Le grandi interviste
Giuseppe Tornatore, le auto dei miei film
La rassegna Le grandi interviste prosegue con la pubblicazione del colloquio con il regista italiano Giuseppe Tornatore. Nato il 27 maggio del 1956 a Bagheria, alle porte di Palermo, è fin da piccolo affascinato dal mondo della recitazione e della regia. Già a 16 anni mette in scena le prime opere teatrali e nel 1981 fa il suo debutto assoluto in televisione, con il documentario "Ritratto di un rapinatore". Nel 1986 esordisce al cinema con “Il camorrista” e già tre anni dopo firma “Nuovo Cinema Paradiso”, che vince l'Oscar. Seguono “Stanno tutti bene” (1990), “Una pura formalità” (1994), “L'uomo delle stelle” (1995), “La leggenda del pianista sull'Oceano” (1998), “Malèna” (2000), “La sconosciuta” (2006), “Baarìa” (2009), “La migliore offerta” (2012) e “La corrispondenza” (2016). Nella sua carriera si contano ha vinto un Oscar, un Golden Globe dieci David di Donatello: l'intervista è apparsa per la prima volta sul volume "Quattroruote 60°", pubblicato nel febbraio del 2016.
Una 1100 celeste brilla nella notte. Diluvia, i tergicristalli faticano a spazzare il parabrezza. Quel che è peggio, l’auto si guasta. I tre occupanti – due uomini, una donna – scendono, iniziano a spingerla. Arrivano davanti a un bar, un ragazzo si offre di aiutarli. Ma poi commette un errore fatale: sfiora il sedere della donna. Scatenando la furia del fratello, che gli fracassa la testa sul cofano una volta, due, tre, quattro, cinque. Fino ad ammazzarlo. È l’inizio shock de “Il camorrista”, il primo film di Giuseppe Tornatore. "Avevamo due alternative per quella Fiat 1100, una vettura chiara e una scura. Scelsi la prima perché la scena si svolgeva di notte e così l’auto spiccava di più. Ma anche per un altro motivo. Una macchina nera poteva sottintendere una vocazione naturale del protagonista al delitto. Invece quella celeste funzionava meglio per la storia che volevo rappresentare, quella di un’evoluzione criminale innescata da una faccenda banale".
Insomma, mi sembra di capire che non si scelgono per caso le auto di un film…
Quelle dei personaggi importanti rappresentano sempre un elemento decisivo. Perché ci sono mille fili, mille elementi che ti portano a confermare, anche con una macchina, il carattere di un protagonista. Oppure, al contrario, a contraddirlo, se serve. La scelta è complessa e deve tener conto di molteplici fattori.
Per quale motivo allora, per esempio, la vettura di Peppino Torrenuova in “Baarìa”, quella con cui gira per fare propaganda al Pci, è una 600 Multipla, modello tra l'altro uscito proprio nel ’56?
In questo caso è un ricordo personale: nelle campagne elettorali si usava spesso quell'auto. Perché ci entrava tanta roba: i manifesti, i pennelli, i secchi con la colla, le scale. E poi perché ci stavano al tempo stesso più persone. Così era possibile formare piccole squadre, che poi andavano a fare volantinaggio e attacchinaggio.
In “Nuovo Cinema Paradiso” è impressionante la trasformazione della piazza del paese: incantevole ancora a metà degli anni 50, invivibile parcheggio negli 80. La metafora dei mali del progresso? E in tutto ciò l’auto assume un connotato negativo?
No, nessuna metafora: semplicemente dovevo rendere realistico il trascorrere del tempo, raccontare le trasformazioni del nostro costume. Poi, certo, le città intasate di macchine non sono belle. Ma nei miei film non ho mai usato l’auto come un elemento negativo. Casomai è negativo l’eccesso del suo utilizzo, come ogni eccesso. Però resta un mezzo positivo. Torrenuova e i suoi amici vanno con l’auto nelle campagne a parlare con i contadini, per cercare di migliorare le loro condizioni di vita…
Com’era la Bagheria di fine anni 50? C’erano poche macchine come nel paese di “Nuovo Cinema Paradiso”?
