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Auto elettriche
I numeri, le contraddizioni e i rischi dell’invasione cinese

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I numeri, le contraddizioni e i rischi dell’invasione cinese
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Da tempo si parla di auto elettriche prodotte in Cina e pronte a invadere il mercato europeo. Tuttavia, l’invasione è già in atto e lo dimostrano le elaborazioni del think tank tedesco Merics, che avverte di una paradossale contraddizione: non sono i costruttori cinesi ad alimentare le esportazioni verso il Vecchio continente, ma le stesse Case europee e americane.

I numeri. Nella loro freddezza, le cifre parlano chiaro. L’anno scorso, l’Europa è diventata la principale destinazione per le elettriche "made in China": le auto a batteria del Dragone esportate nel mondo sono state 555.041 e il 40% (oltre 222 mila) è stato assorbito dai mercati europei, dove il 10% del totale delle vendite di elettriche è ormai rappresentato da prodotti cinesi. "Le esportazioni di veicoli elettrici nell'Unione non sono cresciute perché le auto sono migliori, ma perché le Case europee e statunitensi si stanno convertendo alla produzione di veicoli elettrici in Cina, anche per il mercato europeo”, avvertono gli esperti di Merics, ricordando come i costruttori occidentali abbiano aumentato gli investimenti su Pechino in seguito all’allentamento delle regole sulle joint venture, e sottolineando la decisione della Renault, della BMW o della Mercedes di sviluppare e produrre in Cina modelli destinati ai mercati globali, come la Dacia Spring, la Mini elettrica o la Smart.

Le "distorsioni" cinesi. Ma a cosa si deve la forte “ascesa” della produzione cinese di elettriche? Il think tank parla esplicitamente di misure di politica industriale "fortemente distorsive" da parte di Pechino. “Per stimolare lo sviluppo di un'industria nazionale dei veicoli elettrici, il governo ha combinato l'erogazione di sussidi con la limitazione dell'accesso al mercato per le auto e le batterie di fabbricazione straniera. Ciò significa che le esportazioni globali di veicoli elettrici ‘made in China’ - che probabilmente aumenteranno nei prossimi anni - rappresentano una sfida per una concorrenza basata sul mercato” e quindi sui principi del capitalismo occidentale. Nello specifico, sono tre le principali misure “distorsive”. In primis, la Cina ha legato i sussidi alla produzione locale, che a sua volta era "condizionata al trasferimento delle principali tecnologie dei veicoli elettrici ai concorrenti cinesi". Inoltre, Pechino ha “escluso le società straniere di batterie dal suo mercato interno per aiutare le aziende nazionali” a conquistare la catena del valore. Infine, le autorità centrali e locali cinesi forniscono “capitali a basso costo”, tramite fondi di investimento o la concessione di particolari agevolazioni sul fronte delle tariffe energetiche, dei terreni, delle licenze e degli iter di approvazione.

Le implicazioni. Detto questo, il think tank ritiene che la “forte crescita delle esportazioni” sia destinata a proseguire nel tempo perché sempre più aziende punteranno sull’export per compensare il rallentamento della domanda interna legato alla graduale eliminazione degli incentivi all’acquisto garantiti da Pechino. “In tale contesto – avverte Merics - , l'Europa è un obiettivo particolarmente interessante a causa di barriere commerciali attualmente basse, di una rete di ricarica ben sviluppata e di elevati sussidi all'acquisto di veicoli elettrici”, anche importati. Tutto ciò ha delle serie implicazioni per l’economia e per il settore automobilistico del Vecchio continente, a partire da scambi commerciali destinati a essere completamente stravolti a tutto vantaggio della Cina. L’Unione europea, dove l’auto rappresenta il 10% delle esportazioni, un terzo del surplus commerciale, il 7% del Pil e il 10% dell’occupazione manifatturiera (dati al 2019), rischia non solo di diventare “rapidamente” un importatore netto di elettriche del Dragone, ma anche di andare incontro a una minor produzione di auto, in particolare se i costruttori europei utilizzano la Cina come hub per le esportazioni verso altri Paesi. Dunque, il Made in China “mette a rischio” i posti di lavoro, gli investimenti e la capacità innovativa dell'Europa. Non solo. In pericolo c’è anche la forte integrazione tra i vari Paesi (un terzo della produzione di ciascuno è legato alle attività di un altro), nonché la possibilità di generare opportunità di riqualificazione e ricollocamento per gli operai, magari nelle batterie.

Serve una risposta. Merics raccomanda quindi alle istituzioni europee di rispondere alla minaccia cinese, prendendo in considerazione l'uso di strumenti di difesa commerciale come l'aumento dei dazi (attualmente al 10%, a fronte del 27,5% imposto dagli Stati Uniti), anche se in tal caso si innescherebbero “significative turbolenze nelle già tese relazioni Ue-Cina”. Tuttavia, concludono gli esperti, quanto avvenuto nell’industria europea dei pannelli fotovoltaici, “ora dominata dai produttori cinesi grazie a una lunga storia di pratiche distorsive”: i costi dell'inazione, in sostanza il non far nulla per scongiurare o contenere la minaccia, potrebbero essere molto alti.

 

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