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Di Loreto (Bain & Co.): “Acquisizioni, è il momento di agire”

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Di Loreto (Bain & Co.): “Acquisizioni, è il momento di agire”
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Che tempi vivono i componentisti italiani? Di rischi o di opportunità? A ragionare su queste prospettive, con un intervento molto apprezzato a Mission Restart, è stato Gianluca Di Loreto, partner della società di consulenza Bain&Company, prendendo spunto da una riflessione sulle differenti tipologie di operazioni societarie di fusione e acquisizione. Che, per Di Loreto, possono essere suddivise in base a tre motivi strategici fondamentali: consolidarsi per essere più forti, realizzando deal di scala che riducano i costi (come avvenuto, per esempio, con la nascita di Stellantis); comprare la crescita, ovvero acquisire business in fase positiva per accelerarne lo sviluppo; comprare le competenze, con lo scopo di innovare la propria offerta di prodotti e servizi. Quest’ultimi, detti anche deal di scopo, sono oggi i prevalenti in tutti i settori più attivi, come quelli della tecnologia, della sanità e dei beni di consumo.

Scarso dinamismo. Nel mondo dell’auto, ha argomentato Di Loreto, gli ultimi anni hanno registrato una crescita continua degli accordi di scopo, passati dal 45% del totale delle operazioni del 2015 al 75% dello scorso anno. Al loro interno, a far registrare l’incremento maggiore sono stati i deal spinti dalla volontà di acquisire competenze, arrivati nel 2019 a toccare il 44%. Va però detto che i deal del settore auto risultano ancora poco rilevanti, per numero e valore, se confrontati con quelli registrati in altre aree come l’elettronica e la sanità: nel periodo 2015-2019, per esempio, sono stati 251 contro i 966 del mondo sanitario e i 1.531 di quello dell’elettronica. Una scarsità di accordi che, in ambito automotive, non è legata solo agli ultimi anni di questo decennio, ma si configura come una caratteristica storica.

A ciascuno la sua acquisizione. Le transazioni nel settore auto, ha sottolineato Di Loreto, sono dominate dai componentisti, che si sono aggiudicati il 50% dei deal a livello globale nel periodo considerato (2015-2019), sopravanzando i costruttori e gli operatori tecnologici; andando più nel dettaglio, la maggior parte delle azioni effettuate dai costruttori ha riguardato gli operatori della eMobility e aveva lo scopo di colmare nel modo più rapido possibile il gap tecnologico accumulato. La maggior parte dei componentisti, invece, si è focalizzata sulla fusione con altri componentisti, al fine di rafforzare le proprie dimensioni e far crescere il fatturato; i nuovi player dell’hi-tech, invece, si sono maggiormente basati sui deal di scopo, per potersi posizionare al meglio attraverso l’acquisizione di piattaforme di sharing e di operatori della mobilità elettrica.

Le differenze. Il diverso punto di partenza dei singoli operatori ha comportato strategie differenti di fusioni e acquisizioni, accomunate però dalle necessità di far entrare nel proprio perimetro nuove competenze. I costruttori e i principali fornitori si sono orientati soprattutto verso il rafforzamento delle loro conoscenze nel campo del software, fondamentali per i sistemi operativi dei veicoli e per la guida autonoma, i cui costi sono insostenibili anche per le grandi aziende; i componentisti, invece, stanno guidando il consolidamento del proprio settore, rafforzandosi attraverso deal di scala che consentano di ridurre i costi, aumentare gli utili nel breve termine e generare maggiori flussi di cassa. Il focus delle aziende tech va, infine, sulla realizzazione di nuove tecnologie e sull’accesso alle competenze relative ai veicoli elettrici, anche attraverso l’acquisizione di alcuni componentisti.

Zona per zona. L’attività dei deal strategici, nel periodo precedente la pandemia, risulta molto diversificata in base alle zone, con l’Europa che si è dimostrata più attiva dell’America e dell’Asia. Nel 2019, i valori complessivi delle transazioni sono diminuiti in media del 25%, ma l’Asia è rimasta la regione di maggior rilievo nei cosiddetti deal outbound, cioè gli accordi riguardanti aziende al di fuori della propria area geografica. In tutte le regioni, i componentisti guidano la classifica degli operatori più attivi. Va detto che mentre in America il focus, nel 2019, si è concentrato su settori come la guida autonoma, la connettività, l’elettrificazione e lo sharing, l’Europa ha perseguito nella storica strategia di alleanze tra componentisti, pur vedendo crescere la componente relativa alla eMobility. In Asia, infine, il portafoglio è risultato più bilanciato tra componentisti e attori delle nuove forme di mobilità.

L’andamento. A livello globale, i periodi di crisi storicamente registrano un aumento del numero e del valore delle operazioni societarie e questo vale anche nel settore automotive e l’Italia, negli ultimi 15 anni, non è sfuggita a questa regola. Il tessuto industriale dell’auto nel nostro Paese vede la stragrande maggioranza dei deal mirati ai componentisti meccanici, che costituiscono un’eccellenza nazionale, tuttavia, le nostra aziende sono ormai spesso preda di acquirenti stranieri sempre più numerosi. Secondo Di Loreto, per le aziende interessate a rafforzarsi il momento che stiamo vivendo è favorevole a causa delle maggiori difficoltà che stanno affrontando alcuni componentisti che, per posizionamento, faticano a utilizzare leve come quella del prezzo e che incidono sulla loro valutazione azionaria. Le opportunità riguardano sia le acquisizioni, sia la possibilità di ricapitalizzazione. Acquisizioni e collaborazioni devono diventare parte integrante della propria strategia, da attuare con velocità e capacità d’integrazione, focalizzandosi su deal che abbiano come scopo la crescita dei processi di elettrificazione, digitalizzazione. Se l’integrazione può risultare inizialmente difficile, è possibile che le aziende acquisite rimangano per un certo periodo indipendenti, contribuendo comunque, con il loro core business, al rafforzamento del valore complessivo. Storicamente, l’atteggiamento dell’industria automotive è stato, però, quello d’integrare subito il know-how acquisito nello sviluppo dei propri prodotti. Tuttavia, soprattutto con le operazioni riguardanti gli ambiti di hardware e software, secondo Bain & Co è invece opportuno valutare anche la possibilità dei soli accordi commerciali che consentano lo sfruttamento della proprietà intellettuale acquisita.

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