Energia, guerra e auto: la crisi che stiamo leggendo nel modo sbagliato
C’è qualcosa di stonato in questo periodo. Mentre una guerra ridisegna gli equilibri del mondo e tutti noi ascoltiamo, impotenti, le notizie sul prezzo del petrolio che sale, il dibattito sull’auto continua ad avvitarsi sulle solite trincee. Da una parte i fan dell’elettrico che osservano soddisfatti il gasolio superare i due euro al litro. Dall’altra i difensori del termico che indicano le bollette della luce alle stelle e dicono: «Visto?». Come se la posta in gioco fosse ancora quella di avere ragione sull’altro.
La verità è molto più amara: se c’è una guerra e il prezzo dell’energia non scende, ci perdiamo tutti. Chi guida una diesel, chi ricarica un’elettrica e anche chi l’auto non ce l’ha, ma paga di più qualsiasi bene trasportato su gomma, ferro, acqua o aria. Perché il problema non è il carburante, ma la dipendenza energetica dalle fonti di che servono per produrlo. Una “dipendenza” è tossica per definizione: significa non poter fare a meno di qualcosa che qualcun altro può toglierci o farci pagare di più nel giro di una settimana, senza preavviso. E solo quando succede ci rendiamo conto di avere un problema. Non è la prima volta che capita, ma ogni volta facciamo finta di dimenticarlo.
L’ultima guerra in Iran potrebbe regalarci involontariamente un po’ di chiarezza utile per correggere il tiro sulla cosiddetta transizione energetica, concepita male ed eseguita peggio, a causa di errori di valutazione e anche di comunicazione. Per anni abbiamo litigato sul mezzo - elettrico sì, elettrico no, entro il 2035 o dopo - senza discutere correttamente il fine. C’era chi prometteva di salvare il pianeta, fermando il riscaldamento globale, chi di ripulire l’aria delle città. Oggi ci rendiamo conto che il vero obiettivo avrebbe dovuto essere anche un altro: mettere in sicurezza le nostre economie. Una sicurezza che si costruisce riducendo le dipendenze energetiche e industriali.
Il problema è che azzerare una dipendenza è quasi impossibile: spesso si finisce semplicemente per spostarla. L’auto elettrica ne è l’esempio: riduce alcune fragilità - meno petrolio dal Medio Oriente o dalla Russia - ma ne crea altre, dalle materie prime per le batterie concentrate in pochi Paesi alle filiere produttive che passano in larga parte per la Cina. Essere consapevoli di tutto questo non risolve il problema. Ma cambia le domande che dovremmo porci: quale mix di tecnologie riduce la nostra vulnerabilità nei prossimi 10-15 anni? Quali filiere dovremmo riportare più vicino a casa o diversificare con decisione? E soprattutto: se nel breve termine non possiamo fare a meno di dipendere da qualcuno, da chi ci conviene dipendere e a quali condizioni? Non sono domande ideologiche. Sono domande industriali, geopolitiche, di sopravvivenza economica.
Noi, intanto, continuiamo a fare il nostro mestiere: raccontare le automobili per quello che sono davvero. Il mezzo con cui milioni di persone si muovono ogni giorno, lavorano, vivono. Un’auto può essere a benzina, ibrida, elettrica, a idrogeno o con e-fuel, ma resta uno strumento di libertà solo se, come società, non siamo troppo dipendenti da qualcun altro per farla funzionare.