Regno Unito Con la Brexit a rischio la presenza delle Case giapponesi

Rosario Murgida Rosario Murgida
Regno Unito
Con la Brexit a rischio la presenza delle Case giapponesi
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Si torna a parlare di Brexit e delle sue potenziali conseguenze sul settore auto. Le Case giapponesi potrebbero infatti decidere di chiudere i propri impianti nel Regno Unito. L'avvertimento è stato lanciato dall'ambasciatore del Sol Levante dopo un incontro con il premier britannico Theresa May che ha visto la partecipazione di rappresentanti di Toyota, Honda, Nissan e Hitachi.

A rischio Toyota, Nissan e Honda. L'ambasciatore Koji Tsuruoka, uscendo da Downing Street, sede del governo britannico, è stato molto esplicito parlando di "alte poste in gioco" con la Brexit e anticipando la possibilità che le grandi multinazionali nipponiche chiudano le loro attività in Gran Bretagna. "Se non c'è redditività nel continuare a essere presenti nel Regno Unito, nessuna società privata può continuare a operare", ha affermato il diplomatico giapponese, mettendo così a rischio migliaia di posti di lavoro sull'isola.

Presenza consistente in Inghilterra. Del resto in Gran Bretagna sono molte le aziende giapponesi ad avere presenze manifatturiere di una certa importanza, non solo per i numeri. La Nissan è proprietaria a Sunderland, nell'Inghilterra nord-orientale, del suo maggior impianto al mondo con oltre 500 mila vetture prodotte l'anno scorso e più di 7 mila dipendenti impiegati su catene che sfornano le Suv Juke e Qashqai, le Infiniti Q30 e QX30 e, da dicembre, l'elettrica Leaf. La Toyota è presente a Burnaston, nell'Inghilterra centrale, con un impianto da 4 mila dipendenti e una produzione di quasi 200 mila vetture, tra Auris e Avensis, mentre la Honda assemblea circa 150 mila vetture della gamma Civic a Swindon, nel Sud-ovest dell'Inghilterra, con oltre 3.500 addetti. Si tratta di numeri rilevanti anche senza considerare le fabbriche di componentistica, i massicci investimenti effettuati negli ultimi anni e il peso sulle esportazioni britanniche: oltre la metà della produzione automobilistica delle Case giapponesi nel Regno Unito è destinata ai mercati dell'Unione Europea.

Avvertimenti in serie da mesi. Che la Brexit possa avere un impatto senza precedenti sull'economia britannica è evidente e da diversi mesi le grandi multinazionali, non solo giapponesi e non solo del settore auto, lanciano di continuo avvertimenti sulla necessità di avere chiarezza sulle implicazioni dell'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. La May si è finora limitata a rassicurazioni di prammatica, ma tutto dipende dalle trattative in corso con i funzionari di Bruxelles. Nel caso, per esempio, di una "hard Brexit", un'ipotesi da tempo paventata e fortemente temuta dal tessuto economico britannico, il Regno Unito rischia una catastrofe, con un crollo del Pil che potrebbe essere a doppia cifra. Finora sono molte le incognite e Downing Street ha anche escluso la possibilità di un'unione doganale con la Ue successiva all'uscita definitiva anche per preservare la possibilità di firmare accordi commerciali bilaterali con Paesi non Ue come appunto il Giappone. Tsuruoka non ha risposto a domande sulle future relazioni tra le due sponde della Manica, mentre ha fatto presente come sia "previsto che l'industria manifatturiera continui ad avere libero accesso al mercato europeo". Una condizione che però rischia di saltare senza un accordo in tal senso al tavolo delle trattative aperto da mesi. Rimane il fatto che la situazione sia drammaticamente cambiata rispetto a un passato che ha visto i governi britannici incoraggiare gli investimenti giapponesi descrivendo il Regno Unito come la "porta d'accesso all'Europa". Ora le società del Sol Levante, a partire da quelle del settore auto, stanno osservando con attenzione l'evolversi degli eventi. Anche per questo l'ambasciatore, per conto delle aziende del suo Paese, ha chiesto ancora una volta "chiarezza e certezze". Nel caso non ci fossero, i rischi sono elevati, come affermato dal parlamentare laburista e pro-Ue, Phil Wilson: "Se il governo non riuscirà ad agire con rapidità, potremmo dire addio alle imprese giapponesi con sede nel Regno Unito".

