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Taiwan-Cina, una crisi dannosa anche per l’auto

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Taiwan-Cina, una crisi dannosa anche per l’auto
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La recente visita di Nancy Pelosi a Taipei non poteva avvenire in un momento peggiore per le relazioni geopolitiche tra la Cina e gli Stati Uniti. L’iniziativa della speaker della Camera degli Stati Uniti, avversata perfino dal suo presidente Joe Biden, ha alzato il livello di tensione tra i due Paesi e, in seguito alla reazione di Pechino (è stata avviata un’imponente esercitazione navale e aerea), ha aumentato i timori di un’escalation militare. Al momento, è probabile che la nuova “crisi” trovi una sua ricomposizione per vie diplomatiche (se lo augurano tutte le cancellerie mondiali visto quanto sta già avvenendo in Europa), ma di sicuro un aumento delle tensioni geopolitiche, già al livello di guardia, non sono benauguranti nell’attuale contesto economico. D’altro canto e al di là di questioni prettamente politiche e storiche, Taiwan non è un’isola “normale”: per quanto piccola, ha saputo conquistarsi un ruolo di rilievo nelle catene del valore globali e, in particolare, nel campo dei semiconduttori.

Fame di microchip. L’importanza dell’isola è salita alla ribalta delle cronache con la crisi dei chip e le relative conseguenze su un settore, come quello automobilistico, che ha letteralmente fame di microprocessori per sostenere la sua rivoluzione tecnologica e il passaggio alla mobilità elettrica. I numeri, che potete leggere in dettaglio sull’edizione di Quattroruote appena arrivata in edicola e nella sezione Q Premium del nostro sito, parlano chiaro: se oggi il valore dei semiconduttori presenti in un veicolo è di oltre 500 dollari, tra qualche anno arriverà fino a mille dollari. Peccato che l’offerta non riesca a tenere il passo della domanda anche perché non è solo l’auto a chiedere sempre più semiconduttori ma anche tanti altri comparti industriali. E questo, insieme ai problemi logistici, spiega le difficoltà di approvvigionamento delle Case e il relativo calo dei volumi produttivi.

L’importanza di Taipei. In questo quadro, le produzioni di Taiwan giocano un ruolo fondamentale. Attualmente, l’isola è il principale produttore mondiale di un segmento particolare dei semiconduttori. A Taipei e dintorni, infatti, si trovano le maggiori “fonderie” globali: l’ormai famosa Tsmc produce semiconduttori sì avanzati ma fortemente standardizzati e lo fa per conto terzi, ossia per altre aziende del settore che nel tempo hanno appaltato produzioni a basso valore aggiunto proprio ai gestori di grandi fabbriche di wafer di silicio (hanno iniziato proprio gli americani ad affidare ai taiwanesi sempre più commesse). Dagli impianti locali esce oggi il 65% della produzione delle “foundry”. La Corea del Sud, invece, è responsabile del 18%, la Cina del 5% e il restante 12% viene attribuito a Giappone, Europa e Stati Uniti. La filiera dei semiconduttori non finisce comunque a Taiwan, perché buona parte della produzione isolana viene esportata in altri Paesi per le attività industriali successive e a più alto valore aggiunto, come il back-end, con cui i wafer di silicio si trasformano in microprocessori, transistori, microcontrollori o sensori, oppure il testing, che completa la fase industriale con il collaudo e la verifica del corretto funzionamento del singolo dispositivo.

Una filiera lunghissima. Dunque, Taiwan si trova al centro di un’ampia e lunghissima filiera che vede i vari prodotti spostarsi impetuosamente da una parte all’altra del mondo in funzione della specializzazione delle varie fasi manifatturiere. Ecco il perché del suo ruolo centrale nel comparto della microelettronica e delle paure che scatenano gli ormai sempre più frequenti botta e risposta tra Stati Uniti e Cina sull’autonomia politica di Taipei. In tale contesto l’auto guarda con crescente apprensione a quanto avviene nei mari cinesi perché ogni evento può rivelarsi dannoso. Basti pensare a quanto avvenuto negli ultimi giorni. Una delle risposte cinesi alla visita della Pelosi riguarda da vicino il mondo dei semiconduttori: Pechino, sapendo dell’importanza del comparto per l’isola, ha bloccato l’export di sabbia naturale per l’estrazione del silicio necessario per la realizzazione dei wafer. Sia chiaro: non è una dichiarazione di guerra ma è comunque una misura di non poca rilevanza in una situazione già di per sé complicata e difficile.   

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