Formula 1, 70 anni di Gran Premi: la carriera di Michael Schumacher - Quattroruote.it
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70 anni di Gran Premi: Schumi, come lui nessuno mai

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70 anni di Gran Premi: Schumi, come lui nessuno mai
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Michael Schumacher. In cima alle classifiche c’è ancora lui, nei 70 anni di storia della Formula 1, ripercorsi nello speciale Dossier allegato ai numeri di luglio di Quattroruote e di Ruoteclassiche. Il pilota tedesco può infatti vantare il maggior numero di Gran Premi vinti  (91) e il maggior numero di titoli mondiali conquistati (7). Solo il primato di pole position (68) gli è stato portato via da Lewis Hamilton (88), l’unico che, al momento, può ambire a raggiungere o superare gli altri record. La statura di Schumi, però, va ben oltre i numeri. La sua carriera ha segnato in maniera indelebile un’epoca. E se due dei sette allori iridati sono stati ottenuti con la Benetton, il suo mito è indissolubilmente legato alla Ferrari, con la quale ha dominato per cinque stagioni consecutive il Mondiale.

Gli esordi. Come Schumacher sia arrivato rocambolescamente alla F.1 è storia nota. Su quella Jordan, al GP del Belgio del 1991, non doveva salirci. Ma la sorte, a volte, ci vede benissimo. E l’arresto di Bertrand Gachot, titolare della vettura, a seguito di una lite finita male con un tassista londinese, fu provvidenziale. Intendiamoci: uno come Schumi, ai Gran Premi, prima o poi ci sarebbe arrivato comunque, anche grazie al sostegno della Mercedes che lo aveva fatto correre con le sue Gruppo C. Gachot, in ogni caso, non era un “signor nessuno”: nello stesso anno, aveva vinto, in coppia con Johnny Herbert, la 24 Ore di Le Mans, entrando nella storia come unico pilota fino ai giorni nostri (e probabilmente per sempre) a essersi aggiudicato la prestigiosa gara di durata francese con una vettura dotata di motore rotativo, la Mazda 787B. Ma l’inflessibilità di un giudice inglese, alla fine, distrusse la sua carriera, tanto da indurlo a cambiare mondo e a buttarsi (con successo) nel business delle bevande energetiche. Schumi, invece, con le poche centinaia di metri percorsi in quella gara prima di doversi ritirare per un problema alla frizione, pose il primo mattone della sua incredibile scalata al successo.

I primi titoli. Alla Jordan, Michael resta solo per quella gara perché Flavio Briatore, che ne intuisce il valore, se lo porta alla Benetton, dove resterà fino alla fine del 1995. I risultati non tardano ad arrivare. Spa è la sua pista: nel ’92 vi ottiene la prima partenza in prima fila e la prima vittoria. Il ’94, anno segnato dal tragico weekend di Imola dove perdono la vita Ratzenberger e Senna, lo vede imporsi nei GP del Brasile, del Pacifico (in Giappone), di San Marino, di Monaco, del Canada, di Francia, di Ungheria e d’Europa (a Jerez). Damon Hill, con la Williams, è però un avversario tenace e la classifica vede i due rivali arrivare all’ultimo appuntamento, il GP di Australia ad Adelaide, distanziati di un solo punto. L’epilogo non è dei più puliti: al 36° giro Michael esce di pista, rientra, urta Damon Hill e lo mette fuori gara, impedendogli di conquistare i punti necessari per il titolo. Schumi vince il suo primo campionato tra le polemiche, ma la Fia considera tutto regolare: non accadrà lo stesso, qualche anno dopo. Nel frattempo, però, Michael avrà conquistato il suo secondo alloro, ancora con la Benetton, ma dotata di motore Renault al posto del precedente Ford, aggiudicandosi nel ’95 nove gare e chiudendo questa volta il campionato con un ampio margine di vantaggio ancora su Damon Hill.

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Michael Schumacher con Ross Brawn

L’attesa. Si chiude qui il primo capitolo della vita in F.1 di Schumi, che nell’inverno del ’95 lascia la corte di Flavio Briatore per approdare alla Ferrari. Che cosa trova a Maranello? La squadra era andata vicina al titolo mondiale, che rincorreva dal ’79, nel 1990, quando la partita si era chiusa con lo scontro tra Senna e Prost a Suzuka e il successo del brasiliano, che aveva così vendicato lo sgarbo subito l’anno precedente dal francese. Poi, le Rosse non si erano più dimostrate all’altezza, Prost se n’era andato sbattendo la porta e il team aveva navigato a vista con Alesi, Capelli, Berger, in qualche gara anche Larini. Dal ’91 al timone dell’azienda c’è Luca Cordero di Montezemolo, che cerca pazientemente di ricostruire la squadra, partendo da Jean Todt, che ingaggia nel 1993 affidandogli la Gestione Sportiva. Tassello dopo tassello, vengono gettati i presupposti per la rinascita: con Schumacher, arriveranno dalla Benetton Ross Brawn, organizzatore e stratega più che progettista, Rory Byrne, che invece le macchine le disegna, e Joan Villadelprat, il suo capo meccanico. Nasce così, il dream team delle Rosse. Che non vince subito il Mondiale, ma si riporta presto nelle zone alte della classifica, consentendo a Michael di vincere, nella prima stagione, tre GP. Il ’97 potrebbe essere già l’anno buono per l’alloro iridato, ma Schumi spreca tutto: a Jerez, nell’ultima e decisiva gara, compie un grave scorrettezza nei confronti di Jacques Villeneuve che, con la Williams, è in lotta con lui per il campionato. La collisione che causa, e nella quale ha la peggio, gli costa il disonore della perdita di tutti i punti conquistati durante la stagione (78, contri gli 81 del canadese): nella classifica di quell’anno Schumacher semplicemente non figura. L’assalto riprende nel ’98 e ’99 contro un nemico che cambia: al posto della Williams-Renault di Jacques, c’è la McLaren-Mercedes di Mika Hakkinen, che ha la meglio per due anni di fila. Anche perché Schumacher, nel ’99, a Silverstone esce di pista alla prima curva del GP d’Inghilterra, rompendosi una gamba. Salta diverse gare prima di potersi ripresentare al via per dare una mano al compagno Eddie Irvine, ma non è sufficiente.

