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Industria e Finanza

Guerra in Iran
Cosa cambia per il mondo dell’auto tra energia, costi industriali e prezzi finali?

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Il Medio Oriente è in fiamme e nel mondo dell’auto il fuoco cova sotto la cenere. Tutti si aspettano che l’onda d’urto del conflitto investa, in senso figurato, il settore, con pesanti ripercussioni per l’industria automobilistica e per gli automobilisti. Per quantificarne la portata, però, è ancora presto. Anche perché la magnitudo degli effetti di medio-lungo periodo dipenderà anche dalla durata del conflitto. Quattroruote seguirà quotidianamente lo scenario per aggiornarvi su un quadro per definizione dinamico, cercando di rispondere ai quesiti più diffusi, anche con l’ausilio del parere di esperti dei carburanti e dell’energia, delle forniture e della produzione.

I fattori in gioco

Intanto, vediamo di mettere in fila i fattori in gioco, tra geopolitica ed economia domestica, con una premessa: le ripercussioni più importanti sono strettamente legate alla strategia militare dell’Iran, che punta ad allargare il conflitto dandogli una dimensione regionale e colpendo, oltre alle basi militari americane nell’area, anche le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati degli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita al Qatar, dagli Emirati al Kuwait.

Abbiamo affrontato a parte i primi riflessi di questa strategia sulle quotazioni internazionali del petrolio, ma anche del gas, specie dopo gli attacchi ai siti produttivi in Qatar, che - dallo scoppio della guerra in Ucraina - è diventato uno dei principali fornitori di Gnl (gas naturale liquefatto, trasportato via nave) per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Il nodo del gas

Vista la rilevanza del gas nella produzione di energia elettrica, è chiaro quanto questo aspetto sia ancora più allarmante dell’impennata del prezzo del greggio. Bollette energetiche più care significano non soltanto un aggravio per le tasche dei consumatori, ma anche un aumento dei costi di produzione industriali, inclusi quelli della manifattura di auto e componenti.

Inoltre, per la prima volta, una crisi nel cuore dell’area petrolifera per antonomasia rischia di avere riflessi sull’auto elettrica analoghi, se non maggiori, a quelli che potrebbero colpire i veicoli termici: un effetto paradossale. Fortunatamente, l’Italia - se è vero che riceve circa un quinto del gas dal Qatar - ne acquista una quota ben maggiore, vicina al 50%, dagli Stati Uniti e anche dall’Algeria. Inoltre, dispone di riserve superiori alla media europea. Se la crisi non dovesse protrarsi troppo a lungo, il Paese potrebbe riuscire ad ammortizzare le conseguenze più pesanti.

Cosa cambia per il mondo dell’auto tra energia, costi industriali e prezzi finali?

I costi dei componenti fossili

I rincari energetici, però, sono soltanto l’aspetto più immediato e visibile dello spettro di ripercussioni innescate dall’operazione Ruggito del leone. È ragionevole aspettarsi conseguenze a medio-lungo termine sull’intera filiera automotive.

Il primo fronte riguarda i rincari di componenti a base fossile, come i polimeri utilizzati per plance, pannelli interni delle portiere, console, guarnizioni, paraurti e altri elementi. La pubblicazione specializzata Automotive Manufacturing Solutions riporta la stima di diversi analisti secondo cui, in uno scenario di crisi prolungata, i costi di questi componenti potrebbero aumentare di una percentuale compresa tra il 15% e il 25%.

L’impatto sui trasporti

Un altro fattore chiave è l’aumento dei costi di trasporto, legato all’insicurezza delle rotte marittime non solo nello Stretto di Hormuz, attraversato principalmente da petroliere e navi cariche di gas liquido, ma anche nello Stretto di Bab el-Mandeb, all’imboccatura del Mar Rosso, dove gli Houthi, legati all’Iran, hanno già minacciato di riprendere le azioni ostili contro i mercantili.

Rotte alternative più lunghe e rincari delle tariffe assicurative rischiano di allungare i tempi di consegna di auto e ricambi e di provocare una nuova impennata dei prezzi per l’utente finale.

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