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Autotrasporto
Una crisi esplosiva: si rischia la paralisi

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Una crisi esplosiva: si rischia la paralisi
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Potrebbe essere una giornata davvero difficile, quella del 15 ottobre, per chi si deve spostare su strada. Uno di quei giorni che ricordano l’autunno caldo del tempo che fu. Al centro delle proteste, proclamate e vedremo fino a che punto realmente messe in atto, il mondo dell’autotrasporto. Che, da tempo, soffre di problemi irrisolti, aggravati dagli eventi degli ultimi giorni.

Quadro complesso. L’intero settore della logistica sembra essersi inceppato a livello planetario. L’esplosione dei traffici dovuta alla ripresa economica post-pandemica, la chiusura di alcuni porti cinesi per casi di Covid-19 e del Canale di Suez per l’incaglio della nave Ever Given, la scarsa disponibilità di container, rimasti sparsi per il mondo per il gioco a scacchi delle banchine ora aperte ora chiuse nei vari scali del globo e l’incremento esagerato dei costi dei container stessi, i cui noli, soprattutto per le rotte dall’Asia al Mediterraneo, sono aumentati anche del 500%: tutti tasselli di un puzzle che rischia di essere letali. Perché, una volta che le merci sono anche arrivate a terra, i problemi non sono finiti: è proprio lì che s’innestano le difficoltà del mondo dell’autotrasporto.

Autisti cercasi. A guidare i camion, infatti, da tempo sono in misura significativa conducenti stranieri, provenienti soprattutto dai Paesi dell’Est Europeo. Driver che, con i lockdown, in buon numero sono tornati nelle loro zone di provenienza, dalle quali non hanno più interesse a tornare dalle nostre parti, magari perché hanno trovato lavoro in patria a condizioni migliori rispetto a quelle del passato. Oppure, perché le aziende inglesi, a corto com’è noto di manodopera per la Brexit, sono disposte a pagare qualsiasi cifra pur di far muovere Tir e merci. O, ancora, perché non sono in possesso del green pass, per scelta o perché, semplicemente, si sono sottoposti al vaccino russo Sputnik, che le nostre autorità sanitarie non riconoscono (cosa che, invece, fanno altri Paesi extra-UE, diventati un mercato del lavoro più appetibile). Così, se i conducenti italiani sono in gran parte in regola ma costituiscono una minoranza, quelli stranieri non lo sono e non possono essere utilizzati dalle nostre aziende di autotrasporto. La situazione è analoga tra i lavoratori portuali, essenziali per la movimentazione delle merci. E, su tutto, aleggia la protesta: scioperi nei porti e cortei di autotreni potrebbero portare alla paralisi del Paese, in un momento critico per le speranze di ripresa economica, già minacciate dalla crescita esponenziale del costo dell’energia (gas, elettricità, prodotti petroliferi) e delle materie prime (acciaio, alluminio, resine utilizzate per produrre la plastica). È quasi superfluo ricordare come le massicce proteste dei camionisti abbiano storicamente messo in ginocchio economie e governi, dal Cile di Salvador Allende alla Francia, quest’ultima in anni ben più recenti. E, nelle città, domani, giorno di entrata dell’obbligo del green pass, potrebbero aggiungersi le proteste dei no vax nel cuore dei centri storici. Sono tempi difficili.

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