Nell'estate del 1970, sei giovani partirono alla volta del Sudafrica, con l'obiettivo andare da Città del Capo fino a Capo Nord in auto: un lungo percorso di 40 mila chilometri da coprire in meno di due mesi, dai primi di luglio alla fine di agosto, a bordo di tre Fiat 124 Special. Vetture che subirono così anche un severissimo e insolito collaudo sulle strade di tre continenti diversi: Africa, Asia ed Europa.

Luglio 1970, fascicolo N° 175

Il lungo percorso si snoda tra Città del Capo e Capo Nord: 40.000 chilometri da coprire in meno di due mesi, dai primi di luglio alla fine di agosto a bordo di tre Fiat 124 Special. Vetture che subiranno così anche un severissimo e insolito collaudo sulle strade di tre continenti: Africa, Asia, Europa. 

40 mila chilometri in due mesi, in piena estate, a bordo di tre Fiat 124 Special. Ecco le tappe toccate nei tre continenti attraversati

Si parte dal Sud Africa e, passando da Botswana, Zambia, Tanzania, Kenya, Etiopia si arriva al mar Rosso, per poi traghettare in Persia e attraverso Turchia, Grecia, Jugoslavia, Austria, Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia, arrivare a Capo Nord. Su strade e fondi di ogni tipo: deserto, foreste, savane, montagne, pianure, autostrade, piste battute o solo sentieri, che solleciteranno senza tregua le vetture, mettendone alla prova sicurezza, resistenza e prestazioni. A compiere l’impresa sono stati chiamati sei giovani partecipanti, dai 21 ai 28 anni: Vincenzo Bartone, Uberto Bossi Pucci, Amedeo d'Aosta, Riccardo Presotta, Costantino Ruspoli e Roberto Vivarelli Colonna. Guida la spedizione il duca Amedeo d'Aosta che, oltre alle qualità personali ha una gloriosa tradizione familiare nel campo dei raid più difficili e impegnativi.

Osservando la prima parte del percorso, si vede che la spedizione attraverserà buona parte dell'Africa sud-orientale, e ciò merita un breve discorso: oggi l'Africa è un continente impegnato a recuperare i lunghi anni che lo hanno separato dal progresso. L'ansia di rinnovamento rende acutissimo il desiderio di inserirsi nel mondo moderno, e questo ne fa un Paese particolarmente aperto e ricettivo. Anzi, i contatti e gli scambi commerciali, molto facilitati, stanno rendendo l'Africa uno dei mercati più interessanti del mondo. Ecco perché, giudicando questa impresa, bisogna andare oltre al fatto che vede tre vetture impegnate in un raid d'eccezione e tener presente che si tratta di auto italiane. Portare queste “ambasciatrici” attraverso l'Africa, l'Asia e l'Europa è come mostrare al mondo un biglietto da visita tricolore: una presentazione spettacolare dalla quale potrà derivare un beneficio non solo a chi ha costruito le vetture ma, di riflesso, anche ai prodotti di tutte le altre nostre industrie. 

Sul fascicolo di luglio 1970, Quattroruote presentava così l’equipaggiamento delle tre 124 e i protagonisti dell’attraversata

Un tempo spedizioni del genere si facevano solo se i mezzi erano adeguati o costruiti su misura alle esigenze di percorso, per lo specifico impiego; oggi i miglioramenti tecnici permettono di affrontare attraversate del genere anche con vetture di comune produzione, cui sia stato apportato un minimo di modifiche ed equipaggiamento. Quattroruote si è associata a questa impresa per l’aspetto sportivo e per la rarità del collaudo: quello delle Fiat 124, sul mercato da quasi due anni, già passate attraverso le esperienze degli acquirenti e dei nostri lettori, capaci di note e di giudizi spesso più severi di quelli del costruttore.

