Abbandonato il maglione scuro, Sergio Marchionne si è presentato in giacca e cravatta a Montecitorio per l'audizione davanti alle commissioni Attività produttive e Trasporti della Camera. Obiettivo, chiarire al Governo le reali intenzioni della Fiat sui piani futuri e, in particolare, sull'ipotesi di trasferire il quartier generale del Lingotto negli Usa.

Il nodo della sede legale. "Nessuno ci può accusare guardandoci negli occhi di vivere alle spalle dello Stato - ha esordito l'a.d. di Fiat e Chrysler - o di voler abbandonare il Paese. Abbiamo progetti ambiziosi che partono dall'Italia. La scelta della sede legale - ha cercato di rassicurare - non è ancora stata presa. Essa dipende dal grado di accesso ai mercati finanziari, indispensabile per gestire un business che richiede grandi investimenti e ingenti capitali, ma ha poi a anche a che fare con la necessità di un ambito favorevole. Se si realizzeranno i requisiti base per il nostro piano, allora il nostro Paese sarà nella condizione di poter mantenere la sede legale".

Troppa politica, poca conoscenza. "Sulla Fiat - ha dichiarato il manager - c'è stata troppa politica, troppa ideologia e poca conoscenza dei fatti". Quindi ha difeso la collaborazione con Chrysler e il sogno di una Fiat che ha "il cuore in Italia, ma la testa in più posti. Non è solo vero che Fiat ha salvato la Chrysler - ha sostenuto - è vero anche il contrario. Tra Fiat e Chrysler c'è una combinazione ideale. La Fiat ha il suo punto di forza nei segmenti bassi, la Chrysler in quelli medi e alti. Con l'integrazione si potrà avere una gamma completa".

34 modelli in cinque anni. Parlando dei progetti industriali, Marchionne ha anticipato l'introduzione di 34 nuovi modelli nel giro di cinque anni, ai quali si aggiungeranno 17 aggiornamenti. "Due terzi dei nuovi modelli - ha detto - saranno prodotti da Fiat, 13 da Chrysler. Avremo due marchi globali, Alfa Romeo e Jeep, e stiamo lavorando perchè l'Alfa possa tornare sul mercato americano entro la fine del 2012. Quest'anno presenteremo sette prodotti nuovi". Prosegue con una promessa: "Se riusciamo a portare l'utilizzo degli impianti dall'attuale 40% all'80%, siamo pronti ad aumentare i salari portandoli ai livelli della Germania".

Diritti non intaccati. Infine, respinge le accuse di chi sostiene che la Fiat stia cercando di scardinare le regole sindacali. "Ai lavoratori non abbiamo mai chiesto condizioni di lavoro cinesi o giapponesi, ma semplicemente abbiamo chiesto di poter contare su condizioni minime di competitività. Le critiche e le accuse che abbiamo ricevuto sono state ingiuste e spesso offensive. È assurdo e demenziale che qualcuno sia arrivato persino a denigrare i nostri prodotti e ad avanzare dubbi sulla strategia della Fiat, che invece viene capita e approvata dai mercati finanziari".

Roberto Barone