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Brexit
Salta il voto sull'accordo con Bruxelles

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Ancora nessuna soluzione per la questione della Brexit: dopo oltre cinque ore di dibattito e con pochi voti a favore (322 contro 306), la Camera dei Comuni ha approvato un emendamento promosso dagli ex conservatori ribelli e dai partiti di opposizione per rinviare il voto sull’accordo raggiunto giovedì con Bruxelles: il testo chiede di gestire l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea fino a quando tutta la legislazione associata non sarà approvata, anche dopo il termine ultimo del 31 ottobre: è dunque saltata la procedura di votazione sulla mozione del governo legata all’intesa.

Nuovo schiaffo al governo. Il voto favorevole all’emendamento, proposto innanzitutto dal deputato Oliver Letwin, rappresenta un altro duro colpo per il governo britannico, che già sotto la guida di Theresa May ha dovuto subire la bocciatura di un precedente accordo con la Ue. Johnson, che si trova ora nella stessa difficile situazione del suo predecessore dovendo gestire una vicenda delicata senza avere il pieno appoggio dei deputati, ha deciso di ritirare la mozione e promesso di presentare in tempi strettissimi - la prossima settimana - la legge attuativa della Brexit. Il premier, comunque, non intende chiedere a Bruxelles un rinvio rispetto al termine ultimo del 31 ottobre, come invece stabilisce il Benn Act approvato a settembre (il quale vincola il premier a chiedere una proroga senza l'assenso del parlamento a un accordo sulla Brexit). Parlando in aula dopo il voto, Johnson ha escluso categoricamente l’intenzione di chiedere un altro rinvio e si è detto convinto di poter ottenere il via libera dei Comuni in tempo utile affinché il Regno Unito possa lasciare l'Unione il prossimo 31 ottobre.  

Caos istituzionale.  Quanto avvenuto oggi a Westminster genera ulteriore incertezza e causa un nuovo scontro istituzionale: Johnson ha sempre detto di voler rispettare la scadenza - con o senza accordo - e la ferma volontà di non chiedere alcuna proroga, il che mette in discussione la legge che esclude esplicitamente un'uscita dalla Ue senza un deal e pone le basi per un nuovo braccio di ferro nelle aule dei tribunali. Nelle ultime ore, del resto, erano emersi molti segnali di insoddisfazione e la partita per convincere gli indecisi appre sempre più difficile. Eppure, Johnson era riuscito a portare dalla sua parte alcuni dei Brexiteer più convinti, come il gruppo dei cosiddetti 'Spartani', primi fautori della bocciatura del piano di Theresa May, e quindi a superare l'ostacolo degli indipendentisti scozzesi e soprattutto nordirlandesi. Non è stato, però, sufficiente. L’emendamento ha ottenuto i voti decisivi proprio dei nazionalisti di Belfast. Nel frattempo, monta la protesta tra i cittadini britannici: mentre era in corso il dibattito a Westminster oltre un milione di persone percorreva le strade di Londra per manifestare a favore di un secondo referendum.  

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Bruxelles attende chiarimenti. Intanto, la Commissione europea, tramite il canale Twitter ufficiale, ha dichiarato di aver preso atto "del voto britannico ai Comuni sul cosiddetto emendamento Letwin, che significa che l'accordo di recesso non è stato votato oggi. Starà al governo del Regno Unito informarci dei prossimi passi il prima possibile", ha aggiunto la Commissione. In serata è poi arrivata una prima risposta, secondo alcuni osservatori dai contorni tragicomici: da Downing Street è partita in direzione Bruxelles una prima lettera non firmata con la richiesta del rinvio e a stretto giro una seconda, indirizzata al presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk.

Il giallo delle tre lettere. Nella seconda missiva, questa volta firmata, Johnson ha definito "un errore" il possibile rinvio della Brexit e chiesto di ignorare la prima richiesta. "Abbiamo raggiunto un buon accordo, ma purtroppo il Parlamento britannico mi ha imposto di chiedere un rinvio. Mi scuso per questo, non è la soluzione giusta. Chiuderemo la Brexit il 31 ottobre e spero davvero che non teniate in considerazione la richiesta di rinvio", ha scritto il premier britannico, esponendosi a nuove diatribe giuridiche con le opposizioni: Il Benn Act stabilisce che la proroga venga chiesta in buona fede e senza tentativi di boicottaggio. Non solo. A Bruxelles è arrivata una terza lettera per mano dell'ambasciatore britannico all'Ue Tim Barrow, con la precisazione che la richiesta di rinvio è legata a un obbligo di legge.   

Le preoccupazioni dell'automotive. Il caos politico non rimuove l'incertezza temuta soprattutto dal mondo economico, imprenditoriale e soprattutto dal settore automotive, il più esposto alle conseguenze della Brexit. Recentemente, 21 associazioni nazionali dei Paesi europei, insieme alle europee Acea (l’associazione dei costruttori), Clepa (il consorzio delle aziende della componentistica) e a 21 organizzazioni nazionali, hanno lanciato un accorato appello ad evitare le conseguenze "sismiche" di un no-deal dopo la scadenza del 31 ottobre, con un'uscita disordinata del Regno Unito dall'Ue e un ritorno alle regole dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Nei mesi scorsi, l'associazione inglese Smmt ha più volte paventato uno scenario apocalittico per un settore che vede la presenza di numerose aziende estere con grandi attività produttive, mentre la Nissan aveva parlato di un business europeo insostenibile con la Brexit. Qualcuno ha già optato per la chiusura di attività: è il caso della Ford o della Honda; altri hanno approntato piani di emergenza (BMW, Toyota), mentre la Jaguar Land Rover ha deciso di bloccare temporaneamente le attività subito dopo il 31 ottobre. Altri ancora, come PSA e Nissan, sono in attesa di verificare come evolverà la situazione per prendere decisioni di importanza strategica sulla conferma o meno della propria presenza industriale nel paese.

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  • Questi britannici stanno imparando tanto dai Mariuoli italiani. 😘
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