C'è un dettaglio che colpisce quando arrivi al Centro prove di Vairano. Quella stessa pista dove Quattroruote misura le automobili da decenni, e può lanciare i bolidi più performanti sul filo dei 300 km orari, è anche un'aviosuperficie.

È un'infrastruttura progettata per portare al limite veicoli molto diversi tra loro misurandone il comportamento in condizioni controllate. Qui si fa la radiografia alle auto che finiscono sulle pagine del giornale. In passato, sullo stesso asfalto, si testava l'aerodinamica delle monoposto di Formula 1. E qui, a volte, atterra Giovanna Mazzocchi. Figlia del fondatore Gianni, pilota con brevetto per i jet, è la persona che negli anni 80 ha guidato una trasformazione silenziosa ma decisiva: l'idea che raccontare l'automobile non bastasse più e che il metodo fondato sulle prove avesse bisogno di evolvere e raffinarsi. E che quindi servisse una pista, concepita come un enorme laboratorio a cielo aperto.

Da questa immagine prende forma un'altra parte del racconto dei settant'anni di Quattroruote. Non come celebrazione di una testata, ma come storia di una scelta ben precisa: considerare i fatti più forti delle opinioni. 

La signora delle auto: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

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Un aereo "contro" un’Alfa Giulia sulla pista di Vairano: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

Incontro in pista. Il direttore di Quattroruote, Alessandro Lago, incontra l'editore, Giovanna Mazzocchi, sul nostro circuito di Vairano. Lui scende da un'auto, lei da un aereo: due mezzi, due passioni, la stessa pista.

Le prove al centro di tutto. «Da quando è nata Quattroruote, le prove le hanno sempre fatte su una pista», spiega Mazzocchi. All'inizio era la Malpensa, al mattino presto. Poi fu acquistato un terreno ad Anagni, in provincia di Frosinone: nacque l'Isam, l'Istituto sperimentale auto e motori. Ma, con l'intensificarsi dell'attività, avere la redazione al Nord e le prove dalle parti di Roma diventò insostenibile.

Da lì partì una ricerca lunga e complessa. Il problema non era soltanto trovare un terreno lungo almeno due chilometri – questo ne misura 2,4 –, ma mettere d'accordo decine di proprietari in una Lombardia dove la proprietà agraria è estremamente frammentata. «C'era sempre qualcuno che era emigrato in Australia o da altre parti, e non si riusciva a contattare. Stiamo parlando degli anni 80».

Quando finalmente il terreno fu trovato, la costruzione avvenne per fasi successive: prima il rettilineo, poi l'handling, quindi il fuoristrada. «Ogni anno cerchiamo di aggiungere qualcosa», racconta. Aule per la formazione, simulatori, spazi per ricoverare le auto in sicurezza. Non è solo una pista: è un ecosistema in continua evoluzione che riflette l'evoluzione dell'automobile stessa. 

Un aereo "contro" un’Alfa Giulia sulla pista di Vairano: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

Editori puri. Giovanna Mazzocchi ha raccolto l'eredità intellettuale e imprenditoriale del padre Gianni, fondatore dell'Editoriale Domus. Lei ne è presidente mentre la terza generazione, la figlia Sofia, ricopre la carica di amministratore delegato.

L'auto cambia, il metodo no. «Sono cambiate le macchine», osserva Mazzocchi quando le chiedo quale fosse la sfida più grande nel giudicare un'auto in passato. «Inizialmente l'importante era capire se stavano in strada, come frenavano, come andavano: le prestazioni della vettura di per sé. Oggi lo si dà per scontato perché tutte le auto garantiscono un livello minimo di sicurezza». Ciò che un tempo era il discrimine è diventata la base di partenza. Rumorosità, consumi, autonomia delle auto elettriche, infotainment: sono questi gli elementi che fanno la differenza nel mercato contemporaneo. E il metodo Quattroruote si è evoluto per misurare tutto, mantenendo però intatta la filosofia originale: il dato oggettivo come bussola per orientare la valutazione delle automobili. 

Istantanee di un'impresa tutta italiana che non dà segni di stanchezza

Le battaglie di ieri (e di oggi). Difendere questo modo di lavorare ha significato fare anche battaglie editoriali, osservo. La risposta di Mazzocchi è un racconto che attraversa settant'anni di storia: «Sono state fatte tante battaglie, a cominciare dall'abolizione della tassa di Suez, sempre per rendere l'automobile non soltanto più accessibile, ma un oggetto di grande utilità, e per aiutare il consumatore».