Settembre 1970, fascicolo n° 177

L’arrivo a Capo Nord e la soddisfazione dei protagonisti. Da sinistra, Vincenzo Bartone, Amedeo d’Aosta, Costantino Ruspoli, Roberto Vivarelli e Riccardo Presotto

Ce l'hanno fatta. I piloti e le macchine. I primi resistendo coraggiosamente alla fatica anche nei momenti in cui sembrava che le ultime riserve di energia dovessero venir meno. Le auto, superando brillantemente le continue sollecitazioni che mettevano a durissima prova i loro organi meccanici. L'avventura ha avuto inizio il pomeriggio del 24 giugno a Città del Capo (Sud Africa) dove tre Fiat 124 S, con gli allestimenti necessari al percorso africano, pilotate da sei giovani guidati da Amedeo d'Aosta, si sono messe in marcia per raggiungere Capo Nord, l'estrema punta settentrionale dell'Europa, nel più breve tempo possibile. E qui sono arrivate il mattino del 13 agosto, dopo cinquanta giorni di viaggio. L’impresa, patrocinata da Quattroruote, è stata accolta con simpatia sin dal percorso africano, e ha avuto la sua manifestazione più significativa e solenne quando l'imperatore d'Etiopia, ricevendo i componenti del raid, ha avuto parole di vivo elogio per l'apporto dato dagli italiani al rinnovamento e al progresso del suo Paese. Un giusto riconoscimento che oggi, in altra parte dell'Africa, ci viene crudelmente negato, e che conferma, ancora una volta, la nobiltà d'animo, l’intelligenza e l’umanità di Hailè Selassiè. Un incontro che per i partecipanti rimarrà tra i ricordi più importanti di questo lunghissimo viaggio, già denso di avvenimenti, emozioni ed esperienze. Ricordi che al termine del viaggio abbiamo raccolto dai protagonisti.

I racconti dei piloti

Amedeo d’Aosta al momento dell’imbarco; da Venezia gli equipaggi hanno raggiunto Città del Capo, in Sudafrica, punto di partenza del raid

Amedeo d'Aosta. “La nostra prima insidia africana è stata… una lastra di ghiaccio. La trovammo improvvisamente, di notte, durante la prima tappa, da Città del Capo a Johannesburg, lunga 1.470 chilometri. Era il 24 giugno e in Sud Africa iniziava l'inverno. Per quanto abbiamo potuto costatare, un inverno piuttosto rigido. Ce la siamo cavata senza danni. Innumerevoli altre volte, solo grazie all'abilità al volante e alle notevoli doti delle nostre 124, siamo riusciti a tirarci fuori da situazioni difficili, che potevano compromettere la riuscita della spedizione. Esito che se è stato positivo lo si deve anche allo scrupoloso lavoro di preparazione effettuato prima del raid. Una delle convinzioni che porto a casa da questo viaggio riguarda la necessità di una certa disciplina e responsabilità, unite a un notevole spirito di adattamento: è logico che durante lunghi viaggi divergenze di opinioni e differenze di abitudini possano far sorgere incomprensioni o piccoli conflitti, ma fra i partecipanti deve comunque stabilirsi uno spirito di corpo, indispensabile nei momenti difficili, quando la stanchezza gioca brutti scherzi e i nervi sono sul punto di saltare. Nelle difficoltà emerge anche l'efficienza dell'organizzazione, che per essere tale deve aver previsto tutto quello che umanamente è possibile prevedere. Anche le più piccole stupide cose: dall'insetticida al collirio, dall’ago e filo alla panciera di lana sino alla pistola a razzi, necessaria per segnalare la propria posizione quando le caratteristiche del percorso impediscono di viaggiare in colonna. Ecco, a proposito di lancia razzi ricordo gli scrupolosi controlli di cui sono oggetto i viaggiatori extra continentali ai posti di frontiera africani. Le complicate situazioni politiche che vivono questi Stati rendono spesso diffidenti gli addetti ai controlli di frontiera, anche se va detto che noi italiani siamo stati quasi sempre accolti con simpatia, persino invitati a sparare sul posto alcuni razzi per dimostrare che non eravamo in possesso di vere armi… Le difficoltà non venivano solo dalla strada o dagli uomini, ma anche dagli animali. Un brutto rischio, per esempio, lo abbiamo corso in Kenya una notte mentre correvamo a circa 80 all'ora su una pista sabbiosa. All'improvviso un'ombra appare lateralmente alla vettura; non facciamo in tempo a capire di cosa si tratti, che balza davanti a noi. Alla luce dei fari distinguiamo un grosso ghepardo. Il giorno dopo un’aquila piombata a capofitto ha incrinato il parabrezza a una delle tre vetture, urto avvenuto fortunatamente dal lato passeggero, tale da non pregiudicare la visibilità al conducente. Ancora un animale, in Iran, ci ha fatto fa prendere un grande spavento: appena ho ritratto la caviglia ho potuto scorgere tra la pedaliera un grosso serpente, immobile sul pavimento. Fortunatamente non aveva fatto in tempo a mordermi. Mentre tiravo un sospiro di sollievo Bossi Pucci, che sedeva al mio fianco, scopriva che il serpente era uno dei due che aveva comperato a Nairobi e che portavamo in macchina chiuso, almeno così credevamo, in una cesta. Se con gli animali non siamo stati fortunati il contrario è accaduto con i nostri simili. Quasi ovunque siamo stati accolti e seguiti dalla amicizia, a volte anche affettuosa, delle popolazioni. Mi riferisco soprattutto a quelle africane perché proprio in Africa abbiamo vissuto le esperienze più affascinanti e di cui serbiamo vivo il ricordo. Accoglienze che sinceramente non ci aspettavamo, e che abbiamo trovato anche al traguardo di Capo Nord, dove ci hanno addirittura stupito. Infatti. tra i numerosi turisti che in quel periodo affollavano la località, decine di italiani che avevano letto su Quattroruote del raid ci hanno attesi e fatto festa. È stato come sentirsi a casa”.

