Lutto nel mondo dell'auto
Addio a Roberto Bonetto
Di Roberto Bonetto, conosciuto nel 1982 al mio arrivo a Quattroruote, ho un ricordo ancora molto vivido che coincide in particolare con gli aneddoti legati alla sua vita quotidiana di giornalista in perpetua lotta con il tempo, le bozze, le auto e le prove. La sua lunghissima carriera a Quattroruote, iniziata nei primi anni 60, lo ha visto ricoprire praticamente ogni ruolo professionale, da collaudatore volontario a vicedirettore, con una dedizione totale e assoluta al giornale. Dormiva pochissimo e scriveva nelle ore notturne, arrivava in redazione all’alba e alle 8 di sera era ancora lì, accollandosi gran parte del lavoro e accentrandolo anche, elemento tipico di chi ha un carattere di ferro, severo prima di tutto con se stesso: pensava di non aver mai fatto il massimo eppure per me, giovanissimo, sembrava già avesse spostato una montagna. E anche agli occhi degli altri colleghi appariva come un mostro sacro: Marco Perucca Orfei, responsabile del Centro Prove, era stato proposto per questo ruolo proprio da Bonetto. “Ho conosciuto il giornalista e l’uomo che vi si nascondeva dietro…", racconta. "Ricordi belli ne ho tantissimi, e per fortuna sono qui a raccontarli: un rientro sotto la pioggia con la Ferrari 348 è ancora ben vivo in me. Mi apprezzava in quanto ingegnere (a lui la laurea era sfuggita per un soffio e non se ne dava pace) e non posso dimenticarlo quando la sera lo salutavo, e lui mi rispondeva: "Ma che ore sono?" ,"…le sette e mezza” "Ah… vai già a casa?".
Quella volta con la Smart. Delle tante esperienze di lavoro vissute insieme, io ne ho una in particolare che rammento oggi con tanto affetto, ma che allora mi fece tremare. Anno 1998, viene presentata la prima Smart a Barcellona: come sempre, tempi stretti per chiudere il giornale e il suo piano era arrivare nella città catalana, “rapirne” una e portarla di corsa sulla pista di Vairano. Ben 1.000 km da fare in una giornata, facendo anche le deviazioni per le fotografie. Insomma, una tirata bestiale, specialmente con quel modello. Ma per lui, nulla era impossibile, soprattutto se andava fatto per Quattroruote. ”Roberto, comincio io a guidare?", gli chiedo. Lui accetta e così si procede a tappe forzate, durante le quali mi racconta tanto del suo celeberrimo padre, Felice Bonetto, scomparso quando lui aveva solo 15 anni nella drammatica Carrera Panamericana del ’53, e delle moto, che erano la sua seconda passione dopo le quattro ruote. Da tutti indistintamente Bonetto era considerato un guidatore spregiudicato e senza mezze misure, così gli chiedo: “Perché vai sempre così, con il coltello fra i denti?”. La risposta è lapidaria: “Se vuoi capire come va un’auto, devi andare forte”.
Sempre al limite. Con questa frase che mi gira per la testa, arriviamo in Francia e cerco di non mollare il volante della Smart a nessun costo, cosa che Roberto asseconda per molte ore senza proteste: evidentemente, non è ispirato dalla strada noiosa, dall’auto poco performante e dal traffico che si fa pesante via via che ci avviciniamo all’Italia. Si appisola spesso quando non guida, ma nelle soste per fare benzina scherza con i fotografi, i mitici fratelli Franco e Mario Papetti. Aveva un modo tutto suo di ridere, misurato e a denti stretti, quasi sentendosi in colpa per essersi concesso un momento di relax che lo distoglieva dall’estrema concentrazione nel lavoro. Tutto fila liscio fino a Ovada, dove si fa pausa per cena. Ricordo benissimo la scelta di Roberto: polenta e funghi, mica tanto leggero per una cena veloce alle 9 di sera. All’uscita, succede quel che temevo. Roberto baldanzoso dice: “Adesso guido io fino a Rozzano!”. Finché ci sono le curve dell’Appennino, tutto fila liscio. Ovviamente, piede tutto giù, la Smart in salita fatica un po’ con due persone a bordo, ma appena si arriva in pianura sono 135 fissi al tachimetro, la massima andatura permessa dal Codice e dalla piccola tedesca. E Roberto comincia ad avere sonno. Non lo dice naturalmente, ma si vede che gli si chiudono gli occhi. Mi offro di guidare, ma la risposta è “Macché, siamo quasi arrivati…”. Però la palpebra è pesante e la polenta pure. Si viaggia puntando i tir che vengono evitati sempre all’ultimo metro. Ma cosa volete che dica un umile redattore a cotanto vicedirettore? Mi viene in mente anche una frase a lui attribuita dai colleghi anziani, ma mai verificata personalmente, che recitava così: “Se potessi scegliere come morire, sarebbe al volante di un’auto”. Pare che lo dicesse sempre quando guidava lui e aveva qualcuno al suo fianco, che diventava comprensibilmente nervoso.
Roberto, non sentirti in colpa per essere andato in cielo senza il volante fra le mani, come avresti voluto. Va bene così, ci hai lasciato ugualmente il ricordo di un eroe di Quattroruote. E adesso, lì, puoi andare ancora più forte.
Alla famiglia Bonetto l'abbraccio della redazione di Quattroruote e di tutta l'Editoriale Domus.