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Crisi Evergrande, sull’auto l’incubo di una nuova Lehman Brothers: ecco perché

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Crisi Evergrande, sull’auto l’incubo di una nuova Lehman Brothers: ecco perché
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Negli ultimi giorni, i mercati borsistici globali sono entrati in una fase di crescente volatilità e incertezze. Pesano una serie di fattori negativi, ma il più importante arriva dalla Cina: il colosso dell'immobiliare Evergrande è sull'orlo di un crollo che, per le possibili ripercussioni finanziarie, potrebbe replicare la storica bancarotta della statunitense Lehman Brothers. Se così fosse, il mondo delle quattro ruote dovrebbe affrontare nuovi ostacoli su una strada diventata sempre più tortuosa per colpa della crisi dei chip e dei rincari delle materie prime. Evergrande, lo ricordiamo, ha anche una branca automobilistica, sotto il nome di Evergrande New Energy Group, fondata nell’agosto del 2019, che a un anno dalla nascita aveva già una capitalizzazione di quasi 90 miliardi di dollari e una valigia di promesse che si stavano incarnando in una gamma di vetture elettriche hi-end: sei modelli da commercializzare entro il 2035 con il neonato marchio Hengchi, alcuni disegnati dall’ex prima matita della Mini, Anders Warming, un’altra, la Suv di lusso 3 (sui nomi delle auto ai cinesi manca ancora un po’ di fantasia…) disegnata in Italia da Mike Robinson per Icona Design e presentata lo scorso aprile al Salone di Shanghai. Automobili praticamente pronte per il mercato, ma che ora non si sa neppure se vedranno mai la luce. Il titolo della Evergrande Nev alla Borsa di Hong Kong ha perduto quasi il 90% del suo valore in poche settimane, tirato in basso dalle sorti della capogruppo. Se Evergrande dovesse fallire, le conseguenze però non sarebbero soltanto la sparizione della sua divisione auto, ma si manifesterebbero ripercussioni di più vasta portata, con una sorta di effetto domino. 

Il caso Lehman Brothers. Bisogna tornare indietro di qualche anno per capire come una crisi finanziaria possa avere ripercussioni sul mondo dell'auto. È il 15 settembre del 2008 e la Lehman Brothers, sotto il peso di oltre 600 miliardi di debiti bancari e di quasi 160 miliardi di obbligazioni, deposita l'istanza di fallimento: sono troppo alte le perdite legate alla sua eccessiva - e per certi versi folle - esposizione alla bolla dei mutui subprime. Nei mesi precedenti, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per salvare altre grandi banche dal fallimento, ma per l'istituto di credito newyorkese non c'è più nulla da fare: i vertici delle istituzioni politiche statunitensi non riescono a convincere il ceto bancario Usa a organizzare un "paracadute" e lasciano collassare una delle banche storiche di Wall Street. Alla notizia della richiesta di fallimento, si scatena il panico sui mercati finanziari di tutto il mondo e inizia una delle peggiori crisi - se non la peggiore in assoluto - affrontate dai Paesi occidentali dai tempi della Grande Depressione: miliardi e miliardi di dollari bruciati in pochi giorni si traducono ben presto in un crollo della fiducia tra gli investitori, i consumatori e ancor di più tra le banche, costrette a stringere i cordoni della borsa e a chiedere l'intervento salvifico di Washington dopo le follie finanziarie degli anni precedenti. Nel giro di pochi mesi, una crisi di natura esclusivamente finanziaria si trasforma in un collasso economico: disoccupazione alle stelle, consumi in caduta libera, crollo degli investimenti e migliaia di aziende di qualsiasi dimensione e livello letteralmente sul lastrico. Il culmine lo si raggiunge nel 2009, quando l'America assiste, quasi attonita, al fallimento di due simboli della sua storia industriale: la General Motors e la Chrysler, per colpa della stretta creditizia e del crollo della domanda di mercato, presentano l'istanza per accedere al Chapter 11, mentre la Ford si salva per il rotto della cuffia grazie a un prestito miliardario dell'amministrazione Bush e grazie alla liquidità accumulata negli anni precedenti con la vendita di marchi (Volvo, Jaguar, Land Rover) e partecipazioni (Mazda). 