Riccardo Presotto. “La 124 in Africa quasi ci è nata. I primi collaudi, quando ancora era in fase sperimentale, si sono svolti in parte proprio sulle piste africane. Noi quella dura esperienza gliela abbiamo fatta ripetere, perché questo era lo scopo principale del raid. E del raid le 124 Special sono state le grandi protagoniste. Io parlerò solo di queste, perché credo sia l'aspetto più interessante per i lettori di Quattroruote. Alle tre automobili ormai sono affezionato. Le conosco bene, pezzetto per pezzetto. Sotto ai loro cofani potrei guardare a occhi chiusi. Le capisco, intuisco i loro bisogni. Come tecnico della spedizione il mio compito era di provvedere a esse. Con un chiodo fisso: arrivare a Capo Nord con tutte e tre gli esemplari. Se questo è avvenuto lo dobbiamo alla loro generosa “collaborazione”. Mi avevano avvertito che su alcuni tratti avrebbero presentato enormi difficoltà. Quando ho visto quelle che, non so perché, tutti chiamavano “strade” mi son detto che se fossero arrivate alla meta avrebbero superato le più ottimistiche delle aspettative. Non dimentichiamo che le 124 Special marciavano con un sovraccarico di circa 100 chili ciascuna tanto che sui sentieri, dove il continuo passaggio dei camion produce solchi profondi anche trenta o quaranta centimetri, eravamo costretti a marciare con le ruote di sinistra all’interno di questi e con quelle di destra fuori, dove a volte non c'era neppure una traccia di pista. Un estenuante gioco di equilibrio per evitare che il fondo delle vetture strisciasse sul terreno. Ma il fondo delle nostre vetture correva rischi peggiori quando ci trovavamo a passare su tratti che sembravano letti di torrenti in secca foderati di sassi, macigni e buche di ogni dimensione. Ecco, anche le buche rappresentavano una continua insidia, soprattutto quando non riuscivamo a prevederle e non c’era abbastanza spazio per rallentare. A volte pareva che le 124 dovessero decollare: in quegli istanti, si rimaneva col fiato sospeso per il timore che la vettura, ritoccando terra, diventasse incontrollabile. Momenti difficili non sono mancati, come quando in Etiopia venne deciso di prendere una scorciatoia nemmeno presente sulle cartine più particolareggiate. 