Quando ne passava una era un avvenimento. Noi bambini le correvamo dietro, specie se si trattava di un modello che vedevamo per la prima volta. Nel mio quartiere saranno state otto o dieci le famiglie che ne possedevano una. E quando capitava che qualcuno la comprasse, andavamo subito a guardarla e ci sembrava chissà quale miracolo. Se poi si trattava di una vettura che avevamo già visto al cinema o su una rivista, la cosa pareva ancora più sorprendente: era l’apparizione di un oggetto che avevamo percepito come lontano, inarrivabile, e che ora all’improvviso si materializzava. I proprietari delle prime macchine le lavavano di continuo, guai se ti ci appoggiavi. E non solo la carrozzeria, ma anche i tappetini dovevano essere perfettamente puliti: erano spesso stesi ad asciugare al sole, un’immagine che ho ancora ben viva.
Suo padre aveva l’automobile?
All’inizio no. Però lavorava per il Pci e per la Cgil e a volte, quando andava a Palermo in autobus, capitava che poi tornasse con una 500 del partito o del sindacato, che poi magari teneva per un giorno o due: era una cosa che ci riempiva di gioia da un lato e di tristezza dall’altro, perché ci rendeva ancora più evidente il fatto che noi l’auto non l’avevamo. Poi, nel 1960-61, comprò una 600 usata bianca. La prima macchina nuova, una Simca 1300 con il cambio al volante, arrivò tre o quattro anni dopo.
E lei che rapporto ha con l’automobile?
Lo confesso, non sono un bravo proprietario di auto: non le lavo mai… Con il tempo diventano un’estensione del mio ufficio, per cui sono piene di pezzi di carta, dvd, libri, sacchetti, indumenti...
Quali sono state le auto della sua vita?
La prima fu una 500 blu usata: quando la acquistai era di color crema, ma la feci restaurare e riverniciare. Nella mia classe al liceo sono stato il primo ad avere la macchina, già a 18 anni. Avevo lavorato come fotografo ed ero riuscito a mettere un po’ di soldi da parte: sotto questo profilo ero in vantaggio rispetto ai coetanei, anche a quelli più agiati. Poi ho avuto una Panda 30 bianca, per la quale firmai cambiali. Dopo il trasferimento a Roma, nell’83, guidai per un breve periodo una Regata di mio padre, che però trovavo ingombrante. Allora comprai una 126, che ho tenuto fino alla metà degli anni 90.
Nemmeno dopo la vittoria dell’Oscar l’ha cambiata?
No, e la cosa stupiva molti. Ma io amo le cose della mia vita e mi piace conservarle il più a lungo possibile, in modo che diventino presenze importanti, acquistino, in un certo senso, una loro umanità. La prima macchina fotografica ce l’ho ancora, così come le prime cineprese. Comunque, alla fine comprai una Saab 900 cabrio, che piaceva molto alla mia fidanzata. Però d’estate la sfruttavo poco, d’inverno fischiava e faceva rumore. Così sono passato a qualcosa di più solido, anche perché a volte vado in Sicilia in auto: prima una BMX X3 e poi una X5, che ho da sei anni e intendo tenere ancora per un bel po’. Non rinuncio alla mia filosofia: detesto il concetto secondo cui, se non hai un modello appena uscito, non sei al passo con i tempi. Per la città, invece, utilizzo una 500 usata: la posso parcheggiare ovunque e, se me la graffiano, non m’importa.
Farebbe il ponte sullo Stretto?
Non sono contrario a priori all'idea. Anzi, se dovesse esserci un ponte funzionale e funzionante, mi piacerebbe. Però non la ritengo un’opera prioritaria, considerate le condizioni del nostro tempo e, soprattutto, l’inefficienza con cui storicamente costruiamo le opere pubbliche. Se la Salerno-Reggio Calabria ancora oggi è quello che è, figuriamoci quello che potrebbe diventare il ponte sullo Stretto… Temo che la sua costruzione durerebbe decenni e alla fine costerebbe il triplo.