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La Suv Hengchi 3 presentata al Salone di Shanghai 2021

Il contagio in Europa. Bastano poche settimane e la crisi arriva in Europa: le grandi banche francesi, tedesche e britanniche, fortemente esposte all'immobiliare statunitense, iniziano a risentire della stretta creditizia in atto sul mercato interbancario globale e sono costrette a chiedere l'intervento dei governi nazionali e delle istituzioni europee (un ruolo lo gioca anche la Federal Reserve nel garantire prestiti in dollari). Il dado è ormai tratto: l'Europa entra in una pesante crisi economica, sociale e pure politica. A pagarne le prime conseguenze è il settore automobilistico. In Francia, l'allora presidente Nicolas Sarkozy interviene per salvare la Peugeot e la Renault con un prestito di 3 miliardi di euro. Il finanziamento viene rimborsato già nel 2011 ma la crisi è profonda. Lo dimostrano anche le difficoltà e le perdite di bilancio mostruose della ex Peugeot-Citroën, che già nel 2012 chiede un nuovo aiuto pubblico da 7 miliardi e due anni dopo accetta un nuovo salvataggio: lo Stato diventa, così, un azionista rilevante, insieme alla cinese Dongfeng, e i Peugeot perdono il controllo dell'azienda. In Italia, la Fiat riesce a limitare con difficoltà le perdite ma compie il grande passo nell’epicentro della crisi: è del 2009 l'accordo con la Chrysler che porterà nel 2014 alla nascita della Fiat Chrysler Automobiles. I tedeschi, invece, riescono a salvarsi dallo tsunami grazie al predominio su ampie fasce su quel mercato cinese che oggi è diventato un enorme punto interrogativo.

La nuova Lehman? La questione Evergrande è un caso non solo finanziario ma, come nel caso della Lehman Brothers originaria, anche politico perché la grande domanda degli ultimi giorni verte sull’intervento o meno delle autorità politiche centrali. La società di Shenzhen non è altro che la punta dell'iceberg di un mercato immobiliare da anni nel pieno di una bolla creditizia gonfiata dai continui stimoli economici voluti da Pechino. Per evitare il contagio delle varie crisi ‘occidentali’ (da Lehman Brothers al debito dell'Eurozona, dalla Brexit alla  Grecia), la Cina ha immesso sul mercato un'enorme ammontare di liquidità e concesso alle banche una grande libertà nell'erogazione del credito necessario per sostenere soprattutto gli investimenti nelle infrastrutture e nell'urbanizzazione. Negli ultimi mesi, però, la situazione è cambiata. Per frenare la fuga di capitali, e ancor di più le eccessive spinte liberiste, il partito comunista ha aumentato il proprio autoritarismo, rafforzando i controlli e chiedendo una maggior vigilanza agli istituti di credito, con l’obiettivo di aumentare la presa sulla vita quotidiana del Paese e prevenire forme di instabilità sociale. Qualche esempio: il fondatore di Alibaba, Jack Ma, è letteralmente sparito dopo alcune critiche rivolte al sistema finanziario nazionale, mentre il colosso della distribuzione Suning, noto in Italia in ambito calcistico per la proprietà dell'Inter, è stato sostanzialmente statalizzato. Con la Evergrande, la posta in gioco è ben più alta: il fallimento avrebbe effetti a catena sul mercato immobiliare, le banche e le assicurazioni. Sul tavolo ci sono 300 miliardi di dollari di debiti, per quasi un terzo nei confronti delle banche. A pagarne il conto sarebbero anche tutti gli investitori che hanno scommesso sull'azzardo immobiliare cinese: non si tratta solo di quei piccoli risparmiatori che hanno già manifestato la loro rabbia presso la sede della Evergrande, ma anche di grandi realtà cinesi e perfino occidentali. Tutto ciò produrrebbe un contagio sull'economia reale, che andrebbe a influenzare per prima cosa i consumi di beni discrezionali, come le automobili. In sostanza si replicherebbe l'effetto domino avvenuto 13 anni fa negli Stati Uniti. 