“…momenti difficili non sono mancati, come quando in Etiopia venne deciso di prendere una scorciatoia. Risultato: 150 chilometri di sterrato terribile, con sassi, guadi, buche, sterpaglie di ogni tipo…”

Risultato: 150 chilometri di sterrato terribile, con sassi, guadi, buche, sterpaglie di ogni tipo. Un vero e proprio fuoristrada. Un percorso che forse non avrei fatto neppure in Jeep. Se dopo l'Africa si stemperò il dubbio sulla qualità delle sospensioni, che comportava il rischio di compromettere l'integrità degli organi meccanici inferiori, in Asia cominciò il superlavoro dei motori per vie delle temperature esterne, prossime ai 50 gradi. Un caldo torrido, soffocante, che ha fatto spesso sfiorare alle lancette dei termometri della strumentazione il settore rosso. In ogni caso, nessun radiatore ha mai “bollito”. Al cambio, alla frizione, ai freni, oltre all'Africa ci ha pensato anche il convulso traffico europeo. Insomma, per me è stato un continuo batticuore. Eppure, questo super-collaudo che ha visto le vetture impegnate in situazioni per le quali non erano state certo progettate, è stato superato. Oltre alle normali operazioni di manutenzione eseguite alle scadenze previste, gli interventi meccanici sono stati contenuti in limiti più che accettabili. Sulla vettura 1 le riparazioni hanno riguardato le protezioni inferiori e il parafango, mentre le sostituzioni hanno interessato il cerchione posteriore destro, la molla del richiamo farfalla del carburatore e gli ammortizzatori anteriori. Sulla vettura 2 è stata sostituita la guarnizione dello scarico, il cavo del freno a mano e uno specchio retrovisore esterno, mentre sono state riparate le protezioni inferiori. Sulla 3 abbiamo riparato l’attacco del martinetto, il parafango sinistro, rimpiazzato un bullone sul fissaggio della coppa dell’olio e sostituito il proiettore sinistro, un faro supplementare, gli ammortizzatori posteriori, un cerchione anteriore, un parabrezza e un retrovisore esterno. In totale, ci sono state dodici forature e tutti i pneumatici sono stati cambiati dopo 8.500 chilometri circa, per via delle varie lesioni riportate sui terreni accidentati. Chi è esperto di percorsi africani, o chi ha un minimo di esperienza di fuori strada, può ora valutare nella giusta misura le prestazioni e il grado di affidabilità che le 124 Special hanno offerto durante l’impegnativo raid. Se era necessaria una conferma sulle loro doti di resistenza, adesso l'abbiamo”.

Roberto Vivarelli. “Mi aspettavo un leone ogni dieci metri, invece gli unici che ho visto sono stati quelli che passeggiavano nel parco nazionale dello Tsavo, in Kenya. Credevo che, almeno in Africa, le piante le lasciassero stare, invece ho visto addirittura tagliare baobab in una zona dove bisognava far posto a un insediamento e a una strada. Avevo immaginato la più completa solitudine, invece mi sono accorto che in Africa non si è mai soli. Mai. Nemmeno in mezzo alla savana o al deserto o alla foresta. È stata la cosa che più mi ha colpito e meravigliato. Personalmente, alla fine avevo l'impressione di essere sempre sotto lo sguardo di qualcuno. Faccio qualche esempio: in Tanzania una sera cercavamo un posto dove piazzare le tende. Ci guardavamo attorno, nella savana regnava il più completo silenzio e non si vedeva anima. Improvvisamente sento ridere alle nostre spalle, ma non vedo nessuno. Anche gli altri si guardano attorno, quando la risata si ripete. Finalmente appaiono quattro uomini. Eppure, nelle vicinanze non c'era nessun villaggio, anzi, l'ultimo l'avevamo superato da diverse decine di chilometri. In tutta l’Africa episodi di questo genere si sono ripetuti più volte e un po' ovunque, Un vero mistero: la gente sbucava dal nulla apparente. Una volta eravamo fermi lungo un sentiero quando tra le alte erbe della savana è apparso un uomo che camminava a passo spedito. L'abbiamo fermato e abbiamo saputo che era un maestro diretto verso la scuola del villaggio, sito a 40 chilometri. Incontrare persone lontane chilometri dal proprio villaggio è capitato sovente: per noi era diventato il segnale che presto avremmo incontrato un sito abitato.

“…in Tanzania, a circa 150 km da un villaggio, abbiamo avvistato una capanna. Ci siamo avvicinati e abbiamo avuto la sorpresa di incontrare una coppia italiana…”

Un'altra volta, ancora in Tanzania, a circa 150 km da un villaggio, abbiamo avvistato una capanna. Ci siamo avvicinati e abbiamo avuto la sorpresa di incontrare una coppia italiana, marito e moglie. Abitano lì da circa dieci anni. Hanno adottato il modo di vivere della popolazione locale e non vogliono più tornare in Italia. Sono felici e tranquilli, non temono rischi di nessun genere...

