La storia è suggestiva, e vera, ma sembra incompleta. Un ingegnere della Honda, Katsuyoshi Tagami, nel dicembre del '96 - secondo la ricostruzione del "Wall Street Journal", confermata dal Vaticano - vola a Roma per ottenere dalla Chiesa una sorta di nullaosta al proseguimento degli esperimenti su Asimo, il robot umanoide di cui oggi è pronto il modello definitivo e che allora era in fase di prototipo. Sembrerebbe una semplice macchina, che con l'uomo condivide soltanto l'aspetto: due gambe, due braccia, una testa.

Eppure la Honda sente il bisogno di sottoporre il suo operato alla massima autorità morale dell'Occidente. Davvero, in un'epoca in cui già si parlava di clonazione, d'ingegneria genetica, i giapponesi temevano, con la loro invenzione meccanica, per quanto antropomorfa, di essersi avvicinati troppo all'atto creativo di Dio? La preoccupazione etica della casa automobilistica in realtà era soprattutto un'altra.

La spiegò, in un'intervista rilasciata a "Quattroruote" nel 1999, l'uomo che più di altri spinse il progetto Asimo, l'ex presidente Honda, Nobuiko Kawamoto. Ecco che cosa ci disse: "La questione è decidere quanta intelligenza dargli. Su questo ci interessava il parere della Chiesa. D'accordo che due robot non hanno il potere di generare fisicamente un piccolo robot, ma si può dare a una creatura cibernetica la possibilità di costruire e programmare un suo simile. Ci chiediamo: vogliamo dar loro la capacità di autoriprodursi?". Era questo scenario inquietante, evocato da tanti film di fantascienza, che turbava i dirigenti Honda.

Ed è anche l'aspetto teologico più delicato: l'uomo, a cui è stato donato in via esclusiva di partecipare del potere creativo di Dio, non si fa come Dio se "crea" una macchina, per quanto a lui simile. Ma se crea una macchina a cui conferisce il potere di creare a sua volta? La Honda ha ottenuto la "benedizione" per Asimo. Non sappiamo per i suoi figli cibernetici.