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Michael Schumacher con Luca Cordero di Montezemolo

Marcia trionfale. L’appuntamento con il Mondiale è solo rimandato. E le delusioni saranno ripagate con gli interessi. Dal 2000 al 2004 la Ferrari è praticamente imbattibile. La squadra lavora tutta per Michael, che è un leader carismatico e trova nel presidente Montezemolo appoggio totale; al muretto, Todt sorveglia severo le operazioni; tra i tecnici, si fa notare Aldo Costa, aiuto di Byrne del quale prenderà il posto nel 2008; tra i manager, si fa largo Stefano Domenicali, destinato a diventare team principal; il brasiliano Rubens Barrichello è il fido scudiero, pronto a sacrificarsi, quando occorre, per il bene del capitano e della Ferrari. L’anno in cui la supremazia è più schiacciante è il 2002, quando con le Rosse Schumi vince 11 GP e Rubens 4. La F2002 è una monoposto perfetta: merito anche dei motoristi Paolo Martinelli e Gilles Simon, che mettono a punto un V10 tre litri da 830 CV di proverbiale affidabilità. Schumi, infatti, completa gli oltre mille giri di quel Mondiale senza mai ritirarsi. Nella famiglia Schumacher c’è anche la soddisfazione di vedere un altro membro, il fratello di Michael Ralf, vincere uno dei 17 GP in programma, quello della Malesia, con la Williams-BMW. Ma la squadra di sir Frank a fine stagione avrà meno della metà dei punti in classifica della Ferrari.

Arriva Fernando. Con il 2004 si chiude un ciclo: i due anni successivi sono più difficili per le Rosse. Nasce una nuova stella, ancora una volta sotto l’ala di Briatore: Fernando Alonso. Con la Renault, conquista due Mondiali consecutivi, dimostrando che Kaiser Schumi non è più imbattibile. E il campione tedesco, alla fine, si arrende: alla fine del 2006, dal podio di Monza dove ha vinto il suo ennesimo GP, annuncia l’intenzione di ritirarsi a fine stagione. Lascia il suo posto a Kimi Raikkonen, che lo onorerà riportando il titolo Piloti a Maranello nel 2008: l’ultimo, fino ai giorni nostri. Fu una decisione prematura? Lo pensarono in molti. Michael aveva ancora parecchio da dire. Era un pilota più che completo, veloce nelle qualifiche, straordinario in gara, fantastico collaudatore, in un’epoca in cui s’iniziavano a limitare le sessioni di test private. Era anche un uomo squadra, a patto che quest’ultima ruotasse tutta intorno a lui. Ma a Maranello a ciò sono abituati: sarà così anche con Fernando Alonso, durante la sua vana rincorsa con la Rossa a un nuovo iride.

Il ritorno. Schumi però, dalle corse, lontano non sa stare. Ci prova con le moto, con qualche caduta. Risale occasionalmente su una Ferrari, alla quale resta per un po’ legato come consulente e uomo immagine. E quando, nel 2010, è la Mercedes a tentarlo, cede. Disputerà altre tre stagioni con le argentee monoposto anglotedesche, ritrovando in squadra Ross Brawn e avendo come compagno il figlio di Keke Rosberg, Nico. Molti si sorprendono del fatto che, spesso, quest’ultimo risulti più veloce del sette volte campione del mondo. Il problema, in realtà, non è Schumi: sono le qualità di Rosberg, che emergeranno più tardi nel confronto con un altro talento mostruoso, quello di Lewis Hamilton. Mette, però, malinconia il fatto che un asso del calibro di Schumi dopo il 2006 non riesca più a vincere un GP. Così, alla fine del 2012, Michael abbandona per la seconda volta la F.1, lasciando il posto proprio a Hamilton. Ha tutto, del resto, per godersi una straordinaria pensione: denaro in abbondanza, una famiglia meravigliosa, una fama imperitura. Fino a quel maledetto 29 dicembre 2013, in cui sono gli sci, e non una F.1, a tradirlo.

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