“…qualche brivido l'abbiamo provato quando in Kenya un elefante è sbucato sulla strada bloccandosi a pochi metri dalla vettura, o quando, per poco, non siamo finiti in bocca agli ippopotami…”

Noi, invece, qualche brivido l'abbiamo provato quando in Kenya quando un elefante è sbucato sulla strada bloccandosi a pochi metri dalla vettura, o quando per poco non siamo finiti in bocca agli ippopotami. La disavventura con questi è accaduta nei pressi della diga di Kariba, tra Zambia e lo Zimbabwe. Lungo la strada ci troviamo ad attraversare un ponte quando, emozionati, scorgiamo che il fiume è popolato di ippopotami. Bossi Pucci ed io decidiamo di fotografare gli animali da vicino, perciò scendiamo a piedi sul greto. Accanto a un cespuglio scorgiamo una canoa, che spingiamo in acqua: mentre Bossi Pucci rema io sto a prua per fotografare. Purtroppo, non facciamo neppure cinque metri che lo sento gridare che stiamo colando a picco. Quando mi giro lui ha già quasi l'acqua alla vita: la canoa affonda con una certa rapidità. Siamo ancora abbastanza vicino alla riva e gli ippopotami, per fortuna, non si sono ancora accorti di noi. Non ci è restato che riguadagnare alla svelta la riva, da dove abbiamo potuto riprenderli col teleobbiettivo. In Africa i brividi ce li hanno procurati gli animali, in Europa il traffico. L'abbiamo attraversata proprio nel bel mezzo della baraonda delle vacanze. Per due giorni siamo anche ritornati “quasi” a casa: quando dalla Jugoslavia siamo passati da Trieste diretti a Monaco. E a Trieste l'atmosfera, sempre un po' spensierata e vivace del raid, ha conosciuto una pausa. È accaduto a Redipuglia, in provincia di Gorizia, dove adesso c'è anche un pugno di terra da noi raccolto sull'altopiano etiopico dell’Amba Alagi. Un momento che mi ha ricordato giorno in cui in Etiopia siamo saliti appunto sul monte dove si svolsero i drammatici avvenimenti della nostra storia di guerra, e di cui ancora abbiamo trovato traccia attraverso numerosi relitti bellici. Sarebbe troppo dire che mi è sembrato rivivere quegli avvenimenti, ma ho lì provato qualcosa che è difficile tradurre in parole”.

Vincenzo Bartone. “Tutti contavano i chilometri, io costantemente i soldi. Infatti, con la scusa che lavoro tutto l'anno in una banca, sono stato nominato cassiere della spedizione. Per carità, non invidiatemi. Di tutti i Paesi attraversati io conosco soprattutto le banche e gli uffici di cambio. E poi dovevo pagare gli alberghi i ristoranti, riordinare i conti, allegare i giustificativi e, come se non bastasse, fare il piccolo cambio ai miei compagni. Ormai conoscevo i prezzi dei mercati come una brava massaia. Per esempio, a Moyale, in Etiopia, per un cammello occorrono 12.000 lire, 250 per un pollo, 70 per un casco di trenta banane. Quando un anno fa ho cominciato a pensare a questo raid ed ho esposto l’idea, avevo soprattutto un grande desiderio di scoprire l'Africa. Purtroppo, il ritmo veloce della nostra marcia mi ha concesso solo di farmi un'idea, di cogliere delle impressioni, di provare alcune sensazioni ma tutte molto superficiali tanto che in Africa, prima o poi, ci tornerò. Soprattutto per conoscere meglio la gente e godere maggiormente la bellezza di certi luoghi che mi sono parsi incantevoli. Per esempio, le cascate Vittoria, in Sud Africa. A prima vista la sensazione che ho provato è stata quasi di sgomento: la massa d'acqua è colossale, il rombo si sente già a chilometri e chilometri di lontananza, la densa nube di vapore che sale è così grande che sembrava di essere in mezzo alle nuvole. Tornerei sull'altopiano etiopico, di un verde incredibile, tanto che in alcuni punti ricorda la Svizzera, in altri qualche angolo d'Inghilterra. Mi ha emozionato attraversare il deserto quando abbiamo lasciato Teheran diretti in Turchia. Ricordo lo strano colore delle montagne dell'Iran, una sfumatura di viola che addolcisce la linea dei crinali, gli immensi baobab della Tanzania, i piccoli indigeni che ci accoglievano sull'altipiano etiopico, i sorrisi delle donne del Kenya e i loro costumi dai colori vivissimi. 

