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Cina
Un mercato sempre più aperto: verso la fine delle joint venture

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Negli ultimi anni, il mercato automobilistico cinese è diventato di vitale importanza per i costruttori esteri. Non è una questione solo di volumi: una domanda di per sé in continua crescita ha trovato frequente sostegno nelle politiche di Pechino, in particolare sul fronte della mobilità elettrica. Fino a poco tempo fa, però, i costruttori esteri hanno dovuto affrontare numerose “barriere all’ingresso” e, in particolare, l’obbligo di costituire joint venture con aziende locali. Le vecchie normative, che hanno portato benefici in termini di accesso al mercato per gli stranieri e a tecnologie avanzate per i cinesi, sono ora un lontano ricordo visto che le autorità nazionali hanno apportato numerose modifiche con l'obiettivo di aumentare l’apertura del mercato, favorire gli investimenti diretti esteri e promuovere una maggior concorrenza e un processo di consolidamento. La revisione più importante riguarda un allentamento degli obblighi di compartecipazione alle imprese industriali che, sin da subito, lasciava presagire la fine del ricorso allo strumento delle joint venture: la rimozione dei limiti al possesso di azioni da parte di investitori esteri è scattata nel 2018 per i produttori di veicoli alla spina, nel 2010 per i veicoli commerciali e quest’anno per l’intero mercato. 

Come funzionano le "joint". A prendere la palla balzo sono stati per primi i costruttori tedeschi, da anni presenti in Cina e capaci di raggiungere posizioni di leadership (almeno un terzo dei loro volumi globali è garantito dal mercato cinese): il gruppo Volkswagen contende alla General Motors il primo posto della classifica generale delle vendite, mentre i brand premium Audi, BMW e Mercedes dominano l’alto di gamma con una quota di oltre l’80%. Tuttavia, almeno finora, il peso delle joint venture sui bilanci è rimasto sostanzialmente limitato a poche voci. Poiché il capitale è equamente suddiviso tra due partner e la governance è spesso in mani cinesi, non vengono “consolidate integralmente” e quindi il loro contributo riguarda solo in parte alcune importanti componenti reddituali. Con la nuova normativa, invece, i grandi costruttori potranno includere tutti i risultati delle attività cinesi e, di conseguenza, ottenere enormi benefici. Per comprendere gli effetti positivi, basta l’esempio della BMW, la prima in assoluto a svelare il proposito di assumere il controllo della sua principale joint venture cinese.

Il caso BMW. Poche settimane fa, la BMW Brilliance Automotive (BBA) ha ottenuto una nuova licenza commerciale, che ha consentito ai bavaresi di salire dal 50% al 75% del capitale. L’incremento costa 3,7 miliardi di euro, ma consente al gruppo guidato da Oliver Zipse di ottenere diversi vantaggi: per esempio, il controllo dei processi decisionali della joint venture, l'eliminazione dei fattori di rischio legati ai problemi finanziari del partner Brilliance e soprattutto benefici “multi-miliardari” sulle attività automobilistiche. Il conto economico beneficerà, innanzitutto, di un “effetto una tantum” tra 7 e 8 miliardi di euro, nonchè di un “aumento significativo” dei ricavi e dell’utile operativo. A livello di gruppo, è previsto un miglioramento dell’utile pre-tasse e dei profitti e un incremento dei flussi di cassa intorno ai 5 miliardi. In cambio, la BMW si è dovuta impegnare a rinnovare fino al 2040 il contratto di partnership con la Brilliance e ad aumentare la capacità produttiva e la gamma di prodotti locali, in particolare a batteria. Lo sforzo ha comunque una sua logica visto che l’anno scorso il gruppo bavarese ha visto le vendite in Cina salire dell’9% a 846.237 unità (poco meno di un terzo dei 2,52 milioni commercializzati in totale). Di questi, oltre 700 mila sono stati prodotti dalla BBA.

Le altre mosse. Altri produttori hanno fatto le loro mosse. La Volkswagen ha acquisito il controllo della sua joint venture per la produzione di veicoli elettrici JAC Volkswagen già nel 2020 ed è intenzionata a salire anche nel capitale delle altre imprese con Saic o Faw nonostante la riluttanza dei partner a soddisfare le aspettative dei tedeschi di Wolfsburg. La stessa riluttanza che hanno dimostrato i vertici della Guangzhou Automobile quando Stellantis ha annunciato il proposito di salire al 75% della GAC-Stellantis. Analoghi problemi li sta affrontando la Mercedes con la Baic per aumentare la quota nella Beijing Benz Automotive. Per ora non hanno rivelato le loro strategie le Case giapponesi e statunitensi ma ormai la strada sembra tracciata: le joint venture spariranno progressivamente e i costruttori esteri aumenteranno la presa sulle loro attività in Cina. 

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