Millenovecentocinquantasette, e l'Italia fa boom. Oddio, magari non proprio in quell'anno preciso, ma è pur sempre allora che la congiuntura astrale raggiunge la quadratura del cerchio. In televisione, dopo il successo di "Lascia o raddoppia?", debutta un altro instant classic: "Carosello". La pubblicità si mette in ghingheri e finisce in prima serata. Mentre sulla strada, già battuta l'anno precedente dalla 600, compare un'altra Fiat, con una macchinina ancora più piccola ed economica: la Nuova 500 (per la cronaca, la "vecchia" 500 era la Topolino, prodotta dal 1936 al 1955). Un inciso, sono gli anni in cui auto e moto si comprano al "cc". Mi spiego meglio: il prezzo di listino grossomodo corrisponde a quello della cilindrata dentro il cofano. Con la 500 compri 479 cc? Bene, allora spendi 465 mila lire. Morale della favola, la nuova beniamina torinese compare proprio quando l'Italia torna a sgranchirsi tutto lo stivale. Per lasciarsi guerra e dopoguerra alle spalle: i ricordi (spesso non proprio felici) vengono rimpiazzati dalle speranze. Insomma, siamo alla svolta. Attenzione, però: la 500 non è stata un colpo di fulmine. Il fatto è che i due cilindri raffreddati ad aria non fecero subito breccia nel cuore degli appassionati: la piccola Fiat ci mise un po' a ingranare (già, aveva anche il cambio non sincronizzato che richiedeva la doppietta…). Questa non è la cronaca di una gara di velocità, non ci troviamo davanti ai 100 metri piani, ma di una maratona. Che comincia allora e arriva al 1975 (con la fine della produzione dell'ultima variante, la R). Ma a quel punto la diffidenza è diventata dipendenza e così si va ai supplementari, che la teletrasportano nel nuovo millennio.

i miti non li imponi, li scegli

La verità è che la 500 è l'amarcord automobilistico più accessibile che c'è, come dimostrano gli oltre 22 mila soci del Fiat Club 500 Italia che le hanno dedicato a Garlenda. Merito di quel musetto che piace a grandi e piccini, di quel motore che rende la manutenzione un gioco da ragazzi e, perché no, anche di Lupin III (visto che la piccola Fiat è diventata una delle supercar del cartone animato giapponese). Insomma, un successo. Capace di eclissare quella che, sulla carta, sarebbe stata la vera auto che ha motorizzato il Paese, la 600. Ma la mitologia non c'entra niente con la storia… Prendi il Sanremo del '57. Chi lo vince? Claudio Villa, con "Corde della mia chitarra". Eppure la gente per strada fischiettava una "Casetta in Canadà", che arrivò quarta. Insomma, miti e icone non si impongono, si scelgono. Come gli amori. Per cercare di capire il fenomeno, non bisogna interrogarsi su come nasca, questa 500. Ma sul perché. La risposta è semplice: tutta colpa della geografia. Prendi la cugina a due ruote, la Vespa. Ecco, adesso pensa anche all'Harley Davidson. E capisci subito che è l'habitat a fare il monaco. Tre quintali di cromature li puoi guidare solo su strade dritte e ben distese, mentre Vespa e 500 le sguinzagli nei borghi medievali e sulle strade degli Appennini. Perché i mezzi di trasporto sono utensili da viaggio, attrezzi da usare ciascuno per la propria funzione (o strada che sia). Che se poi arriva il genio che s'inventa il coltellino svizzero che va bene per tutto… Il segreto del successo sta proprio qui, nella semplicità della genialità. O nella genialità della semplicità. Come ribadisce il designer Bruno Munari, «tutti sono capaci di complicare. Semplificare è togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere…». Ecco, appunto. È in questo che quell'Italia era maestra di viti (e bulloni). Del non buttare via niente, del sapere riutilizzare sempre tutto, idee comprese. Ma con quel savoir-faire che sa di ingrediente segreto: merito di vite vissute con la bellezza intorno. Arte, architettura, natura, cultura. Tutto lo Stivale. Questa è stata la nostra vera dieta mediterranea: abbuffate luculliane di grande bellezza hanno generato solo buon gusto. Oggi non lo si dà neanche più per scontato, lo si è proprio dimenticato. Attenzione, perché il sonno della ragione genera mostri…