Le conseguenze per l'auto. Ecco perché, con le vicende di Evergrande, si teme una nuova Lehman Brothers, per quanto ci sia chi esclude conseguenze all'estero e preveda effetti solo a livello locale. In ogni caso, per l'auto non ci sarebbero più ancore di salvezza come in passato, visto il prezzo che i mercati occidentali stanno pagando per la crisi dei chip; e questo vale ancor di più per le Case tedesche, che ormai in Cina generano oltre un terzo delle loro vendite globali. C'è comunque chi ritiene che, alla fine, Pechino lascerà fallire l'azienda per lanciare un chiaro segnale soprattutto a imprese private che hanno giocato troppo d'azzardo, come nel caso della stessa Evergrande: negli anni, la società fondata da Xu Jiayn ha investito anche nel calcio, nell'agroalimentare e perfino nella mobilità elettrica. A tal proposito, non va dimenticato come recentemente il ministro dell'industria Xiao Yaqing abbia rivelato l'auspicio del governo di assistere a un rapido consolidamento del settore che vada a ridurre drasticamente le oltre 300 realtà presenti sul mercato. A tal proposito, se Pechino opterà per un intervento di salvataggio, verrà imposta una drastica cura dimagrante alla Evergrande, con la dismissione delle attività in campo automobilistico (nate tramite l'acquisizione della Nevs, ex proprietaria della Saab), sulle quali, peraltro, ha messo gli occhi l'ambiziosa Xiaomi. Peccato che, per ora, dalla sacre stanze del potere cinese non sia arrivato alcun segnale: Pechino rimane alla finestra, e così aumentano l'incertezza e l'instabilità.

COMMENTI

  • Vero il margine di guadagno su un singolo bene di lusso è maggiore, ma i veri guadagni si fanno con grandi numeri, poco guadagno a "pezzo" ma è sui grandi numeri che si fanno i veri guadagni. Quindi non mi scandalizzo quando succedono queste cose, è nella logica economica.
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  • Profeta è quell'addetto vendite Ferrari che mi disse: "Il nostro mercato di riferimento rimane quello USA: quello cinese è un'incognita..." ...10 mesi fa...
  • Il partito comunista cinese sta “solo” nazionalizzando il comparto immobiliare come ha fatto per quello tecnologico e scolastico. Le case in Cina possono costare 20.000 euro a metro quadro, le persone anche la classe media non può più comprarsi una abitazione non può sposarsi non può fare fogli. Anche in Cina il mattone sta diventando speculazione. E il partito al governo non può permetterselo le dittature vivono di consenso anche più delle democrazie. Vedrete che i piccoli risparmiatori verranno ripagati ma le banche no, soprattutto le straniere. Si stanno riorganizzando a una velocità che noi neppure pensiamo li basta una firma o un ordine per cambiare una politica economica in poche settimane. In Cina non c’è un sistema liberale o di mercato ma una dittatura che lascia ad alcuni un po’ di spazio che poi può revocare quando vuole.
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  • A me personalmente sembra un'analisi troppo catastrofica. Non facciamo l'errore di valutare la Cina come se fosse una 'normale' economia di mercato occidentale. Parliamo comunque di un'azienda di stato, per giunta del più grande stato totalitario al mondo (liberista? non mi pare!). Faranno sparire un po' di persone, spalmeranno la perdita altrove, i soldi salteranno fuori - anche perché nessuno deve tirarli fuori fisicamente.
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  • Sarebbe il colmo se uscisse la morale che era meglio presidiare accontentandosi un po' tutti i mercati piuttosto di concentrarsi a mungere fino all'ultima goccia la vacca cinese. Curioso di vedere come evolve questo film. Certo è che grande nazione = grandi problemi.
  • Capitalismo sfrenato e senza regole (che qualcuno erroneamente chiama liberismo, o corrente liberale) voluto da pochi ai danni delle masse, che ovviamente poi ne pagano un prezzo molto alto...
  • Bravi i cinesi, dagli occidentali hanno copiato tutto, ma proprio tutto.