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695 Tributo 131 Rally: questione di suono

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695 Tributo 131 Rally: questione di suono
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Il suono è parte integrante dell'automobilismo. Inutile negarlo. Sentire i cilindri di una sportiva che cantano fa venire la pelle d'oca, tanto a chi sente passare un'auto, quanto per chi la sta guidando. Tutto questo, però, sta scomparendo. L'avvento dell'elettrico ha portato il silenzio negli abitacoli e alcuni costruttori, per non stravolgere il mondo di chi non vuole rinunciare alla tradizione, hanno sviluppato delle vere e proprie colonne sonore: in alcuni casi simulando il sound dei motori a scoppio, in altri proponendo tonalità fantascienfiche. E tra pochi giorni nelle città di tutta Europa arriverà un nuovo - e speriamo inconfonbile - sound, quello della Abarth 500 elettrica.

Diametralmente opposte. Per celebrare l'inizio di una nuova era per il marchio dello Scorpione (o la fine di un'epopea fatta di benzina, olio e pistoni, vedetela come preferite), abbiamo portato sulla nostra pista di Vairano due modelli che rappresentano al meglio il brand di Torino, uno attuale e uno di quasi mezzo secolo fa. Il primo è la nuova Abarth 695 Tributo 131 Rally, mentre il secondo è - immancabilmente - l'antenata da cui prende il nome, l'Abarth 131 Rally. Due auto diametralmente opposte per tecnica e impostazione, ma accomunate dallo stesso carattere che ha da sempre caratterizzato le sportive di Carlo Abarth. Perché una, quella di oggi, è un'utilitaria pepata con un quattro cilindri turbobenzina trasversale con trazione anteriore. L'altra, quella dei ruggenti anni 70, è una berlina a due porte con un 2.0 quattro cilindri longitudinale con trazione posteriore. Curiosamente, questi due esemplari condividono la stessa potenza massima: 180 cavalli (anche se la prima 131 Rally stradale ne aveva 140).

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Quasi ti parla. Fatta questa premessa, torniamo al suono. Ho voluto guidare per un'ultima volta il Cinquino dell'Abarth per inebriarmi di quel rombo tanto unico quanto grintoso. Un vero marchio di fabbrica per le 500 con lo Scorpione: le si sente sfrecciare nella notte e basta una nota del Record Monza (ma anche dell'impianto stock) per riconoscerle tra i mille rumori della città. Do vita all'1.4 T-Jet e premo subito il pulsante con lo scorpione sulla plancia. Perché è un'Abarth e bisogna guidarla come Abarth l'ha fatta. La voce roca del quattro cilindri cambia subito tono e già in manovra mi stampa un bel sorriso in faccia. Chiamatemi tamarro o come volete, ma a me piace. Faccio i primi chilometri e pian piano imparo a gestire il rilascio per creare qualche scoppiettio. Perché quel quattro cilindri ha un'anima, risponde a tono alle tue manovre e t'accompagna con una voce unica per ogni andatura: quando scarichi tutti i suoi 180 CV e 250 Nm è rabbioso, quando parzializzi borbotta un po' e quando vai piano quasi scalpita, chiedendoti di affondare il piede destro. Difficile trovare un'esperienza sonora così varia e coinvolgente su un'utilitaria...

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Senza filtri. "È proprio rumorosa, l'Abarth", penso mentre mi dirigo a Vairano per incontrare la 131 Rally. E mi chiedo come abbiano fatto a omologarla così. Tante altre sportive, anche molto più grandi e costose, non hanno una voce potente come questa. Quando arrivo in pista, però mi ricredo. Il collezionista che ci ha portato la sua 131 la scarica dal carrello e capisco subito che il suo due litri è tutta un'altra storia. Suona più meccanico, analogico, sfacciato. Molto più sfacciato. Con le due auto parcheggiate chiedo qualche dettaglio sulla 131 che è nelle sue mani da una ventina d'anni e che non ha mai avuto un proprietario fuori dal Piemonte. O meglio, fuori dalle province di Cuneo e Torino. Un pedigree rarissimo al giorno d'oggi. La 131 è tutta originale e certificata Abarth Classiche, dalla vernice della carrozzeria (ancora brillantissima, perché è stata sempre conservata in garage) a dettagli quali il portellone posteriore di vetroreresina (come il cofano motore e i passaruota) con spoiler integrato o le portiere d'alluminio. E pure il motore è lo stesso - debitamente preservato e curato - di quarant'anni fa. Quattro cilindri, sedici valvole, doppio albero a camme e, letteralmente, nessun filtro.

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Evoluzione della specie. Le due auto sono parcheggiate fianco a fianco, pronte per entrare in pista. Entro nella 695 e la avvio, sempre in modalità Abarth, scatenando la sua voce. Un attimo dopo prende vita la 131, quasi ammutolendo il Cinquino. Fa un baccano tremendo che sovrasta, e non di poco, il suono del T-Jet. Bellissimo. Entriamo sul circuito handling e subito mi rendo conto di quanto rumore esca da quello scarico. Un suono stupendo, che sa di passione e che ritrovo, più pacato ma sempre presente, anche sulla 695, quando riesco ad allungare staccandomi di qualche decina di metri in uscita dalle curve, dove il differenziale autobloccante mi "tira" verso il punto di corda e mi fa pennellare traiettorie perfette. È un'anteriore piacevole da guidare, anche coi suoi piccoli difetti: la seduta è un po' alta e lo sterzo, abbastanza rapido, non mi è sembrato particolarmente preciso nei piccoli angoli. Pure il cambio, pur essendo ben manovrabile, ha innesti un po' gommosi. Piccoli dettagli di un'auto riuscitissima. Perché la 695 incarna appieno lo spirito Abarth nonostante quest'ultimo, col tempo, si sia dovuto piegare alle restrizioni omologative. Oggi gli scarichi sono meno aperti di un tempo, e domani non ci saranno proprio, ma il Dna è rimasto - e rimarrà, spero - comunque fedele a quello originale. Fatto di passione, prestazioni, emozioni e grandi, grandissimi sorrisi stampati sulla faccia di chi guida. 

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