concetti alti, ma in scala

E pensare che, invece, la prima domanda che si fece quel super progettista che fu Dante Giacosa fu proprio: «Ma perché le macchine popolari non possono essere belle?». La risposta che si diede la conosciamo (declinata in più modelli Fiat) ed è il risultato della formula che applicò: una rielaborazione di spunti e stilemi di lusso, in scala più o meno ridotta. Prendi quel sorriso che incanta, o quei filetti cromati sulle portiere che fanno subito sogno americano, o la strumentazione minimal con la palpebra sul tachimetro che sa tanto di specchietto da borsetta per signore. Longanesi, che gli italiani li aveva capiti da mo', ci aveva fotografati perfettamente: «Buoni a nulla, ma capaci di tutto». E ancora una volta il suo fiuto non si smentisce. Poi c'è quella cosa che piccolo è bello. Uno stato d'animo che o l'hai raggiunto o non lo puoi mica spiegare. In questo, si sa, siamo in buona compagnia (oggi come allora): prendi i francesi (e la 2CV, tanto per dirne una) o gli inglesi (ti basta la Mini?) e perché non i giapponesi (Honda Z). Ma questo sa già di sequel; la verità è che, sul finire degli anni 50, il mercato delle auto era più che altro un cortile, quello sotto le case di ringhiera. Ti affacciavi e vedevi cosa passava il convento: di fianco alla 500, oltre agli sciami di Vespa e ai nugoli di Lambretta, per non citare tutte le altre motorette varie ed eventuali (Guzzi, Motom o Gilera che fossero), c'erano le Isetta e le Autobianchi…

A onor del vero ci sarebbe stata anche la Vespa 400, se Agnelli non avesse detto ai suoi parenti acquisiti, «volete davvero che la Fiat cominci a fare gli scooter?». Il piccolo è bello non è solo un concetto meccanico, ma anche culturale. Prendi l'editore emiliano Formiggini che parlava, e pubblicava, libri «piccoli, ma necessari». Oppure Ulrico Hoepli, altro editore, che a Milano inventa i manuali (i libri che stavano in una mano), insegnando arti e mestieri a generazioni di italiani. Per non parlare della Biblioteca Universale Rizzoli, che fece di necessità (la difficoltà di reperire la carta nel dopoguerra, siamo nel 1949), virtù: ovvero i BUR, libri minuscoli che potevi avere sempre con te. Per non parlare di quel concentrato di vita che era il simbolo natalizio italiano per antonomasia, il presepe. In un angolo di tavolo c'era posto addirittura per un altro mondo. E poi, pizzi e merletti: sono ancora gli anni dei corredi, ricamati e cuciti, mica comprati all'Ikea. Opere d'arte miniaturizzate, concentrati di saperi e pazienza. Ma non si può ridurre il segreto del successo della 500 a delle misure, espresse in centimetri o in chilogrammi che siano. E non fu neanche merito della possibilità di trasportare quattro persone in pochissimo spazio; per il piccolo cabotaggio, scooter e motorette andavano già benone (in città come sulle vie del mare, tra due ruote trovavi famiglie intere, con tanto di caponata…).

complemento d'arredo...

Il fatto è che la 500 fu la prima cornice abbordabile per quella foto ricordo che tutti sognavano di potersi finalmente fare: al volante. E così la piccola Fiat incornicia le vite degli italiani con le sue tinte variopinte, allegre, solari. Parabrezza vista futuro, rigorosamente roseo. Insomma, la macchina, oltre a essere un salto di qualità, è soprattutto un avanzamento sociale da mettere in quel curriculum che per tutti è il posto davanti a casa. Un attestato di benemerenza, una targa (anche in senso letterale), un titolo onorifico, un lusso possibile, a suon di cambiali certo (che oggi si chiamano rate del finanziamento...), ma pur sempre possibile. Perché se è vero che in quel periodo altre due cose promettevano scatti di status, il televisore e il frigorifero, c'era pur sempre un ma. Per poter sfoggiare queste medaglie bisognava invitare la gente a casa propria, con ricchi premi e cotillon. Insomma, non bastava appuntarsele al petto, bisognava avere anche la divisa (ops, la casa adeguata). E così l'auto, grazie al suo essere mobile per definizione, è diventata la migliore amica dell'uomo. Perché ha saputo seguire fedelmente il suo padrone come un'ombra. Anzi no, come un'aura.