Unione europea
Auto elettriche, per gli ambientalisti il divario con la Cina è “solo” di tre anni: è davvero così facile?
L’Unione Europea insegue la Cina con un ritardo di tre anni nella corsa globale alle auto elettriche: un divario che oggi separa nettamente i due blocchi, ma che si sta assottigliando, spiega Transport & Environment nel suo più recente report.
Il dato dei “tre anni”, precisa T&E, non fotografa un gap tecnologico assoluto, ma il posizionamento relativo dei due blocchi nella corsa globale alle vendite di veicoli elettrici, fortemente influenzata dal quadro regolatorio.
Nel 2020, evidenzia l’associazione ambientalista, Vecchio Continente e Dragone avevano la stessa quota di mercato di BEV. Ma, mentre Pechino ha sostenuto la crescita del settore, la normativa europea avrebbe smesso di stimolare le Case: partita alla pari, la nazione asiatica si è involata. In seguito, grazie agli obiettivi sulle emissioni di CO₂ 2025 imposti da Bruxelles, le full electric made in UE hanno accorciato la distanza, che oggi è di tre anni.
La previsione: rimonta completata nel 2030
La parità verrebbe raggiunta nel 2030, prevede T&E, a patto di mantenere i target climatici oggi in vigore: il riferimento dell’associazione ambientalista è alla richiesta di smantellamento dei pilastri del Green Deal che arrivano da più parti.
A sostegno della transizione, prosegue T&E, c’è il fatto che gli otto milioni di BEV circolanti in Europa hanno fatto risparmiare circa 46 milioni di barili di petrolio nel 2025: un dato di rilievo considerando la crisi energetica, aggravata dalle tensioni internazionali. La mobilità a batteria viene definita come la soluzione per ridurre rapidamente la propria dipendenza dalle importazioni di petrolio.
Una lettura che non ignora però le perplessità dell’industria, secondo cui target climatici ambiziosi devono essere accompagnati da una strategia industriale più ampia, capace di intervenire su energia, filiere, infrastrutture e costi di produzione.
Quante sfide da vincere
Nonostante l’ottimismo di T&E, le criticità rimangono strutturali. La Cina dispone di una capacità produttiva di batterie circa 20 volte superiore a quella europea. Recuperare questo terreno richiede investimenti monumentali e tempi tecnici per la messa a regime delle gigafactory, in un mercato europeo penalizzato da costi energetici elevati.
Pesa anche la resistenza del mercato di massa. In Europa, l’adozione su larga scala è frenata da numerosi fattori, tra cui prezzi di listino ancora alti, una rete di ricarica non capillare, la spesa per il pieno di elettroni e i timori sulla tenuta del valore dell’usato. Infine, resta l’incognita delle materie prime: con Pechino che domina la raffinazione di litio, cobalto e terre rare, l’Europa rischia di sostituire la storica dipendenza dal petrolio con una nuova sudditanza tecnologica verso la Cina.