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Mobilità sostenibile
Faremo ghiaia stradale con l’anidride carbonica?

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Dopo la chiusura della conferenza per l’ambiente, la Cop26 di Glasgow, con un compromesso poco soddisfacente sulla fine del carbone e le scuse del presidente Alok Sharma, che non ha potuto nascondere la delusione, il dibattito torna nei rispettivi Paesi. In Italia, a cercare di fare il punto con politici e scienziati è stato il Green&Blue Open Summit, evento al quale hanno partecipato il Premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, l’inviato speciale del Presidente Usa per il clima John Kerry, l’attore Alessandro Gassmann, lo scrittore Jonathan Safran Foer e il fotografo Steve McCurry. Tra gli ospiti, il ministro delle Infrastrutture e Mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, e Roberto Cingolani (qui la sua recente intervista a Quattroruote), ministro della Transizione ecologica, i più diretti interessati al futuro dell’auto. Ecco le loro risposte, a distanza, alle accuse di Greta Thunberg di aver sprecato un’occasione con il solito bla bla della politica.

Più MaaS e integrazione con treni (a idrogeno) e ciclabili. Per il ministro Giovannini, è vero che a Glasgow non si è riusciti a prendere impegni forti, ma comunque sono stati raggiunti risultati importanti, a partire da tre chiari messaggi: il futuro è nella svolta per contrastare il cambiamento climatico, e di questo hanno preso atto anche privati e grande finanza; l’Europa è leader di questo cambiamento; ci sarà un monitoraggio dettagliato annuale, non solo chiacchiere. Tra le cose da fare, il ministro indica le parole chiave del COP26, a partire da "mitigazione", cioè riduzione delle emissioni. Nel Pnrr, ha spiegato Giovannini, sono previsti 62 miliardi di euro per il ministero dei Trasporti, e di questi, il 76% è per la lotta al cambiamento climatico (contro il 37% della media degli altri ministeri). La scelta è radicale e va dalla "cura del ferro", intesa come treni e rotaie, alle ciclabili, tenendo conto che non si finisce nel 2026, ma la legge di Bilancio guarda oltre, al decennio. Il ministro ha sottolineato la "differenza" rispetto al passato, visto che "i finanziamenti europei e regionali andranno solo a chi attua i progetti". Tra gli esempi di transizione verso la mobilità sostenibile, ha citato una Regione (non nominata, ma dovrebbe trattarsi della Sardegna - 140 milioni di euro per la linea Sassari-aeroporto, con 5 treni e un impianto di produzione e stoccaggio di idrogeno - mentre in Lombardia il progetto H2IseO partirà dal 2023, con la trasformazione della Val Camonica nella prima "Hydrogen Valley" italiana) dove si progetta il "salto" verso il treno "fuel cell" senza passare quindi dall’elettrificazione della linea, che avrebbe richiesto interventi molto costosi nelle gallerie. Ma non mancano le piste ciclabili, per le quali sono destinati 600 milioni di euro. Infine, il Comitato interministeriale per le politiche urbane, ricostituito, potrà contare su 2,8 miliardi di euro da investire in riprogettazione degli spazi delle città, con particolare attenzione al coworking, agli spazi per gli anziani e per i bambini. Oltre a "mitigazione", poi, il ministro ha spiegato che l’altra parola chiave sarà "adattamento", perché "la crisi climatica è già con noi, e bisogna mettere in sicurezza strade, ponti, porti, non solo con la manutenzione, ma preparando le strutture esistenti a essere resilienti ai cambiamenti climatici". Oltre che all’evento di Open, Giovannini ha parlato del futuro della mobilità a margine della presentazione del rapporto Audimob alla sede del Cnel a Roma: "Emergono molti temi su cui dobbiamo migliorare, da un lato la scelta dell'auto privata legata alla pandemia, le difficoltà del trasporto locale, la preferenza verso mobilità dolce e sostenibile, che però va sostenuta, e poi la grande domanda dello smart working. Bisogna promuovere la pianificazione strategica urbana di prossimità, dal basso, partendo dalla conoscenza capillare del territori, rafforzando la figura e il ruolo dei mobility manager". 

Start-up: pochi soldi, ma buone idee. Di vero e proprio imbarazzo, per non essere riusciti a raccogliere dalla Conferenza di Parigi del 2015 a oggi i 100 miliardi promessi ai Paesi più a rischio per il cambiamento climatico, ha parlato il ministro Cingolani, che si è soffermato sull’importanza dello "Youth for climate" (evento globale che diventerà permanente, supportato dall’Italia) e sulla giusta protesta dei giovani, che deve tradursi in proposte. "Abbiamo stanziato 250 milioni di euro per le start-up, pochi forse, ma utili per far partire le iniziative, come seed fund, dopodiché una su dieci di queste piccole società che partono magari con un milione di euro riescono a fare il salto e trovare finanziatori privati". Da queste iniziative, il ministro immagina che possano nascere soluzioni in grado di contrastare il cambiamento climatico entro il 2050. E alcune sono davvero interessanti, al limite del visionario. "Una start-up punta a trasformare anidride carbonica in carbonato di calcio, la toglie dall’aria e ne fa pietre (in realtà uno studio islandese, Carbflix project, ne parla dal 2016, ndr), come immaginare una macchina che succhia CO2 e magari produce ghiaia per i cantieri…". Per il momento, però si ipotizza di arrivare a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, mentre le emissioni nel mondo sono nell’ordine dei 50 miliardi di tonnellate. Quanto alla possibilità di una leadership italiana in questa fase di cambiamento epocale, Cingolani ha precisato che quanto a best-practise, siamo già ai vertici, grazie all’economia circolare e all’energia rinnovabile, ma bisogna tenere conto che l’Europa produce l’8% della CO2 globale, mentre India e Cina ne producono il 40%. "Sul passaggio dal contenimento dell’aumento di temperatura da 2° a 1,5°, si è dovuto trovare il compromesso sul carbone, non più da eliminare, ma da ridurre, perché questi Paesi, leader per le loro dimensioni, chiedono tempi più lunghi. Ma è un segnale comunque positivo: per gli obiettivi del 2030 e 2050 serve un piano, è una maratona, ci sono 10+20 anni per raggiungere la decarbonizzazione".

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