Un’udienza imperiale: ad Addis Abeba i componenti della spedizione sono ricevuti da Hailè Selassiè, ultimo imperatore d'Etiopia (dal 1930 al 1974)

Insomma, soprattutto in Africa voglio tornare. E girarla a passo d'uomo. Certo, da semplice turista non avrei l'onore di essere invitato a corte da Hailè Selassiè, ci ha ricevuti per un tè al palazzo del Giubileo, la sua attuale residenza, visto che il palazzo Reale lo ha reso un'università. Si è parlato degli italiani, del suo desiderio di venire in visita in Italia. Ha avuto nobili parole per lo zio di Amedeo d'Aosta, qui riconosciuto “eroe dell'Amba Alagi”. Prima di accomiatarci ci ha pregato di portare i suoi saluti all'onorevole Aldo Moro. Roma, però, non era prevista nel nostro tour; l’Italia l'abbiamo solo sfiorata, quando il viaggio in Europa ormai era diventato una lotta contro il tempo, e dovevamo raggiungere Capo Nord il più presto possibile. Un obiettivo messo a dura prova dalla stanchezza accumulata: le migliaia di chilometri africani si facevano sentire, e abbiamo dovuto spesso lottare contro il sonno, soddisfatto con poche ore di riposo passate in abitacolo, fermi nelle piazzole di sosta. Abbiamo dovuto lottare anche col traffico, senza contare le decine di chilometri in più percorse per le deviazioni sulle strade secondarie. La coda che non siamo riusciti ad evitare è stata quella per prendere il traghetto che portava a Capo Nord: 14 ore di attesa!”.

Costantino Ruspoli. “Gli altri si preoccupavano dei guai che la polvere poteva causare alle vetture, sulle quali a protezione era stato disposto un filtro a bagno d’olio. Io, anche di quelli che il polverone poteva procurare alle mie macchine fotografiche. Ne avevo tre, e per salvarle dalla fastidiosa polvere africana che s'infiltrava dappertutto ho avuto il mio da fare a escogitare protezioni di tutti i generi che, per fortuna, hanno funzionato abbastanza. Chi di polvere ne ha mangiata proprio a chili, siamo stati noi piloti. Non avevamo nessuna possibilità di difenderci. Ne avevamo dappertutto, appiccicata sulla pelle, in tasca, nelle valigie... 

“…questo raid l'avrei voluto tutto a immagine e somiglianza di quei maledetti 1.000 chilometri africani percorsi tra il Kenya e l'Etiopia. È stata una vera lotta tra i piloti e la strada”

Eppure, io il raid l'avrei voluto tutto a immagine e somiglianza di quei maledetti 1.000 chilometri africani percorsi tra il Kenya e l'Etiopia. È stata una vera lotta tra i piloti e la strada. Una continua ricerca della concentrazione, e bisognava pensare e prevedere le conseguenze di ogni manovra. Scegliere la buca meno profonda, il macigno meno spigoloso, condurre il mezzo senza scatti o brusche manovre, fare attenzione a non mandare fuori giri il motore e a non stressare la frizione. Una prova durissima che piloti e macchine hanno superato a pieni voti. Si può proprio dirlo. A proposito di macchine, ritengo che gli allestimenti speciali siano stati suggeriti da una prudenza che si è dimostrata eccessiva. Io il raid l'avrei fatto con vetture prive di qualsiasi accorgimento protettivo. Magari a Capo Nord ne sarebbe arrivata una. Magari ci saremmo trovati in difficoltà maggiori di quelle superate, però sarebbe stata un’esperienza veramente formidabile. Ma ciò non rientrava negli intenti di questo raid, che ha voluto essere una galoppata più veloce possibile. Infatti, lo è stata, al punto che ancora adesso rimpiango le centinaia di foto che la fretta non mi ha permesso di scattare. Il nostro incontro con i Paesi attraversati è stato rapido e fuggevole, più immagini lo avrebbero prolungato... Ma lunghe soste non erano possibili, neppure piccole deviazioni dal percorso previsto erano concesse. Pensiamo soltanto alla difficoltà e alla pazienza spesa per poter riprendere soggetti che, per la loro semplicità d'animo e per antiche credenze, non amano essere fotografati: in Kenya, per calmare una folla che mi urlava attorno perché avevo fatto alcuni scatti mi sono visto costretto a rimuovere il rullino dalla macchina e a mostrarglielo. Soltanto così mi sono potuto togliere dai guai. Con le 124, invece, non ho avuto problemi: sono state “modelle” straordinarie…”.

