Cronaca
Colonnine vandalizzate: così agiscono le bande del rame
I delinquenti sottraggono i cavi di ricarica per trarne il prezioso materiale: una piaga che si combatte con deterrenti tech
«È un gesto da poveracci, si rischia tanto per guadagnare pochissimo». Dopo le denunce degli utenti nei social, con tanto di fotografie e lamentele a non finire, adesso finalmente possiamo delineare i contorni precisi dei ladri di cavi di ricarica, una nuova sottospecie della grande famiglia dei procacciatori del rame. Una famiglia che una volta era composta soltanto di disperati, come ci ha raccontato a Milano un riciclatore di quel metallo, ma che – con la mobilità elettrica – si sta trasformando in "professionale". «Gli operatori contano circa 450 colpi in un anno, dall'aprile 2025 allo stesso mese del 2026, messi a segno esclusivamente presso le stazioni ad alta potenza», ci rivela in esclusiva Francesco Naso, segretario generale di Motus-E, l'associazione della mobilità elettrica.
L'evoluzione dei cavi è fondamentale per spiegare il fenomeno. A fronte del chilogrammo e mezzo di rame presente in un connettore per la ricarica lenta (CA), uno ad alta (tra 50 e 149 kW) o altissima potenza (Hpc, High power charging, oltre 150 kW) arriva a nove chilogrammi. Ed è un bottino che è lì, a portata di cesoia o flessibile, spesso poco o nulla protetto. Perché le colonnine si trovano di frequente in zone piuttosto isolate, su strade periferiche o extraurbane. Di notte, così, sono prede facili da assalire.
Considerando un danno medio immediato di 3 mila euro a evento, la stima è di quasi 1,4 milioni di euro in un anno a carico dei provider, che poi si sobbarcano anche i costi per i mancati incassi dovuti al fermo della colonnina, oltre agli aggravi assicurativi. Senza dire della lesione alla reputazione dei gestori stessi e della mobilità elettrica, proprio mentre si spinge a favore di soluzioni sempre più evolute.