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Transizione elettrica
I posti di lavoro a rischio in Italia salgono a 110 mila

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Quanti posti di lavoro sono messi in pericolo dalla transizione verso la mobilità elettrica? L’anno scorso la Fim-Cisl parlava di circa 60  mila posizioni e l'Anfia si è spinta fino a 70 mila. Per la Uilm, invece, bisogna alzare l’asticella e superare la soglia delle 100 mila. In particolare, secondo un’indagine commissionata dal sindacato dei metalmeccanici della Uil alla società di ricerche Està, la transizione mette in pericolo tra 110 mila e 120 mila lavoratori del settore automotive italiano. Tale cifra emerge da un semplice confronto: un veicolo con motore endotermico è composto da 7 mila componenti, mentre uno elettrico arriva ad un massimo di 3.500/4.000, per cui si prevede che "il 40-45% degli occupati italiani sarà impattato dal passaggio all'elettrico". 

L’allarme della Uilm. La ricerca mette in conto anche la necessità per circa 59 mila lavoratori di partecipare a corsi di aggiornamento per un’eventuale ricollocazione all’interno del settore, per quasi 52 mila di corsi di riqualificazione (anche per eventuali riposizionamenti al di fuori del comparto) e per altri 9 mila corsi di formazione per migliorare il profilo professionale. In ogni caso, la transizione e ancor di più il bando alle endotermiche avranno delle conseguenze drammatiche sul piano sociale. Anche per questo il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, è tornato a chiedere un intervento allo Stato perché la data per lo stop ai motori tradizionali "non si puo' spostare, ma nell'agenda del governo che verrà, dovra' esserci subito una discussione non ideologica e pratica". Pertanto, il sindacato chiede a lnuovo governo "come intenda arrivare al 2035 senza che si perda un posto di lavoro".

Sfida epocale. "Questa è una sfida epocale", ha aggiunto il sindacalista durante la tavola rotonda "Transizione ecologica: rischi o opportunità?". "Siamo consapevoli delle opportunità, ma allo stesso tempo siamo preoccupati dalla mancanza di determinazione e consapevolezza dei governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. La transizione ecologica non si fa dall'oggi al domani e non sarà indolore. Riguarda tutti i settori dell'economia e modificherà profondamente i modelli di sviluppo, di produzione e di consumo. L'Italia non deve posticipare i tempi previsti dagli accordi europei, in primis sullo stop alla vendita entro il 2035 delle auto a benzina e diesel. Al contrario si devono assumere delle scelte e programmare per tempo la transizione, recuperando il terreno perso per mettersi in prima fila per vincere questo passaggio storico. È in gioco il futuro industriale e sociale dell'Italia, non possiamo più tollerare la mancanza di serie politiche industriali. Negli anni abbiamo perso migliaia di posti di lavoro e decine di importanti realtà produttive. Ci aspettiamo un cambio di passo dal nuovo esecutivo".

No a ideologie. Alla tavola rotonda hanno partecipato anche esponenti del mondo delle imprese, come Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d'Italia, la società che oggi controlla l’ex Ilva di Taranto. A suo avviso, la "transizione non va affrontata in termini ideologici ma pratici, lasciando alla capacità di innovazione straordinaria che abbiamo le soluzioni per risolvere in maniera socialmente accettabile questo passaggio all'elettrico. Deve essere una transizione responsabile che garantisca sia il sociale che la sicurezza, senza farsi condizionare dalle ideologie, ma sfruttando il potenziale che c'è. Non si può andare dietro gli slogan di Greta Thunberg che dice 'facciamo tutto e subito'". Angelo Sticchi Damiani, presidente dell'Aci, ha invece, posto l’attenzione su un tema più volte affrontato dall’ad di Stellantis, Carlos Tavares, ossia il costo elevato delle auto elettriche e l’impatto sulla classe media. La mobilità del futuro "deve anche essere economicamente e concretamente sostenibile, cioè accessibile a chiunque e non riservata a pochi o tanti privilegiati", ha affermato Sticchi Damiani. "Le nuove forme di mobilità non devono risultare di fatto inattuabili al limite dell'utopia, e non devono creare fenomeni di esclusione sociale che sarebbero dannosi non solo per chi li subisce ma per l’intera collettività. Per questa ragione Aci è impegnata a tutelare sia l'oggi che il domani della mobilità degli italiani, perche' non esistono soluzioni perfette, asettiche e ideologiche, ma un costante e faticoso lavoro per trovare sempre la risposta più efficace alle necessità di chi lavora, di chi ha una famiglia, dei più giovani come dei pù anziani". "All’Aci – ha concluso - interessa che le prossime auto siano sostenibili a 360 gradi, qualunque sia la tecnologia".

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