Uberto Bossi Pucci. “Siamo partiti in sei e a Nairobi eravamo già in dieci. Noi, due scimmie e due serpenti. Se fosse stato per me la “famiglia” sarebbe aumentata di continuo. Ecco, per me l'aspetto più interessante del raid era quello di poter conoscere meglio gli animali che popolano i territori attraversati. Un rinoceronte, però, abbiamo rischiato di conoscerlo fin troppo bene. Avvenne la notte in cui ci eravamo attendati nel parco nazionale dello Tsavo, in Kenya: nel camping, per l'emozione dei turisti vive anche un docile rinoceronte di circa sei anni. Proprio quella sera alla bestia venne la nostalgia della foresta, e vi si inoltrò. Ma nel bel mezzo della notte fummo svegliati da un finimondo, con tende che volavano a destra e sinistra tra le urla dei campeggiatori: l’animale era tornato precipitosamente al camping inseguito da un altro rinoceronte, piuttosto infuriato. In pochi minuti, quasi l'intero campeggio era a soqquadro. La pace tornò quando l’ospite indesiderato riprese la strada della foresta. Certo, un rinoceronte sarebbe impegnativo da ospitare, ma ci sono tanti altre specie che porterei a vivere con me, in campagna. Probabilmente avrei trasformato la mia “124” in una specie di Arca di Noè, ma già i miei quattro ospiti creavano problemi, soprattutto per quanto riguardava l'alimentazione. Per i due serpenti avevo comperato dei camaleonti, per i camaleonti avevo procurato delle mosche. Anche il caldo, soprattutto durante l’attraversamento dell’Iran, ha rappresentato un bel problema. C’erano 50 gradi al l'ombra, e una volta mi sono gettato tutto vestito in un fiumiciattolo: dopo dieci minuti ero completamente asciutto. 

“…in Iran abbiamo dovuto spegnere i ventilatori montati alla partenza sul cruscotto: con 50 gradi all’ombra, ci buttavano addosso folate di aria rovente”

A quel punto, i ventilatori montati sul cruscotto abbiamo dovuto spegnerli: ci buttavano addosso folate di aria rovente. Tutto il caldo che, probabilmente per la stagione e le zone attraversate, non avevamo patito in Africa, lo abbiamo trovato in Asia. Dall'Iran fu quasi una fuga, come da Teheran a Istambul: 2.500 chilometri fatti tutti di un fiato. Una tappa estenuante su un territorio impervio e una strada che corre anche a 3.000 metri di altitudine. Ormai la stanchezza del viaggio si faceva sentire e metteva a dura prova il nostro fisico e l’umore. 

“…avrei voluto ancora l'Africa, quella voglia di avventura che ti mette addosso con i suoi cieli sconfinati e la savana che sembra non debba mai finire. L'Africa con le sue notti luminose e le voci dei suoi animali. In Africa voglio proprio tornare”

Ormai la stanchezza del viaggio si faceva sentire e metteva a dura prova il nostro fisico e l’umore. Ciò, forse, era dovuto anche al fatto che ormai la parte più affascinante del viaggio era stata compiuta: si avvicinava l'Europa e a me questo dava un senso di insoddisfazione. Avrei voluto ancora l'Africa, con quella voglia di avventura che ti mette addosso con i suoi cieli sconfinati e la savana che sembra non debba mai finire. Ancora l'Africa con le sue notti luminose, con le voci dei suoi animali. In Africa voglio proprio tornare”.