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Transport & Environment
"L'Europa può affrancarsi dalle batterie cinesi, ma servono aiuti"

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"L'Europa può affrancarsi dalle batterie cinesi, ma servono aiuti"
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L'Unione europea potrebbe tagliare la propria dipendenza dalla Cina nella produzione delle celle per le batterie agli ioni di litio delle auto elettriche già nel 2027: tuttavia, senza una politica industriale capace di controbilanciare gli incentivi statunitensi, il Vecchio continente rischia di perdere gran parte degli investimenti lungo l'intera catena del valore. A lanciare l'avvertimento è Transport & Environment (T&E) in un report sulle possibili risposte europee all'Inflation Reduction Act (Ira) varato da Washington per promuovere le produzioni nazionali di auto alla spina. 

Stime e rischi. Per l'organizzazione non profit, tra cinque anni la sola produzione continentale di celle sarà sufficiente a coprire il 100% della domanda interna e che il dominio cinese possa essere ridotto anche in altre componenti della batteria. Per esempio, considerando i vari progetti annunciati da aziende come Umicore in Polonia, Northvolt in Svezia e Basf in Germania, le fabbriche europee potranno soddisfare il 67% delle richieste di catodi. Inoltre, entro il 2030, più del 50% del litio raffinato potrà avere orgini europee, mentre le attività di riciclaggio potranno garantire il 10% del cobalto, il 7% del nickel e il 6% del litio. L’approvvigionamento delle materie prime avverrà da miniere estere o europee, ammesso che vengano rispettati elevati standard ambientali e sociali, come previsto dallo EU Critical Raw Material Act attualmente in discussione a Bruxelles. C'è, però, un rischio da non sottovalutare: secondo T&E, le imprese potrebbero scegliere di trasferire negli Stati Uniti le iniziative attualmente pianificate per l’Europa sulla spinta delle agevolazioni fiscali e degli altri sussidi previsti dall'Ira. "Già oggi metà delle celle per batterie agli ioni di litio utilizzate nell’Ue è prodotta nel continente", spiega Veronica Aneris, direttrice di T&E Italia. "L’Inflation Reduction Act ha però cambiato le regole del gioco: per questo, l’Europa deve garantire maggiori risorse se non vuole rischiare di perdere gli impianti produttivi già previsti e i relativi nuovi posti di lavoro a favore degli Stati Uniti. In tale quadro, per l’Italia è urgente sviluppare un piano atto a collocare la sua industria nazionale in una posizione strategica lungo la nuova catena del valore".

La proposta. In particolare, l'organizzazione chiede a Bruxelles di dotarsi di un "fondo sovrano europeo per il sostegno alle tecnologie verdi da finanziare attraverso l’emissione comune di debito". Si tratta di una richiesta già allo studio della Commissione, ma destinata a scontrarsi con i diktat dei Paesi nordici, da sempre contrari a strumenti del genere. In ogni caso, per T&E sarebbe l'unico modo per garantire "parità di condizioni per tutti gli Stati membri", evitando che chi dispone di risorse maggiori offra "generosi aiuti pubblici alle aziende" nazionali. Il fondo dovrebbe offrire "esclusivamente supporto ai comparti produttivi interessati dall’Ira" (veicoli elettrici, batterie ed energie rinnovabili) ed erogare risorse "direttamente alle imprese" al contrario del Recovery and Resilience Facility (Rrf) europeo e di sue note problematiche: l'Rrf è privo di un orientamento strategico e i fondi tardano a raggiungere le aziende e non possono essere utilizzati come garanzie bancarie a differenza di ciò che avviene negli Stati Uniti. Infine, le norme comunitarie sugli aiuti di Stato dovrebbero essere semplificate. "Un Fondo Sovrano Europeo sarebbe in grado di sostenere una strategia industriale comune per tutti i Paesi del Continente, non solo i più ricchi. L’ESF però, non dovrà essere per l’Italia un’occasione persa in materia di mobilità elettrica come lo è stato il Pnrr. I fondi dovranno essere indirizzati a quei settori strategici realmente capaci di salvaguardare il futuro dei posti di lavoro e la competitività industriale nazionale: veicoli elettrici, batterie ed energie rinnovabili", conclude Aneris.

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