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Industria e Finanza

Guerra in Iran
Crisi in Medio Oriente: ecco cosa può cambiare per l’auto elettrica

Rosario Murgida
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Guerra in Iran - Crisi in Medio Oriente: ecco cosa può cambiare per l’auto elettrica

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Guerra in Iran - Crisi in Medio Oriente: ecco cosa può cambiare per l’auto elettrica

Quali sono le ripercussioni della crisi mediorientale sul mondo dell’auto e sulle tasche degli automobilisti? Le conseguenze sulle quotazioni del petrolio potrebbero risultare sempre più pesanti in caso di conflitto prolungato nel tempo, ma in tale quadro c’è da chiedersi quali possano essere anche i riflessi sulla transizione verso la mobilità elettrica. Alla domanda risponde Alberto Stecca (foto sotto), amministratore delegato di Silla Industries, azienda specializzata nella produzione di dispositivi come wallbox e colonnine di ricarica.

"Il conflitto in corso - afferma il manager - rischia di accentuare una frattura già esistente nel settore automotive. I costruttori tradizionali, ancora fortemente legati a modelli produttivi energivori e a catene di fornitura globali lunghe e complesse, si troveranno ad affrontare un doppio shock: aumento dei costi energetici e criticità logistiche. Parallelamente, un rialzo strutturale del prezzo del petrolio e il rischio di razionamenti rafforzano l’attrattività dei veicoli elettrici".

"In uno scenario di incertezza energetica, il valore di un’auto si misura sì in termini di efficienza chilometrica, ma anche in capacità di accumulo e integrazione con la rete domestica. Se la crisi dovesse protrarsi, l’auto elettrica potrebbe progressivamente trasformarsi da scelta ambientale a scelta strategica di protezione del potere d’acquisto e della mobilità familiare. In altre parole, la transizione energetica sarebbe una risposta razionale al rischio geopolitico", aggiunge Stecca.

C'è una soluzione ai rincari elettrici?

Del resto, per l’ad di Silla, il balzo delle quotazioni di petrolio e gas è "la dimostrazione di quanto il sistema energetico europeo resti esposto agli shock geopolitici. L’Italia produce ancora una quota molto rilevante della propria elettricità bruciando gas (circa il 45–50%). Questo significa che un aumento del prezzo del gas tende a riflettersi sul Pun (Prezzo Unico Nazionale)".

Dunque, non sono da escludere effetti negativi sulle tariffe di ricarica, in particolare alle colonnine pubbliche: "Se l’escalation rientrasse rapidamente, potremmo trovarci di fronte a un picco temporaneo senza effetti strutturali. Se invece la tensione dovesse protrarsi, è ragionevole aspettarsi un adeguamento delle tariffe di ricarica, coerente con l’aumento dei costi dell’energia all’ingrosso".

C’è, però, una soluzione che Quattroruote ha spesso segnalato a chi guida auto elettriche e si trova ad affrontare gli elevati prezzi delle ricariche, ossia l’autoconsumo. Ne è convinto anche Stecca: "Una dura lezione che stiamo elaborando e interiorizzando in questi giorni di conflitto è che l’elettrico è una scelta che mitiga i contraccolpi del sistema energetico. Chi ha un impianto fotovoltaico oggi guarda i bombardamenti nel Golfo sapendo che la propria mobilità è al sicuro. Chi dipende dalla rete elettrica pubblica o dai distributori classici per i motori a combustione è, di fatto, un ostaggio geopolitico. Il rincaro è letteralmente il prezzo da pagare della nostra dipendenza dai combustibili fossili che arrivano dalle zone coinvolte in questo neo‑conflitto".

Una spinta per Pechino?

Dunque, l’attuale crisi rischia di favorire la transizione verso la mobilità elettrica e, di riflesso, chi oggi detiene la leadership globale, la Cina. Stecca avverte che al momento "la logistica delle auto cinesi verso l’Europa è entrata in una tempesta perfetta: i costi dei container da Shanghai a Genova sono già triplicati rispetto ai livelli pre‑crisi e le rotte che circumnavigano l’Africa aggiungono settimane di ritardo".

Tuttavia, per il manager, la "crisi potrebbe paradossalmente favorire Pechino nel lungo periodo. Mentre l’Europa resta concentrata sulla gestione dell’emergenza energetica e sull’approvvigionamento di gas e petrolio, la Cina mantiene un controllo strategico sulla filiera delle batterie e delle materie prime critiche. Inoltre, Pechino sta già diversificando le rotte, rafforzando l’accesso ai porti del Nord Europa e sviluppando corridoi terrestri alternativi".

"In un contesto di instabilità prolungata, la competizione si giocherà sia sui volumi, sia sulla capacità di controllare la tecnologia e accorciare le filiere. Chi dispone di una supply chain integrata e meno dipendente dalle rotte marittime più esposte avrà un vantaggio competitivo significativo", conclude Stecca.