Il Regno Unito compie un primo passo storico nel suo processo di uscita dall'Unione Europea. La Gran Bretagna ha infatti sottoscritto un accordo di libero scambio con il Giappone: si tratta della prima intesa commerciale raggiunta dal governo di Londra dopo il referendum sulla Brexit

Lo stallo. L'accordo arriva, tra l'altro, in un momento particolare per la diplomazia britannica: i negoziati con l'Unione Europea sui futuri rapporti commerciali sono in una fase di stallo, oltre che complicati dalle tensioni tra le parti, e in caso di mancato accordo ci sarebbero conseguenze disastrose per l'economia da ambo le parti. Dopo l'uscita formale di gennaio scorso, è scattato un periodo di transizione di 12 mesi per consentire di negoziare un'intesa, ma nelle ultime settimane pare non sia stato raggiunto alcun compromesso accettabile e ora c'è sempre meno tempo per trovare un accordo. Se entro la fine dell'anno non sarà raggiunta un'intesa, l'1 gennaio prossimo verrà sancita la cosiddetta "hard Brexit" e verrà avviato un nuovo regime di scambi improntato alle regole dell'Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO): in sostanza, torneranno le tariffe doganali tanto temute dalle associazioni di categoria europee e britanniche.

I possibili danni. Le organizzazioni di rappresentanza europee (Acea per i costruttori e Clepa per i fornitori) hanno parlato di "catastrofiche conseguenze" in caso di ''hard Brexit''. Per esempio, l'eventuale applicazione delle tariffe WTO, su un settore altamente integrato o interdipendente, potrebbe determinare un onere supplementare di 5,7 miliardi di euro sugli scambi di auto e componenti tra Europa e Regno Unito, difficilmente assorbibile dai produttori. Le stime sugli effetti del "no-deal" per l'industria britannica sono state fornite dalla Smmt: i dazi rischiano di "decimare" il settore automobilistico nazionale con la perdita di 1,5 milioni di veicoli prodotti entro il 2024 e maggiori costi per 42,7 miliardi di sterline (circa 51 miliardi di euro al cambio attuale). Le tariffe sui componenti importati e sui veicoli esportati aumenterebbero di oltre 3,2 miliardi di sterline le spese produttive: "un aumento così colossale, pari a quasi il 90% delle spese annuali in ricerca e sviluppo, non potrebbe essere assorbito, spingendo al rialzo i prezzi e al ribasso la domanda globale. In un momento in cui sono indispensabili ulteriori investimenti in tecnologie per una mobilità sempre più sicura, più pulita e più intelligente, si tratterebbe di un tragico spreco". Inoltre, la produzione complessiva, che negli anni precedenti al referendum sulla Brexit era sulla buona strada per raggiungere il record storico di 2 milioni di unità dei primi anni 70, rischia di pagare le conseguenze non solo del calo della domanda ma anche della possibile delocalizzazione di impianti produttivi, e quindi di scendere intorno al milione di veicoli. Per questo motivo, da più parti è arrivato l'invito ai rappresentanti diplomatici per arrivare a un accordo il più possibile ambizioso.

Un accordo facile. Da quando ha lasciato formalmente l'Unione Europea lo scorso gennaio, la diplomazia del Regno Unito ha concentrato tutte le sue attenzioni sulla negoziazione di nuovi accordi commerciali con i Paesi di tutto il mondo, con l'obiettivo di compensare le perdite prodotte sul fronte delle esportazioni a causa dell'eventuale mancato accordo con Bruxelles. I negoziati si sono, però, rivelati molto più complessi di quanto immaginato. Perfino con gli Stati Uniti, nonostante gli storici legami, le trattative non sono progredite come auspicato e ora sono nel pieno di una fase di rallentamento. L'accordo con il Giappone era, invece, considerato sin dall'inizio come uno dei più facili da raggiungere per Londra, anche alla luce di un fatto semplicissimo: fino a dicembre i rapporti tra Londra e Tokyo sono coperti dall'attuale accordo di libero scambio tra l'Unione Europea e il Giappone. 

Pochi dettagli. L'accordo tra Londra e Tokyo è stato, per ora, definito solo "in linea di principio", motivo per cui non ne sono stati forniti ancora i dettagli, se non a grandi linee. Per Londra, si tratta comunque di un patto destinato ad aumentare gli scambi commerciali con il Giappone, arrivati a 29,5 miliardi di sterline nel 2018, di 15 miliardi di sterline e a fornire un contributo positivo di 1,5 miliardi di sterline al Pil nazionale. "L'intesa che abbiamo negoziato - a tempo di record e in circostanze difficili - va ben oltre l'accordo esistente con la Ue, in quanto assicura nuove conquiste per le imprese britanniche nelle nostre grandi industrie manifatturiere, alimentari e delle bevande e tecnologiche", ha affermato la segretaria al commercio estero, Liz Truss. Le imprese britanniche, secondo quanto riferito dal governo, potranno beneficiare dall'esenzione da qualsiasi tariffa doganale sul 99% delle esportazioni verso il Giappone, che diventerà così la porta d'accesso del Regno Unito alla regione dell'Asia-Pacifico. Il governo britannico ha voluto sottolineare soprattutto i benefici per alcuni settori, tra cui anche l'automotive: secondo Londra, grandi Case presenti in Regno Unito come la Nissan potrebbero trarre vantaggio da tariffe ridotte sulla componentistica. Inoltre, l'accordo rimuove gradualmente i dazi britannici sulle auto giapponesi, fino ad azzerarli nel 2026, come già stabilito nell'accordo di libero scambio tra Giappone e Ue.