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Il racconto
"Renault 4 all'avventura": storia (e ricordi) di un simbolo di libertà

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"Renault 4 all'avventura": storia (e ricordi) di un simbolo di libertà
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Una delle notti più indimenticabili della mia vita è legata a una Renault 4 color sabbia. Non è come potete pensare: è che non ho più scordato quanto fu scomodo dormire sui sedili di tela tipo spiaggia, fissi, con i tubi dell’armatura nelle scapole e gli arti rannicchiati in posizione fetale. Era l’estate dei diciott’anni, della voglia smisurata di evasione con il portafogli vuoto. Non c’erano nemmeno i soldi per pagarsi la pensione più economica: giusto le lire per la benzina e poco altro. In compenso, non si stava mai fermi. Sempre a quell’incosciente stagione di libertà risale un altro momento magico R4, stavolta sul sedile anteriore. Era così impolverata da renderne incerto il colore. Un contadino mi aveva dato un passaggio per scollinare l’Appennino umbro. Volava sulle strade bianche con la leggiadria di un cinghiale, gioviale e lieto di aver raccattato quel giovane studente che sapeva un sacco di cose – tutte inutili – e che poteva ragguagliare sull’aumento dei prezzi delle granaglie e degli abbacchi. E correva, smanettando il cambio a cloche come un maniaco, incurante delle botte secche che salivano dalle buche, delle barre di torsione che piangevano pitié, delle scarpate aperte sul ciglio delle curve prese in leggera sbandata, della coppia di galline nella gabbia sui sedili posteriori e delle bottiglie di vino che intonavano il loro canto tintinnante dal bagagliaio. "Renault 4 all’avventura, una macchina super sicura", canticchiavo mentalmente il ritornello pubblicitario per darmi coraggio.

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Andò bene. Andava sempre bene, la R4, perché era il minimo comune multiplo fatto auto. Aveva il superpotere elementare di muovere i giovani, gli operai e i figli della terra, tutti, senza distinzione. Quelle rosse che giravano per la città, sembrava fossero uscite dalla fabbrica di Boulogne-Billancourt già di serie con l’adesivo del sole che ride e "Energia nucleare? No grazie" sul portello. In campagna erano in grado di fare miracoli, grazie a una capacità di carico da testo dell’obbligo per gli studi d’ingegneria. La Renault 4 era sicuramente meno yé yé delle Citroën 2CV e Dyane, ma più razionale, spaziosa e pratica. Giardinetta nata, la forma squadrata la faceva sembrare più grande di quanto non fosse realmente: saltava all’occhio soprattutto nella versione Fourgonnette, vetrata e con panchetta posteriore, o in lamiera. In comune alle rivali sbarazzine del Double Chevron, in ogni caso, ha avuto la praticità e la simpatia che ha fatto dire oui a un paio di generazioni di automobilisti italiani. La Renault 4 fu chiamata così per il numero dei cavalli fiscali del motore 4 cilindri. Fu costruita in 28 Paesi fra i quali il nostro, a Pomigliano d’Arco, su licenza dall’Alfa Romeo per dare fastidio alla Fiat 600. La sua è stata una delle rare invasioni accettate volentieri d’Oltralpe. Poco civettuola, ma onesta compagna di vita. Sempre la stessa: durante la sua lunga carriera, prolungata per trent’anni dall’agosto del 1961 al dicembre del 1992, la R4 non ha mai abbandonato i suoi tratti fondamentali, giusto il necessario filo di trucco che l’ha migliorata nel corso dei decenni. Al punto che molti identificavano la serie di appartenenza semplicemente dalla mascherina del caratterisco muso, dall’espressione forse non troppo intelligente, ma inconfondibile.

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Gli studi per il progetto 112 erano iniziati nella seconda metà degli anni Cinquanta. Ai francesi bisognava dare una vettura di fascia bassa, pronta a tutti e a tutto: utilitaria, ma abbastanza gradevole per le signore e il tempo libero. Anziché sfruttare la soluzione del monoscocca, Renault scelse il classico pianale sul quale imbullonare la carrozzeria. La differenza la facevano le quattro porte, il portellone ad apertura verticale e l’ampia vetratura su ogni lato. E pazienza se gli interni erano spartani, almeno fino all’arrivo della GTL quarta serie del 1978. Conobbe un successo trasversale come pochi: fu l’auto d’ordinanza della Gendarmeria francese perché era l’unica utilitaria che poteva essere guidata con il kepì in testa. Figlia della Régie Nationale, fu adottata da tutte le aziende statali d’Oltralpe, specie in versione furgonata. Era praticamente parte integrante del paesaggio francese, tanto che fu l’auto più venduta dal 1962 al ’65 (dopo la Dauphine) e dal ’67 al ’68.

Sotto l’aspetto tecnico, è interessante notare come la R4 fu la prima Renault a trazione anteriore. Le prime quattro motorizzazioni di tipo longitudinale avevano cilindrata di 603, 747, 782 e 802 cc, albero a gomiti su tre supporti di banco (motore “Billancourt”), raffreddamento a liquido con circuito sigillato (che sulle ribollenti strade estive marcava la differenza), frizione monodisco a secco e cambio in blocco a 3 marce posto anteriormente. Gli ultimi modelli montavano il motore detto “Cléon-Fonte” da 956 e 1.108 cc e cinque supporti di banco, con cambio a 4 marce. Per adattarne il nuovo senso di rotazione orario, fu sufficiente rovesciare il differenziale: il bello della meccanica di base… Le principali modifiche introdotte nei trent’anni di vita erano principalmente dovute alle norme di sicurezza. Vedi i longheroni rinforzati per montare le cinture di sicurezza, i fori per l’iniezione del trattamento protettivo nei punti più soggetti a ruggine, il freno a mano tra i sedili anteriori. Più le variazioni ai brancardi anteriori necessarie al succedersi delle serie L per lusso, Confort e Super Confort, L Super, Export, TL, GTL. Per quanto minimaliste, le versioni speciali suscitavano sempre curiosità e simpatia, dalla ricercata Parisienne bicolore del Sessantotto, alla Plein Air simil-Méhari, alla Savane e la spiaggina Frog. E poteva forse resistere al richiamo della Paris-Dakar? Certo che no: i fratelli Claude e Bernard Marreau vinsero il deserto e si classificarono terzi nel ’79 e quinti l’anno successivo guidando una R4 con motore “Cléon-Fonte” della R5 Alpine gruppo 2, trasmissione 4x4 Sinpar e ammortizzatori rinforzati. Eroi!

La Renault 4 ha sempre venduto bene: 8.135.424 esemplari in 31 anni, la seconda francese di sempre dopo la Peugeot 206. La semplicità le ha sempre abbassato l’età: un quarto di secolo dopo il lancio, era ancora considerata una vettura giovanile e da giovani. Con la Twingo all’orizzonte degli anni Novanta, il nome scelto per la serie finale prodotta a Novo Mesto, nell’attuale Slovenia, non poteva essere più commovente: Bye Bye. Dunque bon retour, R4!

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