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Lavori pubblici
Il caro acciaio danneggia la sicurezza stradale

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Il caro acciaio danneggia la sicurezza stradale
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Che prima o poi gli enormi incrementi dei prezzi delle materie prime dovessero avere riflessi importanti sulla sicurezza stradale era inevitabile. L’allarme, però, ora si traduce in fatti concreti, segnalati con preoccupazione dagli addetti ai lavori. Quando, come vedremo, i prezzi dei metalli utilizzati per la realizzazione delle barriere di protezione conoscono, nel giro di un anno, impennate nell’ordine del 120-140%, è inevitabile che i rischi di rinvio di lavori necessari o di utilizzo di materiali di qualità peggiore si traducano in realtà.

I numeri. Basta scorrere i listini pubblicati periodicamente da Siderweb, sito di riferimento della community dei metalli, per rendersene conto. I coils (bobine di acciaio) laminati a caldo sono passati da un costo in Italia di 511 euro a tonnellata del novembre 2020 a una media, nel 2021, di 917 euro, con un picco, registrato il 22 giugno di quest’anno, di 1.159 euro; i laminati mercantili, lavorati sempre a caldo e molto utilizzati anche nell’edilizia, sono cresciuti dai 78 euro a tonnellata del novembre 2020 ai 484 euro di un anno dopo, con una media nel 2021 di 339,60 euro; i laminati da treno (semilavorati industriali ottenuti con coppie di rulli successivi) costavano 492 euro a tonnellata nel novembre 2020, hanno raggiungo una punta di 1.035 euro nel giugno scorso e fatto segnare una media nel 2021 di poco superiore agli 826 euro. Tutti materiali, per inciso, rilevanti nella realizzazione dei guard-rail collocati lungo le nostre strade.

La testimonianza. Che cosa sta succedendo, allora, nel campo delle barriere di sicurezza? A spiegarlo è Roberto Impero, ceo della Sma Road Safety, divisione dell’azienda di famiglia specializzata nella produzione di attenuatori d’urto frontali e protezioni laterali. “Le barriere stradali”, spiega, “per il 90% sono realizzate con acciaio, soprattutto i guard-rail e le protezioni a bordo ponte, comprese quelle tubolari; lo stesso vale per gli attenuatori di urto frontali. Si impiegano vari tipi di lamiere, in alcuni casi acciai speciali; però già quello più semplice, il coil 235 utilizzato al livello minimo di sicurezza, ha fatto registrare un incremento del prezzo del 110% nell’ultimo anno, cui vanno aggiunti i costi dei trasporti, a loro volta aumentati. Il problema è che i prezzi di capitolato degli appalti pubblici, assegnati alle imprese aggiudicatarie, sono bloccati ai livelli precedenti la pandemia e questa fase speculativa: per far fronte alla situazione, allora, molte aziende, dopo aver invocato invano la forza maggiore per ottenere degli aumenti, preferiscono rinunciare alle gare o prendere la strada delle rescissioni dei contratti”. A fronte dell’impennata dei costi, dunque, diverse imprese hanno dovuto ritirarsi da appalti già vinti, per non rischiare di lavorare con perdite significative. “Nel decreto stabilità”, prosegue Impero, “è prevista una norma relativa al caro materiali che dovrebbe coprire questa forbice di costi negli appalti, ma solo fino allo scorso 30 giugno: il fenomeno, però, non si è per nulla attenuato dopo quella data, quindi il problema permane”. Con una ricaduta ulteriore, particolarmente pericolosa: la tentazione per qualche operatore, che non vuole rinunciare all’appalto, di cambiare il prodotto fornito, facendo compromessi sulla sua qualità e diminuendo la componente che offre maggiore resistenza agli urti, magari riuscendo a superare ugualmente le necessarie prove di crash in qualche Paese più indulgente del nostro. Con buona pace per la sicurezza, naturalmente.

Tattica del rinvio. Il problema relativo alle gare di appalto già concluse si riflette anche su quelle che devono essere ancora indette: c’è il timore che qualche ente proprietario delle strade, soprattutto a livello locale, a fronte delle maggiori spese che dovrebbe sostenere e della propria scarsità di risorse, rinunci a indire i bandi, preferendo rimandare gli interventi di adeguamento o ammodernamento delle barriere a tempi migliori. Il risultato è un abbassamento generale del livello di sicurezza delle nostre strade, dovuto all’impossibilità di far fronte ai listini aggiornati dei fornitori di guard-rail e barriere; che, dal canto loro, non possono pensare di lavorare in perdita, in nome del bene collettivo. “Sono i frutti di una guerra internazionale in corso”, commenta Impero, “condotta con le armi dell’approvvigionamento delle materie prime e dei loro costi, che vede i Paesi asiatici, Cina in testa, governare i mercati mondiali”. E le vittime di questo conflitto rischiamo di contarle anche sulle nostre strade.

Capitolo asfalti. Il problema, in verità, non si limita all’acciaio e ai metalli: è recente l’allarme lanciato anche dalla Siteb, l’associazione delle aziende produttrici di bitume, che ha indirizzato una lettera al presidente del Consiglio Mario Draghi per evidenziare come il forte rialzo dei costi delle materie prime e dell’energia rischi di bloccare il comparto, appena risvegliatosi dopo anni di crisi generale, aggravata dall’emergenza Covid. “Da gennaio a oggi”, scrivono i produttori, “il prezzo del bitume, prodotto di derivazione petrolifera essenziale per la costruzione e la manutenzione delle strade, è aumentato del 40%: è pertanto necessario che anche per il secondo semestre del 2021 venga previsto il meccanismo promosso dal governo per la compensazione dei costi dei materiali da costruzione che abbiano subito incrementi superiori all’8%”. Un aiuto, finora limitato al primo semestre, che non gioverebbe soltanto alle imprese del settore, ma che andrebbe a beneficio dell’intera collettività perché, con questi costi, proprio come per l’acciaio, gli enti proprietari delle strade semplicemente sono indotti a rimandare a tempi migliori li avori di pavimentazioni anche necessari. A danno della qualità delle arterie e, in generale, della sicurezza.

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