli utenti in bassa tensione nelle ore notturne e nei giorni festivi.

I connettori. Va detto che, in ambito domestico, la soluzione di ricarica più diffusa avviene con caricatori portatili, dotati di una control box collegata al cavo di alimentazione per garantire la sicurezza dell’operazione. Con tale modalità di carica, definita Modo 2, è quindi possibile ripristinare l’autonomia del veicolo collegandolo a prese di corrente di tipo Schuko o industriali. Se, invece, il box o il parcheggio condominiale è dotato di una specifica wallbox a corrente alternata, l’automobilista può usufruire della carica Modo 3, in grado di fornire corrente elettrica (con distribuzione monofase a 230V e trifase a 400V) direttamente al caricatore interno della vettura, utilizzando il connettore “Mennekes” di tipo 2 a sette contatti, lo standard per le infrastrutture a corrente alternata, e, per i veicoli a due ruote, di tipo 3A a quattro contatti.

Attività libera. Entrando nel dettaglio dell’installazione delle infrastrutture di ricarica, la legge considera libera tale attività, e quindi non sottoposta ad autorizzazione o Scia, purché non modifichi l’impianto elettrico preesistente, sia conforme agli standard imposti e sia eseguita da un installatore abilitato che rilasci una certificazione di conformità alle disposizioni in materia di sicurezza.

Nuovi edifici. A tal fine, ricordiamo che il d. lgs. 48/2020, recepente la Direttiva europea 2018/44, impone ai comuni di adeguare il regolamento edilizio alle nuove prescrizioni di legge. Tra queste c’è l’obbligo di predisposizione dell’allaccio di infrastrutture per la ricarica dei veicoli nella costruzione di edifici con almeno dieci unità abitative, introdotto dall’art. 15 del d.lgs. 257/2016. Al contempo, la legge prevede la predisposizione delle medesime infrastrutture in caso di ristrutturazioni importanti che coinvolgono il parcheggio condominiale o la rete elettrica dell’edificio, purché il costo di tale adempimento non superi il 7% della ristrutturazione complessiva.

L’esigenza del condomino. Detto ciò, il singolo condomino potrebbe voler dotare il proprio box o posto auto privato di un dispositivo di ricarica. In tal caso può agire previa comunicazione all’amministratore di condominio, con interventi conformi alle disposizioni di legge. A seconda delle esigenze, il condomino potrà allacciare l’impianto al contatore della propria abitazione o a un nuovo contatore dedicato, se non già presente. Se, invece, l’impianto elettrico del box o posto auto viene allacciato a quello condominiale, sarà necessario un contabilizzatore non fiscale per quantificare l’effettiva quota di spesa da addebitare al condomino.

Aree condominiali. Qualora l’installazione coinvolga le aree comuni dell’edificio, come nel caso in cui si voglia dotare di colonnina il cortile dello stabile, l’intervento andrebbe sottoposto ad approvazione dell’assemblea condominiale. Il condomino, comunque, potrà apportare “a proprie spese” le modifiche necessarie per l’opera, purché non alteri la destinazione del bene comune “e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto” (art. 1102 c.c.).

Gli incentivi. Ricordiamo che l’acquisto e le opere di posa delle infrastrutture di ricarica sono al momento incentivati da una detrazione fiscale del 50%, calcolabile su un importo massimo di spesa di 3.000 euro. Tale bonus può salire fino al 110%, nel caso in cui tali interventi siano stati effettuati contestualmente a opere trainanti di efficientamento energetico.

COMMENTI

  • Nell articolo non si evidenza la necessità di dover SEMPRE far controllare da un elettricista (serio) la presa o la spina alla quale si vuole attingere per la ricarica dell'auto. Tra cavi di sezione inadeguata, impianti degli anni 70, prese di tipo italiana passo piccolo, messa a terra fatta a posteriori... e tutte le cose all'italiana. E' sempre meglio farle controllare. Poi se si considera che una moderna presa Skuco, o italiana da 16A non sono capaci di sopportare la ricarica di un autovettura (2-3000w) per tanti giorni per tante ore... è un attimo far danno e rischiare.
  • Dipende dalla potenza disponibile e dalla capacita' della batteria. Se per esempio si hanno 6kW e la batteria e' da 75 kWh, tipo Model 3, ci vorrano 6-7 ore per un ciclo da 20% a 80%.
  • La domanda è un'altra. Con un impianto domestico si riesce a ricaricare completamente la vettura durante la notte? Temo proprio di no.
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