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Cop26
Solo sei Case firmano per lo stop alle endotermiche nel 2040

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Solo sei Case firmano per lo stop alle endotermiche nel 2040
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Solo sei costruttori automobilistici hanno sottoscritto la dichiarazione di intenti sullo stop alla produzione di veicoli endotermici entro il 2040 che sarà presentata oggi alla conferenza sui trasporti della Cop26 di Glasgow. Si tratta, stando a un comunicato diffuso dal governo britannico, della Volvo, della Ford, della General Motors, della Mercedes-Benz, della BYD e della Jaguar Land Rover. Come anticipato da alcune indiscrezioni di stampa, non hanno firmato diversi altri gruppi di una certa rilevanza e, tra l’altro, fortemente impegnati in un percorso di transizione verso la mobilità a zero emissioni. Infatti, mancano all’appello costruttori del calibro di Volkswagen, Toyota, Stellantis, BMW, Renault, Nissan, Honda e Hyundai/Kia, a dimostrazione di quanto l’accordo sia stato accolto con un forte scetticismo.

Fuori Usa, Cina e Germania. La dichiarazione, che prevede l’impegno a "lavorare affinché, entro il 2040, tutte le vendite di nuove auto e furgoni siano a emissioni zero a livello globale, ed entro il 2035 nei principali mercati”, è stata firmata anche da 24 Paesi, 39 tra città, Stati e Regioni (hanno firmato anche Bologna, Firenze e Roma e grandi metropoli come New York, Buenos Aires, Los Angeles, San Francisco, San Paolo, Seattle e Atlanta), nonché 28 proprietari di flotte (tra cui LeasePlan e Uber e società energetiche e industriali del calibro di E.On, Iberdrola, ABB, Siemens e Unilever) e 13 investitori istituzionali. Tra i Paesi firmatari, i più importanti sono Regno Unito, Svezia, Olanda, Norvegia, Canada, Austria, Polonia e Nuova Zelanda, mentre mancano grandi nazioni del calibro di Cina, Stati Uniti e Germania. Proprio l’assenza di questi tre Paesi avrebbe spinto i maggiori gruppi automobilistici a non aderire all’accordo. Il Financial Times ha spiegato, in un articolo di ricostruzione delle trattative avvenute negli ultimi giorni, che le diverse Case automobilistiche, pur non opponendosi alla graduale cancellazione delle emissioni di CO2, avrebbero sollevato “specifiche obiezioni”: per esempio, la Volkswagen avrebbe posto l’accento sulla necessità di rispettare le diverse esigenze di sviluppo di mercati e regioni e sulla mancata adesione della Cina all’accordo sullo stop al ricorso al carbone per la produzione di energia; la Toyota avrebbe sottolineato i tempi più lunghi necessari a mercati come l'Africa e l'America Latina per abbracciare l’elettrico e la BMW avrebbe espresso dubbi sulle reali possibilità di rispettare le scadenze per l’addio ai motori endotermici. 

Mancano anche Giappone e Italia. Tra l’altro, nell’elenco fornito dal governo britannico non sono presenti altri Paesi produttori di automobili: Giappone, Italia, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia solo per citarne alcuni. L’assenza di questi Stati, così come di Cina, Usa o Russia dimostra le forti divergenze sulla transizione alla mobilità elettrica e solleva molti dubbi sulla reale efficacia dell’accordo. D’altro canto, le obiezioni dei costruttori sono state rafforzate proprio dalla mancata adesione di numerosi governi: secondo quanto trapelato, le Case avrebbero espresso il loro scetticismo a imboccare la strada di un costoso cambiamento tecnologico senza un impegno delle istituzioni a garantire le necessarie infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici. Ciò non vuol dire che il settore automobilistico stia riducendo attenzioni e risorse per portare avanti le strategie di elettrificazione. Anzi, lo sforzo sta anche aumentando di dimensione e intensità: secondo un’analisi della Reuters, i costruttori globali hanno in programma, fino al 2030, investimenti su veicoli elettrici e batterie per 515 miliardi di dollari (oltre 445 miliardi di euro), oltre 200 miliardi in più rispetto a un’analoga ricerca condotta meno di tre anni fa. 

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