Q Storie
Genesis
Due ali per volare: Genesis, dall’America all’Europa
Il marchio premium del gruppo Hyundai punta a entrare nel salotto buono dell'auto, passando anche dalle corse
Poco più di quindici anni fa, alla Hyundai dicono: perché no? Il marchio era ormai cresciuto, soprattutto in quegli Stati Uniti fatti di gente più votata alla praticità che all'estetica, e a Seul si sentono pronti per il salto di qualità. Anzi, di posizionamento, perché la qualità già c'era.
Così lanciano il loro primo modello di lusso che, come notano i giornali a stelle e strisce, piace subito a tutti «anche perché ricorda i dettagli di tante altre macchine ben più blasonate…». Ma la genesi della Genesis è soltanto una dichiarazione d'intenti, non un vero e proprio manifesto. In poche parole, trattasi di un modello Hyundai, non (ancora) di un marchio a sé stante. In Corea non avevano realizzato che per gli Yankee la forma – cioè slogan, packaging e brand – è sostanza. Un marchio ciascuno non fa male a nessuno, come insegnano i giapponesi della Toyota con Lexus e della Honda con Acura (tanto per dirne un paio). E questo perché, in quella terra di scappati di casa (e d'Inghilterra), se non hai il nome, il casato o la storia… Beh, te la inventi.
Per il resto, va detto, i coreani non sbagliano un colpo. Il debutto nella società americana viene celebrato con uno spot al Super Bowl, il Sanremo del football (2008). E il messaggio arriva dritto al cuore – o meglio, al portafoglio – della platea: «È più grande di una BMW Serie 7, ma costa come una Serie 3». Bingo, anzi: touchdown. Le vendite decollano, il pubblico apprezza confort e qualità, rigorosamente di serie. Nel 2009, la Genesis viene persino eletta Auto dell'Anno del Nord America. Eppure, questa berlinona un neo ce l'aveva: lo stemma Hyundai in mezzo al volante. Lo stesso di quello delle macchine delle nanny sudamericane o dei giardinieri a mezzo servizio di Beverly Hills. Che orrore! In Corea fiutano aria di cortocircuito e decidono che per la Genesis è ora di prendere il volo: mettono un paio di ali attorno al nome e il gioco, anzi il logo, è fatto.