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Sport atto terzo: sempre più... Range

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Sport atto terzo: sempre più... Range
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La vedi e sembra uguale a mamma Range. Poi le metti una di fianco all'altra e ti accorgi delle differenze: la Range Rover Sport, tanto per cominciare, ha fari e griglia più sottili e prese d’aria frontali più estese. Sul fianco niente “blade”, quella lama discendente e affogata nella carrozzeria tra parafango e portiera. Al suo posto c’è una finta griglietta, in rilievo. Poi passi sul lato e ti rendi conto che la Suv ha altri volumi: parabrezza più inclinato e tetto discendente, oltre che una coda più corta (tra le due ballano 10 cm in lunghezza totale, pur avendo lo stesso passo, di quasi 3 metri). Vista dal tre quarti posteriore, la Sport è decisamente più slanciata, più aggressiva, più dinamica. Sembra pronta allo scatto anche da ferma, mentre la Range normale è un monolite tornito dal pieno, raffinato e imponente.

Più giovanile. I fari posteriori sono la differenza più marcata: orizzontali, più convenzionali e non nascosti verticalmente in quell’effetto vedo non vedo che la Range normale, dall’alto della sua aristocrazia, incute grazie alle ampie superfici scure. Diciamo che se una trasuda nobiltà e un certo sguardo snob, l’altra ammicca in modo più convenzionale. Ma certo è che ora, rispetto a prima, sono più vicine (e così è anche nei prezzi, perché la nuova Sport diesel parte da 95.300 euro, mentre la benzina da 109.400). Una cosa va detta; sono entrambe figlie di un percorso stilistico felice, votato alla pulizia, al togliere, all’essenzialità. Direzione che ha portato questo marchio, negli ultimi anni, a crescere in modo esponenziale come posizionamento. E non mi riferisco solo al mondo premium, ma anche a quello aspirazionale, ben più difficile da raggiungere.

Un salotto. Dentro, la Sport sembra la nuova Range: stesse forme, stessi materiali, stessa cura e medesima pulizia. Un ambiente raffinato. Poi  apprendi che il volante è leggermente più piccolo, la plancia meno verticale, il tunnel meglio raccordato. Ma bisogna impegnarsi per cogliere queste sottigliezze. La seduta del guidatore è più bassa di 20 mm, mentre dietro c’è più spazio rispetto alla Sport di seconda generazione: 31 mm per le gambe, 17 per le ginocchia. Il bagagliaio è migliorato, come accesso, grazie a un nuovo portellone motorizzato, ha forme più regolari e ospita, secondo la Casa, fino a 835 litri (1.860 coi sedili abbattuti).

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Stessa architettura. La piattaforma è la stessa della nuova Range Rover, denominata MLA-Flex, più rigida del 35% rispetto alla precedente Sport. Diverse le possibilità di motorizzazioni: oltre a tre diesel, tutti 3.0 a 6 cilindri (da 249, 300 e 350 CV), debutta il benzina plug-in, 3.0 anche lui, da 440 o 510 CV con più di 100 km d'autonomia elettrica, senza dimenticare la First Edition con il V8 da 530 CV. Tutte hanno il cambio automatico ZF a 8 rapporti. Il peso dell’intera gamma va da 23 a quasi 30 quintali.

Buona autonomia. Interessante il taglio della batteria dell'ibrida plug-in: 32,8 kWh. Un valore che, secondo la Casa, consente di percorrere 113 km in modalità completamente elettrica. Si ricarica all’80% in 40 minuti (alle colonnine fast), in 5 ore alle normali (c'è un caricatore per la corrente alternata a 7 kW, di certo non fra i più potenti) e in 15 ore a casa.

Superdotata. La tecnologia di cui dispone questa Sport, molto sofisticata, è quella che abbiamo conosciuto sulla nuova Range. Quindi, oltre al Terrain Response, che le conferisce delle capacità inconsuete in fuoristrada, qui ci sono le sospensioni pneumatiche attive (con doppia camera anziché una), ruote posteriori sterzanti, differenziale elettronico attivo con Torque Vectoring, barra antirollio ad azionamento elettrico e cerchi da 23” (optional). A bordo, trovano posto pure un impianto hi-fi che cancella i rumori, il sistema di purificazione dell’aria, l’assistente vocale di Amazon, Alexa e l’infotainment Pivi Pro di ultima generazione. Non potevano mancare i fari a matrice attiva di Led.

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Velluto e tanto sprint. Alla guida si riconferma quanto detto finora: questa è una Range. Sedili morbidi, ospitali, silenzio assoluto (si sentono solo gli specchi mentre fendono l’aria), ingombri esterni importanti. Sei in alto, con una linea di cintura bassa, e ti ritrovi a dominare la strada. Senza sentirla troppo, però. Per un verso, è una qualità assoluta, perché il confort che sa dare quest’auto non è secondo a nessuno. Ma, essendoci la scritta Sport al posteriore, ti aspetteresti uno sterzo più diretto, meno inerzie, una maggiore rapidità nei cambi di direzione. Invece il peso lo si può minimizzare, ma non nascondere del tutto. Tradotto: tra lei e la Range "liscia" non c’è un abisso (che, per alcuni, può essere anche un bene…). C’è una modalità di guida Dynamic più accentuata, dove sterzo e assetto virano in modo più deciso verso il piacere di guida, ma sostanzialmente la Suv rimane una passista confortevolissima. Con cui viaggi in una fluidità pazzesca. Non ti accorgi delle velocità che raggiungi, perché l'abitacolo ti isola dal mondo esterno in maniera sublime. E in off-road… fai cose da non credere (e le abbiamo fatte, perché ci hanno "obbligato"). Ecco, questo forse è il miracolo. La Range Rover Sport arrampica, o scende, anche con gomme da 23”, dove veramente non immagineresti. L’altra sorpresa è l’accelerazione. Abbiamo provato la Phev da ben 510 CV, che si avvale di un motore elettrico da 204 CV: l’interazione tra i due è perfetta, non si avverte quando lavora uno o l’altro. Ma è in accelerazione che l’aiuto elettrico sorprende: 5,4 secondi dichiarati nello 0-100 km/h. Non pare vero, considerando la stazza. E da 4 a 6 mila giri, il motore ha pure una bellissima voce. Adesso sì che può chiamarsi Sport…

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