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Stati Uniti
La Casa Bianca stanzia 50 miliardi di dollari per risolvere la crisi dei chip

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La Casa Bianca stanzia 50 miliardi di dollari per risolvere la crisi dei chip
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Negli Usa il governo ha in programma di spendere 50 miliardi di dollari per sostenere il settore dei semiconduttori e risolvere le criticità che hanno determinato l’attuale "crisi dei chip" e le relative ripercussioni su numerosi comparti industriali, a partire dall'automotive. Il 12 aprile, nel corso di un incontro con i rappresentanti di diverse aziende e multinazionali, il presidente Joe Biden ha promesso innanzitutto un sostegno “bipartisan” a una legislazione che favorisca le attività produttive e di ricerca e sviluppo all’interno del territorio statunitense. Un primo risultato è stato già raggiunto: l’iniziativa ha infatti spinto la Intel, la maggior aziende al mondo di semiconduttori, ad annunciare un ambizioso piano per risolvere la carenza di questi componenti destinati al settore automobilistico. 

L’incontro. L’incontro, organizzato in modalità virtuale nel pieno di una crisi che sta determinando frequenti stop alla produzione automobilistica non solo statunitense, ha visto la partecipazione dei massimi rappresentanti di 19 grandi aziende, tra cui Mary Barra della General Motors, Jim Farley della Ford e Carlos Tavares del gruppo Stellantis. Erano presenti anche il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, il direttore del Consiglio economico nazionale, Brian Deese, e il segretario al commercio, Gina Raimondo, nonché dirigenti della Samsung, della AT&T, della Alphabet (la holding proprietaria di Google), della Dell, della Northrop Grumman e di società fortemente legate alla produzione di semiconduttori per conto terzi e oggi nel mirino della critica per la difficoltà nel soddisfare la crescente domanda proveniente dal settore automobilistico, la GlobalFoundries e la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. 

Chip for America. "Oggi ho ricevuto una lettera da 23 senatori e 42 membri della Camera, sia repubblicani che democratici, a sostegno del programma 'Chip for America'”, ha esordito Biden, ribadendo come alla Casa Bianca il problema della carenza di semiconduttori sia considerato una "priorità assoluta e immediata”. Lo dimostra l’inclusione della crisi dei chip tra i temi principali da affrontare nel quadro del piano di rilancio da oltre 2 mila miliardi di dollari presentato pochi giorni fa: proprio in questo piano sono stati inclusi i 50 miliardi di dollari promessi per rivitalizzare il settore dei semiconduttori negli Stati Uniti. Nel corso dell’incontro, che ha visto tutte le parti discutere dell’impatto della crisi e dei migliori approcci di beve e lungo termine per trovare una soluzione, i rappresentati del settore hanno messo in luce l'importanza di migliorare la trasparenza nella catena delle forniture e di incoraggiare un aumento della capacità di produzione negli Stati Uniti per evitare problemi analoghi in futuro e per ridurre la dipendenza da altri Paesi, soprattutto quelli asiatici, dove si concentra gran parte della produzione. "Dico da tempo, ormai, che la Cina e il resto del mondo non stanno aspettando e non c'è motivo per cui gli americani debbano aspettare. Stiamo investendo molto in settori come i semiconduttori e le batterie; questo è quello che stanno facendo altri e anche noi lo dobbiamo fare”, ha spiegato Biden. Non solo: la crisi dei chip minaccia altresì la sicurezza nazionale, visto il loro pervasivo utilizzo nel campo delle telecomunicazioni e delle nuove tecnologie. Anche per questo motivo, nei prossimi giorni, la commissione per il Commercio del Senato terrà un primo incontro su una misura bipartisan per rafforzare la ricerca e affrontare soprattutto la concorrenza cinese. 

