A volersi affidare alle immagini, parrebbe di trovarsi di fronte a una reliquia d’arte motoristica appena emersa da decenni di sonno museale, un capolavoro che un anziano petrolhead mecenate abbia improvvisamente deciso di restituire al mondo. Invece, nonostante un chilometraggio da autosalone del nuovo, il carisma di questa sintesi di prepotenza da asfalto non garantisce (o forse esclude del tutto) la possibilità di conoscerne a fondo la storia: buona parte delle vicissitudini di chi ha posseduto tale meraviglia risulta velata di una discrezione prossima al mistero, investendola di un surplus di magnetismo che lascia storditi. La Stradale di cui parliamo, meglio chiarirlo subito, si staglia senza fatica su tutte le sue pur gloriose “sorelle”. Di certo per merito di un’esistenza dallo sviluppo insolitamente tortuoso, in cui a un certo punto i passaggi di mano si sono susseguiti come curve in un tracciato da rally. Ma anche e soprattutto grazie a una mitragliata di peculiarità costruttive capaci di polverizzare perfino i dubbi degli esperti più scettici.

Un esempio? A metà anni 80, per assicurarsi l’omologazione necessaria a gareggiare nel Gruppo N, era richiesta, come è noto, la costruzione di duecento unità per uso stradale. Almeno in teoria. Già qui, però, si inciampa nel primo enigma, perché secondo il broker Max Girardo, che per molto tempo si è occupato di aste automobilistiche presso Bonhams e Sotheby’s e oggi è a capo della Girardo & Co., alcune fonti individuerebbero in meno di cento le vetture assemblate prima che le curve della legge virassero rapidamente verso la soppressione della categoria. Diverse fonti, in ogni caso, affermano che gli esemplari superstiti ammontino al massimo a settanta, forse meno. E, di questi, solo cinque realizzati in grigio metallizzato. Insomma, si gravita intorno alla pura pornografia a quattro ruote.

La vera storia della Savio 2048

Del resto, l’intera storia del modello costituisce di per sé un viaggio nel mito. Quando l’Italia non s’era ancora sciolta d’ammirazione di fronte alle imprese della Delta HF, che avrebbe fulminato le avversarie sulle piste e fagocitato con il suo fascino irruente quello borghese degli esemplari sotto casa, la Lancia più animalesca si chiamava S4. Muso basso e vagamente ispirato alla creazione originale di Giugiaro, coda superba dominata da prese d’aria fuori misura come spalle di un bodybuilder, telaio a traliccio: la bestia, sviluppata con lo zampino del reparto corse Abarth e costruita dalla carrozzeria Savio di Torino, conobbe la luce fra la fine del 1984 e i primi mesi del 1985.

Il distillato di rarità delle fotografie appartiene poi a un particolare novero di eccellenza: quello delle vetture di pre-produzione. Secondo un report consegnato nel dicembre 2018 da un team di esperti (fra cui i fratelli Baldi, ex meccanici Abarth, e diverse altre figure direttamente coinvolte nella produzione storica), si tratterebbe addirittura della terza auto assemblata di un lotto di 50 e utilizzata per un servizio fotografico a Villa Rey, una volta completata dalla Abarth. Abbastanza da accelerare il battito cardiaco al più sprovveduto degli appassionati. Questa, in più, condensa ben venti peculiarità assolutamente introvabili su qualunque altro esemplare, mappate a partire dal 2017 attraverso un certosino lavoro di documentazione. Esiste una sola definizione per tutto ciò: one-off, esemplare unico.

Carrozzeria scomposta in macro-sezioni, un quattro cilindri 1.8 di magnesio e alluminio, doppi ammortizzatori al retrotreno e un fascino quasi teatrale: la bella è la bestia.
Poco importa che della Lancia Delta di serie rimangano solo i fanali posteriori

Fra i tratti distintivi che nessun’altra può vantare spiccano, in assoluto, il rollbar con la traversa diagonale e i rivestimenti dell’interno di Alcantara color cammello (anziché rosso lampone come sulle altre Delta S4 grigio metallizzato). E, non secondariamente, l’assenza di targhette identificative sul posteriore, dell’accendisigari e di qualunque traccia del climatizzatore, o ancora le differenze nei materiali e nelle finiture di montanti e sottoporta, lo spoiler posteriore specifico, gli attacchi degli ammortizzatori privi di tamponi di fine corsa e, più in generale, diversi dettagli di carrozzeria ancora da perfezionare. Una raffica di elementi pressoché invisibili all’occhio dei non-specialisti, però capaci di imprimere a questa S4 un’impennata di valore paragonabile a un salto su un dosso affrontato con molta, molta cattiveria. Tanto più che, quasi certamente, fu proprio lei a mostrarsi sotto i riflettori della presentazione ufficiale alla stampa, oltre che nel servizio fotografico rilasciato in seguito.

All’epoca, la stampigliatura sul telaio recitava semplicemente “Savio 2048” e la vettura era gelosamente custodita in locali di proprietà della Lancia, priva d’immatricolazione e di qualsiasi documento. Poi, nel 1990, ecco palesarsi dal nulla l’intestatario numero uno: un riservatissimo cliente torinese il cui nome viene omesso da qualunque registro, sostituito dal numero “55XXX”. A chi poteva essere accordato il privilegio di un acquisto di tale caratura e, per di più, in un anonimato degno dei servizi segreti? Difficile scoprirlo oggi. A ogni modo, l’anonimo cliente acquistò dalla Fiat un numero di telaio per la sua Delta S4 “Savio 2048”.

Al momento della vendita, la Stradale riceve per la prima volta una sorta di carta di circolazione, in forma di Dichiarazione di Conformità ufficiale, e un autentico numero di serie. Dopodiché si smaterializza nel nulla fino al 1995, quando rispunta in una concessionaria milanese con appena 12 km sul quadro strumenti e... senza alcuna documentazione! Nulla, neppure la targa, ammesso che ne avesse mai montata una. Qualcuno però la compera comunque, forse per guidarla su strade private, e la conserva per altri nove anni. Badando bene di restare ignoto, naturalmente. Nel 2004, nuova sorpresa: l’auto riappare presso un rivenditore di Bussolengo esibendo un numero di telaio fittizio che, come emergerà in seguito, era stato realizzato dalla Fiat come prova di stampa per le cifre da 0 a 9! L’assenza di documenti originali ha prodotto un frullato burocratico.

Bisognerà attendere il 2018 (dopo un ulteriore passaggio di proprietà nel 2014) affinché l’ultimo proprietario, un manager inglese, approfondisca seriamente la ricostruzione della storia della “Savio 2048”, organizzando un’eccezionale squadra di esperti, fra cui i già citati fratelli Baldi e il celebre ingegnere Sergio Limone, l’allora responsabile del progetto. Quando l’autenticità della Delta S4 viene confermata e, fra lo stupore generale, si appura che si è di fronte al terzo esemplare prodotto, il colpo di scena finale: un collezionista italiano, al Salone dell’auto classica di Essen del 2019, comunica al proprietario inglese di essere in possesso di tutti i documenti originali che si credevano perduti. E il cerchio, finalmente, si chiude.

Tratto da Autoitaliana n° 2
Inverno 2020

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