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In IndiaPSA si compra la Ambassador

 

Ingolosito dagli strabilianti risultati della rivale Renault, che con la Kwid registra un successo di vendite che in pochi avevano previsto (oltre 130 mila esemplari nel 2016), dopo vent’anni d’assenza, il Gruppo PSA ha deciso di tornare in India. E per farlo usa il grimaldello della Ambassador, uno dei modelli più conosciuti (e amati) del subcontinente.

Dodici milioni di euro. Per ottenere i diritti sul nome Ambassador, PSA ha versato al Gruppo CK Birla 800 milioni di rupie, più o meno 12 milioni di euro. Il Gruppo francese non ha ancora rivelato come intende usarlo: come marchio low cost? Per battezzare un modello a basso costo a marchio Peugeot?

Ritorno annunciato. In ogni caso, la Ambassador sarà soltanto parte della strategia per la riconquista del mercato indiano. PSA ha già annunciato che dal 2020 comincerà a costruire auto e motori nel Tamil Nadu, grazie a un accordo proprio con la CK Birla. Partendo da una produzione attorno ai 15 mila pezzi, lo stabilimento potrebbe poi arrivare ad allestirne fino a 100 mila.

Non è la prima volta. I francesi sono stati tra i primi stranieri ad approdare in India, all’inizio degli anni 90, per abbandonare il campo già nel 1997. Nel 2011 avevano già accarezzato l’idea di riprovarci, ma poi avevano desistito per mancanza di liquidi.

Iconica. In India l’Ambassador non è un modello di auto, è l’incarnazione dell’auto, un po’ come da noi la Topolino o la 500. Basata sulla Morris Oxford III, dal 1958 è stata costruita dalla Hindustan Motors. Per i successivi trent’anni, è stata l’auto più venduta nella più grande democrazia del mondo, monopolizzando, per esempio, tutta la clientela dei tassisti. Poi non ha retto l’urto della concorrenza, soprattutto dell’oggi onnipresente (attorno al 50% del mercato) Maruti Suzuki. Nel 2014 ne è stata sospesa la produzione.

Manuela Piscini