Le tendenze del settore. Del resto, gli Stati Uniti si trovano in una situazione estremamente particolare: hanno creato il settore dei semiconduttori dal secondo dopoguerra in poi, grazie soprattutto a programmi di sviluppo finanziati dalle agenzie pubbliche, ma ora hanno perso la leadership produttiva, pur mantenendo quella nella ricerca e nella progettazione. Nel 1990, secondo i dati della Semiconductor Industry Association, il settore statunitense era responsabile del 37% della produzione globale, mentre oggi tale quota è scesa al 12%, a dimostrazione del terreno perso nei confronti altri Paesi, come Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Cina. Le aziende asiatiche hanno, tra l’altro, approfittato della tendenza all’outsourcing creata dagli stessi statunitensi, che hanno col tempo affidato a terzi la responsabilità di fasi a basso valore aggiunto, come l’assemblaggio dei wafer di silicio, per mantenere internamente attività di ricerca o comunque ad alta marginalità. In tale quadro va letta l’attuale crisi dei chip, determinata da diversi fattori, a partire dall’estremizzazione del concetto del “just-in-time”. La pandemia del coronavirus ha spinto i grandi produttori di semiconduttori a privilegiare la domanda proveniente da settori meno influenzati dalle misure di lockdown, come l’elettronica di consumo e l’informatica. Purtroppo il settore si è trovato del tutto impreparato a soddisfare l’imprevisto rimbalzo della domanda automobilistica e, soprattutto, ad affrontare i crescenti problemi logistici degli ultimi mesi. In sostanza, l’eccessiva lunghezza della catena del valore e la relativa concentrazione della produzione in Asia, unite alle ripercussioni della pandemia, sono alla base dell’attuale carenza di semiconduttori. Ecco perché molti ritengono sia necessario un ripensamento delle catene del valore di buona parte dei settori industriali, e quindi valutare un accorciamento delle filiere per riportare le attività manifatturiere ad avvicinarsi ai mercati di sbocco. Si tratta, però, di un trend destinato a manifestare i suoi effetti solo nel medio-lungo termine: nel breve tutto dipenderà dalla capacità delle aziende di aumentare la produzione e, quindi, di ridurre un divario tra domanda e offerta che, a detta della Nvidia, maggior produttore al mondo di chip grafici, è destinato a durare per la maggior parte del 2021. Di sicuro fino all'autunno: lo dimostra la decisione della Renault, che ha avviato trattative con i sindacati per estendere fino a settembre il periodo di sospensioni parziali delle attività produttive in tre dei quattro impianti in Spagna (tra aprile e settembre i cancelli rimarranno chiusi per uno o tre giorni ogni settimana) e il relativo ricorso alla cassa integrazione per circa 9 mila lavoratori.

L’iniziativa della Intel. È in tale contesto che va letta un’iniziativa della Intel: la multinazionale, secondo quanto rivelato alla Reuters dal suo amministratore delegato, Pat Gelsinger, ha intenzione di mettere a disposizione di altre aziende una parte della sua capacità produttiva per risolvere le attuali carenze di forniture già nel breve termine. L’azienda californiana, una delle ultime nel settore a progettare e produrre i suoi chip, ha già in corso delle trattative con realtà specializzate nella progettazione di semiconduttori per l’automotive al fine di avviare, entro sei o al massimo nove mesi, la produzione in alcuni impianti tra Oregon, Arizona, New Mexico, Israele o Irlanda. La soluzione di aprire gli stabilimenti a terze parti potrebbe essere decisamente più rapida rispetto, per esempio, alla costruzione di nuove fabbriche, che richiedono dai tre ai quattro anni di lavoro e, pertanto, potrebbe risolvere, almeno in parte, le attuali criticità affrontate dal settore automobilistico. Per il futuro, visto l’aumento della domanda delle Case automobilistiche e il crescente utilizzo di microprocessori legato all’elettrificazione e alla digitalizzazione, serviranno comunque nuovi impianti e la Intel intende realizzarne tra gli Stati Uniti e l’Europa, con il chiaro obiettivo di contrastare l’attuale predominio asiatico. 

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