Fa quasi tenerezza rivedere le immagini del video che proponiamo in basso. Sono quelle del Gran Premio d'Italia del 1978, con il fuoco alla chicane subito dopo il via a fare da preludio a una delle morti più tremende della storia delle corse. Quella di Ronnie Peterson.
La clip ripropone tutto: il gruppone che si comprime nella strettoia che precede la chicane, la collisione (più di una in realtà) che innesca poi il fuoco alto, la gara che continua mentre sull'asfalto restano monoposto contorte. Più tardi si vedrà il corpo di Peterson a terra: sveglio, vigile, con fratture ben lontane dall'essere giudicate pericolose. Ma il giorno successivo, un 11 settembre che nel cuore degli appassionati lascerà un marchio indelebile, il pilota svedese morirà in ospedale a Milano a causa di un'embolia gassosa, frutto appunto delle fratture - giudicate non gravi - a una gamba.
Questo video è soprattutto lo specchio dei tempi. Ricorda come nella Formula 1 di trent'anni fa gli standard tecnici fossero ben diversi da quelli di oggi. A confronto con certi incidenti recenti (vedi Kubica in Canada un anno fa), con piloti illesi nonostante voli a quasi 300 all'ora, stupisce che un pilota abbia trovato la morte nella carambola tutto sommato all'acqua di rose di queste immagini. E non a causa del fuoco, allora temibilissimo (il video lo mostra bene) e oggi quasi scomparso dai Gran Premi.
Negli appassionati restò, soprattutto, un interrogativo: dove sarebbe arrivato Ronnie Peterson senza quella domenica maledetta? Era velocisissimo, forse il più veloce in pista. I suoi controsterzi a 260 all'ora, quasi rallistici, testimoniano un'abilità innata. Un senso della velocità che aveva nel sangue, prima che nella tecnica. Quell'anno, il 1978, guidava una Lotus imbattibile, ma il team aveva come primo pilota Mario Andretti, che conquistò il titolo. L'anno successivo, forse, sarebbe stato il suo?
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