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Auto storiche
Professione barnfinder

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Professione barnfinder
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L'appuntamento è fissato a mezzogiorno nell'estrema periferia di Monza. Luca Manzoni, 28 anni, mi aspetta davanti al suo carroattrezzi, ovviamente vintage. Ha recuperato così tante auto (circa quattrocento, in un decennio scarso e nonostante i lockdown) da trovare più conveniente adottare un Iveco OM40. Nonostante la carta d’identità da youngtimer, per le auto Luca ha l'occhio lungo. Ne riconosce tipo, serie e anno di costruzione dai dettagli. Per valutarle ancora meglio, con una patente di ufficialità, sta per dare l'esame al corso organizzato dalla Federperiti, perché la sua professione ufficialmente non esiste. Manzoni è un barnfinder. Un “setacciatore di granai”, in italiano. Ogni giorno per lui è una giornata di caccia. Oggi la preda è un’Autobianchi A112 Abarth, sepolta da qualche parte a Novara. Quindi via, si parte. Fuori tira vento decembrino, dentro la cabina dell’Iveco il comfort è esiziale, il riscaldamento si mischia all'odore del diesel. Durante il viaggio, sul filo dei sessanta all’ora, “l’archeologo della ruggine” (com’è stato definito dalla stampa) spiega com’è venuto a conoscenza della A112 Abarth quinta serie del 1980. Una trama letteraria, da racconto breve, come quasi tutte quelle che conducono a un ritrovamento.

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“Due anni fa, un amico imbianchino che vive nel Novarese m’invia la foto del retro di un capannone scattata dal tetto sul quale sta lavorando. Vedo diverse macchine d’epoca, sa che possono interessarmi. Gli chiedo la posizione, ma è sbagliata. Non desisto, prendo e vado a Novara. Chiedo in giro a chiunque, citofono, lascio biglietti da visita in giro, mi prendono per matto. Nulla. Nebbia fitta. Me ne dimentico. Un anno dopo, un altro amico mi segnala di aver trovato alcune auto d’epoca in una vecchia carrozzeria appena fuori Novara. Prendo contatto con il signor Marco, il proprietario, lo raggiungo, facciamo conoscenza. E scopro che il cortile fotografato era proprio il retro della sua carrozzeria!”. Corsi, ricorsi e bizzarre varianti del canovaccio sono il pane quotidiano di ogni cercatore: lo sanno bene anche i giornalisti. Così non deve stupire che il contatto di Manzoni scompaia nel nulla. “Un paio di mesi fa, scopro che durante l’estate il signor Marco è mancato. Chiamo il fratello per sapere se sia possibile recuperare la decina di vetture, anche se scopro che non tutte sono a posto di documenti e intestazione”. Succede spesso: uno le recupera, si dimentica dell’aspetto burocratico, lascia che si coprano della polvere degli anni. E lì nascono le grane vere. Manzoni non è uno che si arrende alle prime difficoltà: risale ai legittimi proprietari, ma la divisione dell’eredità complica il tutto. La famiglia ha deciso di nominare un perito per valutarle. Nuovo stop. E adesso?

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La prima dote di un cercatore di tesori è la tenacia, ma anche la fortuna ha il suo peso. Capita così che un compagno del corso Federperiti proponga al giovane monzese di recuperare l’A112 Abarth di una carissima amica novarese. “Cerca qualcuno che abbia passione per le vecchie macchine e avrebbe piacere che la prendessi tu”. Dopo qualche parola, scopre che la signora Donatella altri non è che la vedova del proprietario della carrozzeria. Vedi, il caso… “Le spiego che ero già in contatto con il marito, così mi porta nel garage di casa sua e mi mostra l’A112. Già che ci sono, porto a casa la Mercedes 220 azzurra che le dormiva accanto da anni, più una vecchia Fiat 500 sempre intestata a lui”. Quella del barnfinder è una figura atipica, delicata. Necessariamente pronta e abbastanza preparata per lavorare nelle pieghe dell’imprevisto e delle vicende personali. E sempre nel rispetto della legalità. Il cercatore di vecchie auto è legato alla memoria, perché insieme al mezzo recupera anche la storia personale di chi ne è stato in possesso. “So che può sembrare lugubre, però la morte mi ha sempre accompagnato in questo lavoro”, spiega Manzoni. “È inevitabile: un’auto è abbandonata quando il suo proprietario non può più guidarla, né occuparsene. È triste dirlo, ma negli ultimi due anni la pandemia da Covid-19 mi ha messo in contatto con diversi casi del genere. E l’aspetto che dà più fastidio, è la velocità con cui diversi eredi si disfano dell’oggetto della passione del loro caro”.

