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Semiconduttori
L’Europa vara il Chips Act per aumentare la produzione e far fronte alla crisi

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L’Europa vara il Chips Act per aumentare la produzione e far fronte alla crisi
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La Commissione europea ha varato il tanto atteso Chips Act, un provvedimento destinato esplicitamente ad aumentare la produzione di semiconduttori nel Vecchio Continente, a ridurre la dipendenza dall’Asia e a evitare quelle carenze di forniture che stanno penalizzando numerosi comparti industriali, in primis l’automotive. "Il Collegio dei commissari - ha annunciato durante una conferenza stampa il presidente del massimo organo esecutivo della Ue, Ursula von der Leyen - ha adottato oggi l'European Chips Act, che combina gli investimenti, il quadro regolatorio e i partenariati strategici necessari per rendere l'Europa leader in un mercato così importante”.

L’importanza dell’intervento. "La domanda globale di chip - ha aggiunto von der Leyen - sta crescendo esponenzialmente. I chip sono al centro della corsa tecnologica globale, sono alla base delle nostre economie moderne e sono essenziali per i beni di uso quotidiano. Li abbiamo nei nostri smartphone, nelle nostre lavatrici e durante la pandemia ne abbiamo avuto bisogno per i ventilatori salvavita. I chip sono cruciali in praticamente ogni dispositivo". Tuttavia, "la pandemia ha anche reso evidenti le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento. La carenza globale di semiconduttori ha rallentano la nostra ripresa: le linee produttive sono state interrotte, per esempio, nel settore automobilistico”. Sono due le priorità del provvedimento: nel breve periodo, aumentare la "resilienza alle crisi future anticipando ed evitando interruzioni della suppy chain” e nel medio periodo "rendere l'Europa un leader industriale in questo mercato strategico”. 

Gli obiettivi e gli investimenti. A tal fine, è stato fissato l’obiettivo di raggiungere nel 2030 il 20% della produzione globale di semiconduttori chip nell'Ue, a fronte dell’attuale 9%. In virtù del previsto raddoppio della domanda entro la fine del decennio, significa “quadruplicare” gli attuali volumi produttivi. Per raggiungere un traguardo del genere, la commissione punta a sostenere, nel complesso, 43 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati. In dettaglio, saranno messi a disposizione 13 miliardi di euro di fondi, nazionali e comunitari, che saranno aggiuntivi rispetto ai 30 miliardi già previsti da programmi quali NextGenerationEU e Horizon Europe o da specifici progetti varati da singoli Paesi. Inoltre, sono state definite tutta una serie di aree di intervento prioritarie. 

Le aree di intervento. “Il Chips Act - ha spiegato von der Leyen - si concentra su 5 aree: la prima è la ricerca”. In tale ambito si punta a rafforzare l'attuale leadership anche grazie a 11 miliardi di euro di investimenti. Il secondo focus verte sulla trasformazione industriale dell'eccellenza nella ricerca “per colmare il gap tra i laboratori e l'effettiva produzione in Europa". Il terzo punto è forse il più importante perché riguarda le attività produttive e gli eventuali aiuti pubblici autorizzati da Bruxelles, in deroga delle attuali normative, per consentire la realizzazione di nuove fabbriche, come quelle che la Intel intende costruire tra Germania, Francia e Italia. “L'Europa - ha sottolineato il presidente della commissione - ha bisogno di impianti produttivi che hanno un costo elevato: sarà permesso un sostegno pubblico per questi impianti. Ovviamente introdurremo severe condizioni". Infine, si punta sulle collaborazioni con partner esteri perché "nessun Paese può essere interamente autosufficiente”, ha proseguito von der Leyen riferendosi esplicitamente agli Stati Uniti, patria dell’Intel, e al Giappone. In ogni caso, gli effetti del Chips Act, soprattutto in ambito industriale, si vedranno solo tra qualche anno alla luce dei cicli di investimento tipici del settore dei semiconduttori: per una fabbrica avanzata è necessario un impegno finanziario fino a 10 miliardi di euro, mentre servono non meno di tre anni per avviare le prime attività produttive e cinque per portare lo stabilimento a regime. 

COMMENTI

  • L'Europa si è sempre opposta agli aiuti di Stato, e questo è il risultato, si è passati dal 40% della produzione mondiale al 9% e tutto ciò è avvenuto anche in altri settori industriali. Adesso dopo 20 anni di globalizzazione selvaggia qualcuno ha aperto gli occhi.
  • Fino ad oggi si è privilegiata la riduzione dei costi, ivi compresi i microchips, al punto di ridimensionare molte industrie del continente in nome del turbocapitalismo che ha lasciato, come i suoi sostenitori nostrani e non, solo le macerie. Adesso però anche i più liberisti (più a parole e soprattutto con i soldi altrui, nda) sono di fatto costretti a cambiare strada. Meglio tardi che mai.
  • Fino ad oggi si è privilegiata la riduzione dei costi, ivi compresi i microchip, al punto di ridimensionare molte industrie del continente in nome del turbocapitalismo che ha lasciato, come i sui sostenitori, nostrani e non, solo le macerie. Adesso però anche i più liberisti (più a parole e soprattutto con i soldi altrui, ndr) sono di fatto costretti a cambiare strada. Meglio tardi che mai.
  • L'idea è ottima ma forse bisognava pensarci tempo fa. Il problema principale è il meccanismo "magna magna" europeo e di come quei fondi saranno decurtati man mano fino ad arrivare a destinazione. Basti vedere l'antidigital divide che stanno rifinanziando in questo periodo, sotto altro nome, ma che è servito a coprire un sesto dell'obiettivo iniziale. Ovviamente i fondi stanziati in origine sono già spariti tutti
  • Buongiorno, meglio ancora se tutti questi investimenti fossero stati fatti in tempi non sospetti, senza aspettare la pandemia. L’Europa è in grado di competere con la Cina? O si fanno fare in Cina per avere sempre più guadagni con poca spesa?
  • Sicuramente si tratta di un'operazione interessante ma bisogna mettere in pratica queste cose attraverso azioni concrete e soprattutto veloci perchè la Cina è veloce molto veloce