Pebble Beach
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Stati Uniti, anzi, California. Siamo nel 1950 e anche da questa parte del mondo sono tutti presi dalla moda delle gare automobilistiche (un esempio per tutti: James Dean, che muore proprio mentre sta andando a correre a Salinas). Insomma, come nel Vecchio Continente, anche qui spuntano circuiti e pistini in ogni dove. Pure nei boschi. Come quelli della Del Monte Forest (proprio i Del Monte della frutta sciroppata). Questo tracciato, che serpeggiava tra le splendide conifere della California, in realtà era un azzardo non da poco, con tutti quei bei tronchi a ogni curva. Insomma, nel 1956, com’era ovvio immaginare, ci scappa il morto. A lasciarci le penne è il pilota Ernie McAfee, su Ferrari.
Ma gli americani, si sa, sono pragmatici. Perché rischiare morti (e relative denunce) quando, in fondo, le macchine sono belle anche da ferme? Ecco, il concorso d’eleganza, che era partito come misero contorno della gara, diventa il piatto forte del Far West motoristico. Da allora, in agosto (per mettere d’accordo tutti i calendari vacanzieri del mondo, ma non quello del meteo, che è decisamente meglio a novembre, quando si correva la gara che fu), si ritrovano tutti su questo fazzoletto di green (perché è davvero un campo da golf riconvertito a passerella) a sfoggiare, chi può, e ad ammirare, i più, queste “caramelle colorate”. Nota bene: “caramelle colorate” non è una definizione mia. Mi piacerebbe, perché rende benissimo l’idea. Ma in realtà è del carrozziere delle star Dino Cognolato, che a Pebble Beach è a dir poco di casa.
È vero, raccontato così sembra un normale concorso. E invece no. Siamo in America, baby, e nella terra in cui mettono Dio anche sulle banconote, non si fanno troppi problemi a trasformare qualsiasi cosa in un business. Per questo Pebble Beach è Pebble Beach. Perché le sue regole, i suoi meccanismi, magari non sono i più perfetti del mondo, ma sicuramente sono i più funzionali a far girare gli ingranaggi di un baraccone che, solo di beneficenza (fatta per lo più con gli ingressi), nel 2022 ha fatto 2,8 milioni di dollari (per la cronaca, dal 1950 siamo già arrivati a quota 35).
Insomma è l’equivalente di una Super Bowl delle auto, anzi no. È un vero e proprio Oscar per star a quattro ruote. Il paragone con il premio del cinema hollywoodiano è più calzante: perché una macchina si apprezzi al botteghino, diciamo così, non occorre che vinca in una delle quasi 50 categorie. Il suo valore sale anche solo aver ricevuto la nomination, ops, l’invito a partecipare. Un consiglio, prima di sfogliare gallerie di vincitori e partecipanti, leggi qui sotto, che ti fai un’idea del giro del fumo.
Per arrivare fin qui, una macchina di strada ne deve aver fatta tanta, credimi. E non sempre sulle sue gambe. Il giro dell’oca parte dal ritrovamento, che se sei fortunato può essere anche nel tuo garage, di un’auto che dici “ma tu guarda”. Poi, a seconda della provenienza della signorina, la si rispedisce nel Paese d’origine per farsi bella. Trucco, parrucco, un bel vestito su misura… Poi, già che è là, vuoi non farla riconoscere (leggi certificare) dalla (casa) madre? Altro giro, altra spesa. In conto, è proprio il caso di dirlo, devi mettere anche trasporti, assicurazioni, dogane, oltre agli onorari di meccanici e carrozzieri. Quando ti costa questo scherzetto? Come direbbero gli americani, the sky is the limit. Traduzione: auguri.
Passa qualche anno e la macchina è pronta (non ne puoi più di aspettare? Ecco come si spiegano le auto all’asta col “restauro in corso”): si torna in America. O ci si va per la prima volta, perché in quel di Monterey, il fu paesello di pescatori e scatolifici raccontato nei libri di Steinbeck, ci arrivano da tutto il mondo. Una volta qui, dopo tutti i soldi spesi (ma soprattutto il tempo passato ad aspettare il “gran giorno”) un “che vinca il migliore” non basta più. Perché in ballo non c’è solo la soddisfazione personale di veder eccellere la propria “creatura” (come fa notare Patrick Peter, l’organizzatore della Le Mans Classic, “per gli americani vincere a Pebble Beach è come essere eletti alla Casa Bianca”) ma, come dire, ci sono milioni di ragioni… sonanti. Insomma, coi soldi non si scherza. Per questo giudici e giurati controllano numeri, punzonature e seriali, come fossero le matrici della zecca di stato.
Super Bowl e Oscar non sono esempi chiarissimi? Traduco in italiano: Pebble Beach è Sanremo. Un festival che mette in piazza vizi e virtù del Paese che se l’è inventato. E se nella nostra terra di chiacchiere da bar e piazze che hanno occhi e orecchie, tutto diventa pettegolezzo, scoop e gossip (da come si scende la scala dell’Ariston, a come porti i capelli bella bionda), negli Stati Uniti, Paese di sradicati costretti a inventarsi la propria storia tutti i giorni (e a renderla credibile ai propri e altrui occhi: non ti sei mai chiesto che senso hanno i filtri che fanno sembrare foto d’epoca gli scatti appena fatti con gli smartphone?) e patria indiscussa della cultura del collezionismo di massa (in America tutto è collectible, anche i bicchieri usa e getta dei fast food), il valore si misura sempre in numeri. Meglio se contanti (ma si accettano anche le carte).