Ford Credit emigra in Germania? A dimostrare come i rischi di un addio delle case automobilistiche siano sempre più elevati ci sono anche altre situazione di difficoltà. Il gruppo PSA è in attesa di capire quale esito avranno le trattative sulla Brexit per dare un futuro all’impianto Vauxhall di Ellesmere Port, già soggetto a profondi tagli della forza lavoro, mentre la Ford sembra aver iniziato a valutare il trasloco di alcune attività sulla falsariga di quanto deciso recentemente da grandi banche come Morgan Stanley, Goldman Sachs e JP Morgan a favore di Parigi, Dublino e Francoforte. E proprio dalla capitale economica della Germania arrivano indiscrezioni su un’iniziativa della Casa dell’Ovale Blu. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Ford ha presentato alle autorità tedesche la richiesta per ottenere la licenza bancaria pur di avere la possibilità di portate avanti le proprie attività di finanziamento nel Vecchio Continente, svolte tramite la Ford Credit Europe con sede vicino a Londra, una volta definita la Brexit. 

claudio colonna

nessuna agevolazione per gli inglesi dopo la brexit...ogni diritto acquisto con l'appartenza all'ue nel campo commerciale deve cessare...ognuno si deve poi assumere le responsabilità dei suoi atti....

COMMENTI

  • nessuna agevolazione per gli inglesi dopo la brexit...ogni diritto acquisto con l'appartenza all'ue nel campo commerciale deve cessare...ognuno si deve poi assumere le responsabilità dei suoi atti....
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  • Elio, ho lavorato per 3 mesi in un Ospedale nell'Essex (60 km da Londra) 2 anni fa. In quel periodo è apparsa le notizia che il governo avrebbe rifinanziato l'NHS (che non sta messo molto bene) con 10 miliardi di sterline (non so cosa sia poi avvenuto). Figurati cosa ci fanno con 400.00O sterline....E' un paese molto ben organizzato (in maniera molto rigida, e non può essere altrimenti se vuoi far funzionare le cose), con una buona integrazione dei lavoratori stranieri (nella sanità ho stimato che almeno il 25% delle varie componenti che vi lavorano all'interno è costituito da Indo pachistani e poi esiste un'altra grossa percentuale di lavoratori provenienti, in grossa parte, dal sud europa). Senza di essi il sistema sanitario non può sopravvivere un solo giorno....e ritengo che lo stesso discorso valga anche per molti altri settori. Dipendono fortissimamente dai lavoratori stranieri....Purtroppo hanno il difetto di credere, pur essendo molto professionali, di essere gli unici depositari del sapere....quella stessa presunzione che gli ha impedito, ovviamente in maniera preponderante nelle aree rurali, di rendersi conto che un paese di 53 milioni di abitanti non è in grado di essere attrattivo a livello internazionale rispetto a nazioni molto più popolose.....è un problema di numeri....la UE di errori ne ha fatti e continua a farne altri anche importanti, tuttavia è l'unica strada che può permettere a paesi piccoli, come il nostro o l'Inghilterra, di continuare ad essere competitivi in un mondo globalizzato dove vi sono attori la cui crescita demografica dei prossimi decenni è destinata fatalmente a relegarci, se ci isoliamo, ad un ruolo politico ed economico di assoluta marginalità....
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  • i britannici cominciano a prendere coscienza delle conseguenze di un futuro isolamento, come scrissi giorni fa, ho visto un'inchiesta della locale BBC dove emergeva che se si ripetesse ora il referendum vincerebbe il "no", cambiamento di rotta causato dai tanti giovani che hanno disertato le urne la prima volta ritenendosi poco interessati alla questione ma che ora spaventati invece dalle conseguenze andrebbero a votare in massa. .... il discorso è lungo e complesso e probabilmente non è questa la sede per affrontarlo ma i problemi hanno origini lontane, dall'allargamento dell'unione a paesi dell'est europa che poco o nulla hanno da spartire coi valori e la cultura dei paesi occidentali fondatori, allargamento operato principalmente da certa politica collusa con l'imprenditoria desiderosa di accedere liberamente e senza dazi ad un mercato del lavoro a basso costo e a basse tutele sociali, ma che ha conseguentemente causato profondi squilibri nel tessuto socio/economico dell'occidente (ed era facile da prevedere). Bisogna evidenziare poi che nella UE esistono paesi "pagatori" che versano più di quanto ricevono indietro e paesi "fruitori" che al contrario ricevono più di quanto versano (in alcuni casi molto di più) e che la libera circolazione delle persone ha causato una trasmigrazione da est ad ovest per andare ad usufruire di un Welfare più vantaggioso. in UK (e va detto, non solo li) la faccenda ha scatenato malumori diffusi tra i cittadini costretti a subire questa invasione, conseguentemente una certa parte della politica ne ha cavalcato l'onda per motivi puramente elettorali, non va dimenticato che David Cameron è stato eletto anche grazie alla promessa di indire il referendum e forse pensava in cuor suo che una volta al governo potesse far cadere nel vuoto la questione, tesi avvalorata dal suo schierarsi poi per il "no" una volta costretto a darvi seguito. il resto è storia odierna e molto del futuro sarà legato a che tipo di accordi economico/commerciali le parti in causa riusciranno a trovare, anche se, il mio pensiero è che un duro scontro totale non conviene ne alla UE e men che meno all'UK.....
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