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Lutto in redazione
Ciao, Federico

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Ci sono persone che hanno fatto la storia di Quattroruote prima e di Ruoteclassiche poi. Meccanici, collaudatori, giornalisti. Federico Robutti, 82 anni, scomparso oggi, era, al tempo stesso, meccanico, collaudatore, giornalista. Arrivato in redazione a Quattroruote giovanissimo, all'inizio degli anni 60 per volere di Gianni Mazzocchi, si è occupato inizialmente dell'officina, allora a Milano, percorrendo più volte al mese a tutta velocità la distanza tra la redazione e Anagni, dove un tempo c'era il centro prove dell'Isam.

Le inchieste sul campo. Negli anni successivi era addetto alle grandi inchieste di Quattroruote per verificare la serietà delle officine e delle aree di servizio. Una volta, con il collega Vittorio Venino, girò l'Italia per il test della "finta" spia accesa delle pastiglie dei freni. Uscendo da una delle tante officine dopo la riparazione, Vittorio era al volante della Lancia Beta HPE che partì a tutta birra. Dopo poche centinaia di metri Federico gli urlò di fermarsi immediatamente. Scese dalla macchina, si avvicinò alla ruota anteriore destra e sfilò con due dita i dadi. Il meccanico non li aveva avvitati. Ma l'orecchio attento e sensibile di Federico aveva sentito che qualcosa non andava.

I rally. Più recentemente partecipò per Ruoteclassiche a un prestigioso rally per auto d'epoca con la Lancia Lambda del museo di Quattroruote, uno dei modelli che amava di più e che guidava come fosse una bicicletta. Risalendo per le Alpi francesi, la Lambda ebbe un guasto. Il motore si spense in autostrada e per di più in salita. Io lo seguivo con un'altra Lancia, una Thema 8.32. Mi fece un cenno, io capii al volo il segnale e mi appoggiai con il paraurti alla ruota di scorta posteriore della Lambda, cominciando a spingere: 90, 100, 130, la potenza della Thema faceva correre velocissima la vecchia torpedo e iniziammo a superare gli altri automobilisti che ci guardavano stupefatti.

L'amore per le auto storiche. Questo era Federico, grande pilota oltre che conservatore del museo di Quattroruote per moltissimi anni. Conosceva i gioielli della collezione uno per uno, li chiamava "le mie bambine", e li sapeva sempre riparare, tenendo in tasca un pezzo di fil di ferro perché, diceva, "non si sa mai". Figura eclettica, amante dei libri e della letteratura automobilistica, era anche grande accumulatore di ricambi, foto, cataloghi, purché fossero davvero d'epoca, ovvero d'anteguerra. Perché per lui, le auto, quelle vere, si fermavano agli anni 40. Le successive erano solamente "macchine usate".

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