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Bugatti
Vent'anni dalla rinascita - FOTO GALLERY

Marco Visani
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Bugatti - Vent'anni dalla rinascita - FOTO GALLERY

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Ferdinand Piëch. Presidente del consiglio di amministrazione della holding Volkswagen, è l’uomo della rinascita della Bugatti.

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EB 118 (1998). La prima concept della Bugatti-VW è in pratica una versione coupé della berlina EB112 di Artioli con stile Giugiaro e motore W18 6.3 da 555 CV.

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EB 218 (1999). Stessa meccanica della precedente, ma con un ritorno alla carrozzeria berlina e un accenno di terzo volume. Disegno, nuovamente, di Italdesign.

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Il 18 cilindri. Mai entrato in produzione, il cuore delle prime concept nasce abbinando tre blocchi di V6, ogni bancata dei quali è in pratica il motore tre cilindri della Lupo.

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Il tentativo di de’ Silva (1999). A Walter de Silva, appena arrivato in Seat, viene chiesto di cimentarsi su una granturismo Bugatti. Il suo prototipo verrà in realtà messo da parte.

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18/3 Chiron (1999). Al disegno di de Silva viene - inizialmente - preferito quello del "solito" Giugiaro, presentato al Salone di Francoforte: si tratta della prima Bugatti-Volkswagen a motore centrale.

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18/4 Veyron (1999). A Tokyo, colpo di scena: stessa meccanica e carrozzeria del tutto diversa, stavolta opera di Hartmut Warkuß, allora capo dello stile VW. Da questa nascerà la vettura di serie.

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16/4 Veyron (2002). Stavolta lo stile è congelato, ma calano i cilindri: sono "solo" 16. In compenso la potenza raddoppia: 1.001 CV, per 407 km/h. Lo sviluppo sarà lento e difficile.

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Veyron Grand Sport (2008). Rappresenta la prima, importante variante sulla base della Veyron di serie, la versione targa. La velocità massima è di 407 km/h ma con il tetto aperto non si superano i 360 km/h.

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Galibier 16C (2009). Questa concept, rimasta purtroppo senza seguito, prefigura una berlina velocissima. Aveva lo stesso motore delle Veyron, ma con due turbo invece di quattro e 800 CV per 350 km/h.

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Veyron Super Sport (2010). Appena 30 esemplari per celebrare il record ottenuto sulla pista Volkswagen di Ehra-Lessin, in Germania, con una punta massima di 434,211 km/h.

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Vision Gran Turismo (2015). È la versione "reale" della protagonista del videogame. E anticipa lo stile della Chiron, che sta per essere lanciata in sostituzione della Veyron.

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Chiron (2016). L’erede della Veyron ne riprende per intero la meccanica, ma sposta più in alto l’asticella. Se alcune Veyron erano arrivate a 1.200 CV, qui si parte da 1.500 CV (e 420 km/h).

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Chiron Sport (2018). La prima "special" su base Chiron non è in realtà potenziata, ma soltanto alleggerita. Con tutti gli optional possibili costa una cifra astronomica: 2,98 milioni di euro.

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Divo (2018). Sempre più proiettata in un olimpo inarrivabile, questa nuova vettura è una Chiron travestita, alleggerita e resa più agile. Solo 40 pezzi da produrre, a 5 milioni di euro l’uno.

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La fabbrica-castello. È in questo castello a Molsheim, in Alsazia, dove nascono le Bugatti dell’era Volkswagen. Una location unica al mondo per auto super-esclusive.

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C’era qualcosa nell’aria, alla fine del millennio. O, più concretamente, c’era la consapevolezza da parte dell’industria che solo i grandi gruppi sopravvivono, e che non lo si è mai abbastanza e quindi bisogna allearsi, aggregarsi, comperare a tutti i costi. Fu in quel periodo concitato che la Ford si annesse la Volvo, la Renault e la Nissan sancirono la loro alleanza, la Fiat strinse un singolare contratto con la General Motors (più tardi superato da Marchionne) e la Mercedes-Benz salvò - temporaneamente - la Chrysler dando origine alla Daimler-Chrysler.

Shopping d’élite. Stupì tutti che, in questa euforia, che tradiva in realtà una consistente preoccupazione per il futuro dell’automobile, anche un gruppo solido come la Volkswagen andasse a caccia di nuove medaglie. E che nel giro di pochi mesi, dopo la Bentley, la Rolls-Royce (ceduta cinque anni più tardi alla BMW) e la Lamborghini, Ferdinand Piëch comperasse la Bugatti. Successe vent’anni fa, nel settembre del 1998. La mossa colse tutti di sorpresa, sia perché di marchi nobili il gruppo di Wolfsburg aveva già fatto incetta, sia perché un ripescaggio del marchio era già avvenuto, con esiti non felici, pochi anni prima, a cura di Romano Artioli. Il quale fu ben felice di vendere a caro prezzo i diritti per l’impiego del marchio, che erano l’unica cosa concreta che gli restava in mano dopo il fallimento della fabbrica blu di Campogalliano, in provincia di Modena. Considerazioni industriali a parte, l’operazione Bugatti aveva per Piëch il sapore di una conquista. Voleva emergere con qualcosa di straordinario e puntava il mirino su quella che doveva essere "la più eccitante e avanzata automobile di tutti i tempi". Di certo, sarà la più veloce auto di serie mai costruita, il che non era una sfida da poco volendo superare i 400 all’ora. In più, nel suo garage personale c'era una delle sei Type 57 Royale costruite negli anni 30. Rimettere in moto la macchina della Bugatti con modelli nuovi significava, in fondo, accrescere anche il valore di quelli vecchi. 

Un inizio difficile. In realtà, la fretta e la mancanza, da parte del management tedesco, di una cultura nella progettazione e costruzione di supercar di tali ambizioni renderanno i primi anni della Bugatti-Volkswagen un autentico incubo. Rinvii continui si alternano ad annunci in gran fanfara, saltano teste, si incendiano prototipi. Per arrivare al primo modello "vero", la Veyron, bisognerà attendere cinque concept, ma soprattutto sei anni di sviluppo. Com’è proseguita la storia, lo sappiamo. Nell’autunno 2005 le prime hypercar vengono consegnate e la produzione prosegue sino al 2015 in 450 unità. In perdita, visto che il pur elevato listino non ha mai permesso di rientrare dagli investimenti iniziali e che, a prestare fede alle analisi della società di rating Sanford C. Bernstein & Co., per ogni Veyron fabbricata la VW buttava qualcosa come 4,95 milioni di euro. Ma l’orgoglio aziendale professato da Piëch e sostenuto dai suoi collaboratori e successori ha fatto sì che con i modelli seguenti, non lontani come impostazione tecnica dalla Veyron e quindi molto meno onerosi in termini di sviluppo, sia stato possibile recuperare il terreno perduto. Oggi, con una gamma che si articola sulla Chiron e la hypercar Divo la faccia è salva e i conti tornano. Imprese del genere, oramai, riescono solo ai tedeschi.