Ma è sulle battaglie per la sicurezza che la voce si fa più ferma. La cartellonistica pubblicitaria ai bordi delle strade che induceva distrazione nei guidatori, i luoghi dove si concentravano gli incidenti, mappati e segnalati al ministero. Le indagini sulla pulizia delle toilette degli autogrill. E poi i test sulle officine: «Mettemmo dei bulloni dentro una ruota, nelle coppe. Faceva stranissimi rumori. C'era chi diagnosticava subito "c'è qualcosa dentro", quindi costo zero, e chi diceva "abbiamo dovuto sostituire" non so che cosa. Noi pubblicavamo tutto». 
Era giornalismo di servizio quando ancora non si chiamava così. Era l'idea che l'automobile dovesse essere democratica, sicura, comprensibile. Oggi le battaglie sono cambiate, ma la sostanza resta. «Per il consumatore è difficile orientarsi», spiega Mazzocchi parlando di transizione energetica, «non c'è più una macchina ideale per tante persone, dipende sempre dall'uso che se ne fa. Elettrico puro, ibrido, mild hybrid, full hybrid, idrogeno, biocarburanti: orientarsi tra le diverse tipologie non è semplice». Una complessità che, secondo Mazzocchi, non nasce soltanto dall'evoluzione tecnica dell'automobile, ma è stata accentuata da scelte regolatorie. «Da un altro punto di vista, abbiamo dovuto sottostare a certe regolamentazioni prese senza consultare adeguatamente il settore, senza approfondire come e perché dovessero essere messi al bando i motori endotermici entro una determinata data. Adesso si sta facendo un po' marcia indietro, ma il danno è stato fatto».

È in momenti come questi che il metodo Quattroruote diventa ancora più prezioso. Il sistema basato su misurazioni, dati comparabili e prove ripetibili consente di arrivare a valutazioni più accurate e di individuare l'auto più adatta alle proprie esigenze. «Senza gli strumenti giusti è difficile orientarsi. E oggi che siamo sommersi da informazioni rapide e superficiali, si rischia di non fare scelte consapevoli». 

Un aereo "contro" un’Alfa Giulia sulla pista di Vairano: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

La passione per la velocità. Nasce con le gare e con le auto d'epoca, la passione della Mazzocchi: «Mi ricordo Monza con la 1750 e la parabolica presa troppo veloce». E poi un'avventura al volante di una Renault di inizio '900, nota come "taxi della Marna", con le ruote di legno da bagnare d'estate perché non cedessero.

La passione per il volo venne dopo, grazie ad amici. In famiglia erano contrari, così si pagò il brevetto da sola: studiava cinese all'Università di Pavia, arrivava sempre prima, e con le borse di studio finanziò i corsi di volo. Quando pilotava i jet, era praticamente sempre in volo. Decise anche una sfida personale: atterrare in tutte le capitali d'Europa. Chisinau, Minsk, le repubbliche ex sovietiche. «Poi una volta vidi su Eurosport i campionati europei di sollevamento pesi. C'era un'atleta dell'Azerbaijan. Dissi: io in Azerbaijan non sono mai stata. Il giorno dopo sono partita».

Un aereo "contro" un’Alfa Giulia sulla pista di Vairano: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

Le auto del cuore. «Mi affeziono», confessa quando le chiedo se c'è un'automobile particolare nel suo cuore. «L'auto è la mia seconda casa: ci lascio dentro tante cose e non amo cambiarla». La prima fu una Mini Innocenti con 65 accessori. «Avevamo un'officina, tutti i pomeriggi ero lì a montare qualcosa. Finì alluvionata nel 1966 a Trento». Poi un'altra Mini, stavolta Cooper, con cui partì per Mosca in una spedizione Quattroruote di nove macchine. «A tutte le dogane veniva sollevata, radiografata. Sequestravano giornali e musicassette, ero disperata». Poi la 124 Sport Spider, «bellissima». E la Mercedes-Benz giardiniera con cui portò a casa entrambe le figlie dopo la nascita. «È difficile sceglierne una quando ci sono tanti momenti speciali che si intrecciano con l'automobile». 

Un aereo "contro" un’Alfa Giulia sulla pista di Vairano: Giovanna Mazzocchi racconta Quattroruote

I giovani e le macchine. «Non è vero che la passione non c'è più», dice Mazzocchi con decisione quando le parlo della presunta disaffezione dei giovani. «Bisogna trovarla, coltivarla, alimentarla». Per questo è nato il Circolo dell'Automobile, a Vairano: un luogo fisico dove gli appassionati possono ritrovarsi, condividere, provare in pista auto che sulle strade non si potrebbero esprimere. «La passione rimane: lo vedo con i miei nipotini. Si fermano per strada, distinguono le macchine, gli luccicano gli occhi».

Il rapporto con l'auto è cambiato, certo. «Quando è nata Quattroruote, l'auto era un sogno. Poi si è arrivati a due, tre vetture per famiglia. Oggi invece una macchina ce la si passa da uno all'altro. Sono costose, è costoso mantenerle. Chi abita in città può condividerla, chi vive in zone isolate ne ha un bisogno assoluto». Ma a prescindere dalle esigenze, conclude Mazzocchi, l'automobile rimane uno strumento di libertà personale fondamentale.

Mentre usciamo dal Centro prove, passando accanto al rettilineo e alle vecchie scuderie trasformate in garage, il pensiero va all'unicità di questo luogo, capace di mettere a sistema innovazione, concretezza, tecniche di misurazione e passione per l'automobile.

Settant'anni fa suo padre inventò un giornale. Giovanna Mazzocchi ha dato forma e struttura a un metodo che ha reso Quattroruote qualcosa di diverso da una "semplice" rivista di automobili. E guardando il rettilineo che si estende a perdita d'occhio, viene naturale pensare a quante altre auto verranno misurate qui, qualunque forma decideranno di prendere, incluse quelle che un giorno saranno in grado di volare. 

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