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Nel nostro caso, la A112 Abarth è stata la prima auto della signora Donatella. Quella dei suoi diciott’anni, ancora più spensierati da vivere negli Ottanta. Finché, all’alba del decennio successivo, l’Autobianchi si ferma definitivamente sulle piastrelle beige del garage. E da lì non si è più spostata fino ad oggi. La esaminiamo. È ancora abbastanza integra, anche se le lamiere Autobianchi presentano i morsi della ruggine, le gomme sono schiantate e i freni inchiodati: per caricarla occorrerà spostarla di peso, balzellon balzelloni. Le zampate di gatto sui vetri e sulle lamiere ammantate di polvere grigia sono una buona notizia: non troveremo tracce di topi all’interno. Il tachimetro segna quasi centomila chilometri, il cielo ha ceduto, ma la tappezzeria e i sedili sono ancora in buono stato. Lo spazio fra le sedute rivela il ricambio della luce posteriore bucata: un’altra buona notizia. Solo il paraurti anteriore dovrà essere sostituito. Oltre ai bolli e ai documenti, è sopravvissuto anche il libretto di uso e manutenzione originale. Ordinaria amministrazione, quindi. Del quattro cilindri, Manzoni si occuperà una volta “carrata” l’A112 nella rimessa di Milano 70, il club che ha aperto dalle parti dell’Autodromo di Monza e che funge da sua centrale operativa. Cosa ne sarà? Il barnfinder provvederà a renderla presentabile e la rivenderà così com’è, senza trucco e senza inganno. Il “segue restauro” è una conseguenza più rara, che resta confinata alle vetture di particolare pregio. E alla passione. L’importante è non innamorarsene: il rischio è di trasformarsi in un accumulatore seriale, quella figura patologica nella quale i cacciatori di rottami s’imbattono di frequente. E che a volte fa la loro fortuna.

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Il caso, le chiacchiere al bar, il fiuto e la “dritta” del conoscente di turno sono sempre alla base del mestiere, che negli ultimi due, tre anni ha visto mutare la mappa geografica. Tradizionalmente, le aree più pescose sono sempre state le campagne della Lombardia e dell’Emilia Romagna, le cascine sugli Appennini. Scenari bucolici tra boschetti, campi e rimesse nei granai. “Nelle cascine, quello che c’era da prendere è stato preso, da me e dagli altri. Invece oggi si recupera più di frequente nei garage delle villette, magari quelle semi-abbandonate di campagna. Anche nei vecchi magazzini delle attività che hanno chiuso i battenti da almeno venti, trent’anni e che nascondono ancora le auto lasciate lì da allora. Certo, il contesto è molto meno romantico, vuoi mettere. Il vantaggio, indubbio, è che le macchine si conservano in condizioni migliori. In ogni caso, nel 95% dei casi quello che cerco è nascosto: l’avvistamento casuale all’aperto è un ricordo del passato”.

Luca è molto giovane, per quello che fa. L’amore per le auto sbocciò precocissimo, nel cortiletto della concessionaria del padre. “La mia prima è stata un’Alfetta del 1981 trovata nel Piacentino. Blu, millesei, unificata, l’ultima con i quattro fari tondi e le maniglie incassate. I primi risparmi furono investiti lì. Avevo la patente da un mese e obbligai i miei a portarmi a prenderla”. Quella per le Alfa Romeo è una malattia ereditata dal nonno, che lavorò per 40 anni come meccanico prima ad Arese, poi all'Autodelta. “Sapevo quello che volevo e da lì è cominciato tutto”, dice. Essere giovani è quasi sempre un vantaggio nella vita, ma nel frastuono dell’Iveco OM40, Luca rimpiange di non aver iniziato “negli anni buoni, quando al posto di un’A112 Abarth nella rimessa di una villetta era più facile scoprire una Giulietta, o un’Aurelia. La mia maledizione è la Giulietta Sprint, non sono mai riuscito a trovarne una. Però, agli occhi dei miei coetanei e dei quarantenni, un’A112 riemersa dal nulla è pur sempre un piccolo tesoro”.

COMMENTI

  • Bella storia, anche se è un articolo più da "Ruoteclassiche" che da "Quattroruote". Mi piace anche l'utilità "sociale" dei gatti, di cui sono appassionato (oltre che di automobili)
  • Quattroruote aveva gia' fatto nel 2018 un servizio su questo ragazzo che all' epoca aveva affermato di aver recuperato circa 2000 auto ma osservando le immagini dell' epoca nella maggior parte dei casi si tratta di rottami buoni giusto per i ricambi su youtube ci sono altri appassionati che oltre a recuperare le auto ( anche di grande valore ) le restaurano completamente vedi Gabriele che ho conosciuto personalmente e che opera a Concorezzo
  • Storia molto romanzata al limite dell'incredibile, ma il mestiere che fa questo ragazzo merita il plauso e il rispetto. Anche se, immagino che a rivenderle così senza restauro i suoi margini di guadagno siano risicati, il valore elevato lo determina la condizione e la fedeltà all'originale. La mia famiglia colleziona da anni diverse auto storiche e ben tenute, io mi accingo a fare altrettanto prima che l'elettrificazione selvaggia ci travolga tutti...
  • Bravo, bel lavoro. Vorrei contattarlo per segnalare qualche auto di interesse storico, ma purtroppo abbandonata.. Come posso farlo?
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